Magistratura democratica
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Riforma e autoriforma: voci per un cambiamento di prospettiva *

di Marta Zavatta
giudice del lavoro nel tribunale di Biella

Nel titolo si parla di “voci”. Vi dico già che la mia sarà una voce che tradirà un po’ l’emozione. 

Ho partecipato al primo congresso di Md nel 2016 a Bologna, quando ero studentessa universitaria, si parlava di Disuguaglianze, compiti della giurisdizione, il progetto di Md. Poi rimasi letteralmente folgorata al congresso Md del 2019 - proprio qui a Roma, Il giudice nell’Europa dei populismi - dalle parole di Luigi Ferrajoli che mi aprirono un mondo e mi fecero capire che era ora di mettersi a studiare seriamente per il concorso perché volevo diventare magistrata. Ferrajoli descrisse «un tratto distintivo dell’identità di Md» e parlò della «scelta di campo a favore dei diritti e dei soggetti deboli» come una scelta che non contraddice il costume di terzietà e di imparziale soggezione alla legge della giurisdizione, perché non è altro che la scelta in favore della Costituzione; che la scelta per i diritti fondamentali costituzionalmente stabiliti, equivale alla scelta di campo a favore dei soggetti deboli che di quei diritti sono i titolari insoddisfatti, di come le loro aspettative di garanzia fanno del giudice un garante dei diritti delle persone contro i poteri[1]

Capite allora che trovarmi qua, ora da magistrata, con tre mesi di funzioni, mi emoziona particolarmente. 

Dunque, il titolo parla di «voci» per un cambiamento di prospettiva. Prendete questa voce quale effettivamente è: una voce emozionata, sicuramente incompleta perché giovane, che ha cominciato da poco a vivere la realtà del nostro lavoro.  

Inoltre, ho iniziato nel periodo storico molto particolare che tutti stiamo vivendo. Ad ottobre del 2024, quando incominciavo tirocinio, la Commissione Affari Costituzionali adottava come testo base il progetto di legge di revisione costituzionale di iniziativa governativa e l’iter legislativo e referendario, insieme a tutto il contesto che conosciamo bene, mi ha accompagnato fino alla presa delle funzioni e fino ad ora. 

Questo contesto ha portato ad un paradosso: mi sono approcciata per la prima volta alle questioni dell’associazionismo e dell’autogoverno non in una prospettiva fisiologica di vita quotidiana dentro e fuori agli uffici, ma in un periodo di fibrillazione, tra una riforma che mina alle basi del modello di autogoverno voluto dai nostri Costituenti e una narrazione - peraltro incominciata ben prima della stagione referendaria - che vede nell’associazionismo e nei gruppi associativi un male da estirpare dalla magistratura.

Quello che abbiamo vissuto in questi mesi intensi in difesa della nostra Costituzione, ha comportato – almeno per me appena entrata in magistratura – la necessità di dover rispondere o provare a rispondere ad una domanda preliminare che non mi ero mai posta fino a quel momento, come magistrata: cos’è l’autogoverno e cos’è l’associazionismo. 

E le risposte più convincenti non le ho trovate dentro agli uffici in Tribunale, ma fuori, nei numerosissimi interventi che abbiamo fatto in questi mesi come magistrati nel cercare di spiegare i pericoli della riforma ai cittadini. Nello sforzo di raccontarci a chi non fa questo mestiere e di spiegare la nostra funzione e i nostri organi, mi pare di aver intravisto il tentativo di individuare e di provare a chiarire quella che è l’essenza costituzionale dell’autogoverno e dell’associazionismo. 

Il CSM come organo di garanzia, non come un mero organo di gestione del personale o un mero consiglio di amministrazione; come organo rappresentativo di idee su come si effettua il governo della magistratura e su come si organizza il servizio giustizia, non un freddo meccanismo di spartizione di nomine; come rappresentanza politica, non rappresentanza di interessi. 

L’associazionismo non come forma di protagonismo, ma come fattore di democratizzazione della magistratura, come strumento per formare la propria identità costituzionale e per compiere una presa di coscienza collettiva in ordine ai valori costituzionali che il giudice ha il compito di attuare e difendere. 

I gruppi associativi non come gruppi di potere, ma come gruppi di elaborazione di valori, di portatori sani di visioni della giustizia e dei suoi problemi, come libere associazioni di magistrati che si formano sulla condivisione di una concezione del sistema di giustizia e delle riforme da proporre, come elemento di crescita personale e professionale, sia individuale sia collettiva. 

In questi mesi ho poi visto superare quel vuoto richiamo all’apparenza di imparzialità, che ho sentito spesso nelle aule della SSM e che rischia di tradursi più che in imparzialità effettiva, in indifferenza: dovere di imparzialità che rimane principio cardine del nostro essere magistrati ma che non può rappresentare e non ha rappresentato il pretesto per stare in silenzio, soprattutto quando sono in gioco i valori fondanti del nostro Stato di diritto. Siamo usciti dai nostri uffici e abbiamo incontrato i cittadini per far capire che tutelare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura non significa difendere un nostro privilegio, ma significa tutelare proprio i cittadini e i loro diritti. 

Ho visto anche aprirsi al dialogo con l’avvocatura e con la comunità dei giuristi, nelle funzioni che ci accomunano di tutela dei diritti e di avveramento di quello che vuole la Costituzione. 

È grande la preoccupazione che credo tutti stiamo vivendo per il tentativo di modifica della nostra Costituzione, ma penso che la stagione referendaria mostri dei punti di luce per il futuro che non meritano di rimanere limitati a questo periodo. 

Non solo la voglia di tanti giovani, chi ancora in tirocinio, chi con pochi mesi di funzioni, di impegnarsi anche nella vita associativa e di spendere energie in questi mesi, senza timore alcuno, forti della consapevolezza di stare proteggendo la Costituzione. 

Non solo l’essersi aperti alla cittadinanza e alle associazioni e al dialogo con gli altri operatori del sistema giustizia. 

Penso anche che questi tentativi di spiegare ai cittadini l’essenza costituzionale del nostro sistema di autogoverno e della nostra vita associativa possano aiutare anche noi a generare un utile esame di coscienza su come vogliamo essere nel futuro. 

Innanzitutto, per una magistratura - soprattutto quella più giovane, che ha appena incominciato a svolgere questo lavoro - non indifferente al suo sistema di autogoverno. È vero che la materia dell’ordinamento giudiziario è complessa e per certi versi asistematica; non è affrontata nei mesi di tirocinio se non con riferimento alle modalità di scelta della sede; i canali di comunicazione non sono dei più cristallini. Ma non ha ragion d’essere la tentazione di vedere il CSM come un’entità distante dalla propria quotidianità lavorativa, nella prospettiva di un CSM non come difesa di una corporazione ma piuttosto come organo capace di conformare le scelte di organizzazione ai principi costituzionali e alle esigenze della giurisdizione. 

Poi, vivere l’associazionismo veramente come ricchezza, non come luogo per soddisfare le proprie micro-aspirazioni personali. Cioè la ricchezza di vivere questo lavoro non tanto e non solo in un’ottica individuale, ma nella prospettiva collettiva associata che – come insegna il Congresso di Gardone - diventa strumento per emancipare la figura del giudice da quella del burocrate funzionario di governo, nella consapevolezza della valenza politica dell’attività giudiziaria e della collocazione del giudice nella società. Con una SSM sempre più incentrata sul tecnicismo, con corsi densissimi di contenuti teorici ma spesso privi di una prospettiva culturale più ampia, la vita associativa può essere laboratorio culturale capace sia di dare risposte alla quotidianità del nostro lavoro sia di riempire di contenuto la funzione costituzionale del magistrato, in risposta ad una organizzazione giudiziaria che spinge sempre di più verso un’angoscia produttivistica e aziendalistica secondo una asettica logica di numeri, perché non è questo il fine del nostro lavoro. E mi rifiuto di pensare che il lavoro del magistrato si possa nascondere dietro la tranquillità di essere a posto con i numeri dei fascicoli da smaltire nell’anno.

La ricchezza anche di appartenere ad un gruppo, rispetto al quale si condivide la visione e gli ideali. È sotto gli occhi di tutti la narrazione che descrive i gruppi associativi come centri di potere utili solo a fare carriera, oggi amplificata come propaganda elettorale ma presente da tempo. Confrontandomi con i miei compagni di concorso, mi pare di aver intuito che è una narrazione che ha fatto breccia anche tra di noi, suggerendo il sillogismo per cui chi si iscrive ad un gruppo è solo perché vuol fare carriera, forse perdendo anche un po’ della propria indipendenza, quindi meglio non iscriversi per non cadere nel carrierismo e collateralismo, per non essere coinvolti in qualche gioco di correnti. 

Io la trovo una narrazione profondamente ingiusta. 

Un po’, per questioni anagrafiche. Nel 2019, quando scoppiò lo scandalo Palamara, avevo da poco finito l’università, ero tirocinante in Tribunale e stavo studiando per il concorso. E direi, come me, almeno un paio di migliaia di magistrati che sono entrati in magistratura nei concorsi successivi. 

Un po’ perché questa narrazione rischia di diventare una scusa per non impegnarsi verso quello che veramente dovrebbe essere, cioè un associazionismo senza potere, dentro o fuori da un gruppo, un associazionismo dove si parla di idee e valori, del nostro modo di essere magistrati, perché veramente, come scrisse uno dei nostri Padri Costituenti, «non sappiamo che farcene dei giudici di Montesquieu (…) fatti di pura logica. Vogliamo i giudici con l’anima, che sappiano portare con vigile impegno umano il grande peso di questa immane responsabilità che è il render giustizia»[2]

Credo che non esista altro modo per superare questa narrazione se non dando l’esempio, per far scoprire ricchezza di appartenere ad un gruppo come antidoto - si diceva ieri – perché la logica di servizio che deve essere alla base del nostro mestiere non venga contaminata da logiche di potere.

Già qualche anno fa Edmondo Bruti Liberati parlava della necessità di un soprassalto di natura etica e ideale e scriveva che spetta a tutti i magistrati, con uno slancio di tensione morale e di passione civile, garantire la genuinità del pluralismo associativo, con un rinnovamento etico profondo ancorato allo spirito del sistema costituzionale della magistratura[3]

Del resto, è lo spirito del sistema costituzionale della magistratura che abbiamo cercato di spiegare ai cittadini in questo periodo di stagione referendaria. Anche dopo il referendum, quale che sia l’esito, dobbiamo essere fedeli alle radici costituzionali del mestiere di magistrato, che nessuna riforma potrà mai scalfire.

E chi meglio può farlo se non Md, nell’orgoglio di sapere che non si parte da zero potendo contare su chi ci ha preceduto. Tra le cose che più mi hanno colpito di Md, oltre al suo impegno incessante per passare dai diritti scritti in Costituzione alla realizzazione in concreto della promessa contenuta in essa[4], è il suo essere “eresia”, per usare un termine che mi capita spesso di leggere nei saggi di QG che ripercorrono la storia di Md. Ramat, nel suo Un solo padrone[5] scriveva come «il significato etimologico di eresia è “ricerca”, “scelta”». E aggiungeva «ma per cercare e per scegliere è necessario lo stimolo della curiosità, il coraggio di essere curiosi»[6]

Credo che i tempi che ci aspettano necessitino tutto il nostro coraggio alla curiosità per sapere trovare le parole e gli strumenti per affrontare il futuro che verrà, anche in una prospettiva di autoriforma, ben ancorata all’unico padrone - per usare ancora una volta le parole di Ramat - «a cui dobbiamo ubbidienza: la Costituzione, i valori della Costituzione»[7]


 
[1] Lectio magistralis di Luigi Ferrajoli al XXII congresso di Magistratura Democratica, Roma, 1-3 Marzo 2019, in Questione giustizia online.

[2] P. Calamandrei, Giustizia e politica: sentenza e sentimento, in Processo e democrazia. Conferenze tenute alla facoltà di diritto dell'università nazionale del Messico, Padova, Cedam, 1954, pagg. 65-66.

[3] Cfr. E. Bruti Liberati, Il modello costituzionale di ordinamento giudiziario: Csm e associazionismo giudiziario, in AA.VV. Quaderno n. 34 a cura della SSM, Storia della magistratura e dell’associazionismo, 2024, pagg. 103 e ss.

[4] Cfr. E Cesqui, Le donne, la magistratura, la Sezione romana, in Questione giustizia online.

[5] Cfr. M. Ramat, Un solo padrone, in Questione giustizia online.

[6] Cfr. M. Ramat, cfr. supra.  

[7] Cfr. M. Ramat, cfr. supra.

[*]

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