Ho cominciato a giocare a pallacanestro nel 1967 con le Stelle Marine di Ostia insieme a mia sorella Emma. Lei aveva 12 anni, io 11 ed ero la più piccola del gruppo. Oggi di anni ne ho 70 e da molto tempo mi sono lasciata alle spalle la pallacanestro, ma non la memoria di quella storia, ricca di passioni, non solo sportive.
Tutto nasce attorno a un rettangolo di cemento a cielo aperto, circondato dal niente e sovrastato dalla cupola di una chiesa.
“Il campo”.
Io, Emma, Antonietta, Antonella, Bruna, Maria Grazia, Patrizia, Silvia, Marina, Maria Pia, Giuliana fummo le prime a iscriverci al gruppo femminile delle Stelle e a calcare il campo, allenate da un ragazzo poco più che ventenne, Nando, di cui, naturalmente, eravamo tutte innamorate. Lui giocava con i maschi, che avevano cominciato un paio d’anni prima di noi sulla terra battuta.
“Il campo” non aveva confini e non aveva muri. C’era posto per tutti, per chiunque avesse voluto partecipare. Senza distinzioni e senza esclusioni.
Nonostante fossi alta appena un metro e 60 centimetri – una “tappa”, come si diceva allora – mio padre volle a tutti i costi iscrivermi alla pallacanestro, insieme a Emma e a mio fratello piccolo, Chicco, perché era convinto che fosse lo sport giusto per farci crescere, non in altezza ma nella vita. Mio padre – al campo lo conoscevano tutti come “l’avvocato” - non era cattolico, a differenza di mia madre. Era comunista, ma non era affatto turbato dall’idea che i figli (che peraltro andavano a messa la domenica, come quasi tutti i ragazzi e quasi tutte le ragazze delle Stelle) si ritrovassero a giocare sotto la cupola di una chiesa, e con un prete come allenatore “in seconda”. Aveva capito che quello non era un prete qualsiasi, era Don Pucci, un amico, un padre, un fratello per tutti, sempre con un sorriso sornione e accogliente, sull’altare e sul campo dove, quando Nando non c’era, svestita la tonaca e rimboccate fino ai gomiti le maniche della camicia, si piazzava davanti a noi e ci insegnava i passaggi a due mani, a una mano, il piede perno… insomma, i fondamentali. Non quelli della chiesa. Non c’erano comandamenti ad accompagnare il nostro lavoro sul campo, se non quelli, laici, dello sport e di una comunità che voleva crescere nel segno del rispetto, della solidarietà, dell’inclusione, della giustizia, dell’uguaglianza, della pace. Che poi, certo, erano e sono anche i valori cristiani ma erano e sono anzitutto i valori della nostra Costituzione antifascista, e all’epoca erano molto sentiti tra noi giovani.
Infatti, con il passare degli anni, “il campo” diventò anche il luogo della più ampia discussione politica, del confronto e soprattutto dell’ascolto. Chi non sapeva, imparava. Il Vietnam, il Cile, la guerra fredda... Le nostre discussioni erano spesso animate, e Alvaro era il principale animatore, e costringeva anche i più pigri a ragionare, a esporsi e a prendere posizione, seduti sui mattoni impolverati del “muretto” attorno al campo.
Noi non avevamo paura della politica, semplicemente perché capivamo che la politica era la vita: la vita con cui misurarci, da cambiare e progettare.
Del resto, quelli erano gli anni 70, fecondi, contraddittori, turbolenti. Anni in cui finalmente il sentimento costituzionale si faceva strada - dopo il disfattismo del decennio precedente per mano dei governi DC - e che diedero alla luce riforme storiche: il nuovo diritto di famiglia, il divorzio, l’aborto, lo statuto dei lavoratori, la sanità pubblica, la chiusura dei manicomi, la riforma penitenziaria. Gli anni dell’emancipazione femminile, della parità salariale uomo/donna, delle minigonne e del “riprendiamoci la notte”. Poi, purtroppo, divennero gli “anni di piombo”, delle bombe sui treni, nelle piazze, nelle stazioni ferroviarie, dei morti ammazzati nelle strade, nelle case, nelle università. Una lunga scia di sangue che soffocò brutalmente quella rivoluzione culturale e politica.
“Il campo” non era una bolla.
Del resto, la prima regola dello sport – partecipare - è la stessa della politica. E noi, con le nostre idee, anche diverse e talvolta incerte, volevamo partecipare al miglior cambiamento del mondo, alla costruzione di un futuro compatibile con i “valori affettivi” consegnatici dalle madri e dai padri costituenti, non volevano lasciarlo nelle mani di altri. Perciò, via via che ci avvicinavamo alla maggiore età – scesa a 18 anni proprio in quel periodo – fremevamo per andare a votare. Noi eravamo orgogliosi di esercitare il diritto di scegliere, alle elezioni come ai referendum. E che eccitazione, alle politiche del 1976, per aver contribuito a raggiungere uno dei picchi di affluenza più alti della storia, il 93% dei votanti. E che emozione, per tanti noi, aver portato il Pci di Berlinguer al suo massimo storico, il 34,4%.
Poi, certo, si vince, si perde, si sbaglia: nello sport e nella vita, anche politica, funziona così, purché però si giochi la partita. Lo ha detto molto bene Janis Antetokoumpo, star del basket americano: «Nello sport non esistono fallimenti, ci sono giornate buone e meno buone e c’è sempre un passo da fare dopo un altro. L’unico fallimento è non giocare».
È la stessa regola della vita.
Noi l’abbiamo imparata al campo, e sul campo. Punto di riferimento esistenziale e politico, mai deserto affettivo, luogo fisico e sentimentale dove abbiamo vissuto ogni tipo di competizione.
Anzitutto sportiva. Ricordo il cuore che batteva a mille prima di leggere le convocazioni su un foglietto appeso con una puntina al portoncino della sede delle Stelle. Ricordo l’allegria delle trasferte, in treno, in macchina, per lo più in pullman dove esplodevano altri turbamenti, legati ai primi baci, alle carezze, all’amore. Un’educazione sessuo- affettiva formidabile (e pensate con quale carica ormonale poi si entrava in campo!). Ricordo le tensioni prepartita, la concentrazione in campo, la gioia delle vittorie e il dolore delle sconfitte. Indimenticabile la finale regionale allieve contro la favorita del torneo, la blasonata Juventus Roma. Finì 52 a 50 per noi, sul filo di lana, con due tiri liberi centrati da una ragazzina di 14 anni, che in quel momento imparò di sé cose che non conosceva ma che non avrebbe mai più dimenticato.
E ancora: le lacrime per il secondo posto nella finale nazionale allieve, a Pescia, contro il Geas di Sesto San Giovanni, giocata con una tachicardia taciuta a tutti, che avrebbe ammazzato un bue. Ma due anni dopo, ecco la gioia per aver costretto lo stesso Geas - stavolta in formazione serie A, capitanato dalla mitica Mabel Bocchi - ad attraversare il cancelletto d’ingresso di un campo di periferia a cielo aperto, per giocare una partita decisiva per la Coppa Italia con una squadra di promozione! Era il 25 aprile 1973, e perdemmo, naturalmente, ma fu una giornata memorabile, un 25 aprile di “resistenza” sportiva, sul campo. Dimostrammo di essere mature per la serie B. Che, infatti, conquistammo di lì a poco. Combattenti e generose, quel gruppo di ragazze ribelli spiazzava, in campo e nella vita.
E fu allora che conquistammo anche una palestra. Non più il cielo minaccioso sopra le nostre teste e il cemento duro e sconnesso sotto i nostri piedi, ma un tetto a ripararci dalle intemperie e un pavimento di linoleum ad attutire le cadute. Noi, però, ormai eravamo allenate sia alle intemperie che alle cadute.
“Il campo” ci ha aiutato, allora e dopo. Perciò è rimasto nei nostri cuori e ci ha fatto ritrovare sempre, anche quando ci siamo perduti.
Un luogo dell’anima, come si dice dei luoghi densi di emozioni, di esperienze, di ricordi. Un luogo sentimentale, perché lì abbiamo allenato soprattutto i nostri sentimenti, di qualunque natura. Una “palestra” politica come ce ne vorrebbero oggi, in giro per questo Paese che stenta a fare comunità nel segno della Costituzione.
Se la memoria è il motore della vita, la mia è passata anche da lì, da quel rettangolo in cui un gruppo di giovani donne e di giovani uomini ha saputo costruire una comunità vera sulla base di valori condivisi. Questo è stato il nostro punto di forza, la marcia in più della nostra vita. Sicuramente della mia.
Testo del discorso tenuto in occasione del 60esimo anniversario del gruppo sportivo Stelle Marine di Ostia Lido