Magistratura democratica
Magistratura e società

Un ricordo (molto personale) del prof. Luigi Mariucci

di Alberto Piccinini
avvocato del Foro di Bologna, giuslavorista

La scomparsa del grande giuslavorista è anche l'occasione per ripercorrere le trasformazioni del diritto del lavoro

Non intendo parlare dei meriti scientifici di Luigi Mariucci: altri, ben più titolati di me, lo faranno, e comunque per lui parlano i suoi scritti. Mi limiterò quindi a ricordi personali.

In teoria i nostri destini professionali non avevano motivo di incontrarsi: lui, accademico puro, non aveva mai esercitato la professione di avvocato (sarebbe stato un ottimo avvocato…), attività svolta dal sottoscritto con altrettanta esclusività.

Ci univa, però, la stessa convinzione che, con il nostro lavoro, potessimo svolgere quella “militanza politica” che aveva caratterizzato la nostra giovinezza, e avevamo entrambi individuato nel diritto del lavoro un terreno che ci consentiva di poterlo fare “dalla parte dei più deboli”.

E così il giovane professor Mariucci negli anni ottanta fu, con Stefania Scarponi, consulente delle FIOM di Bologna, per poi divenire autorevole membro della Consulta Giuridica nazionale della CGIL (insieme con Massimo d’Antona, Giorgio Ghezzi, Piergiovanni Alleva, Amos Andreoni, Franco Carinci, Giuseppe Ferraro, Mario Giovanni Garofalo, Massimo Roccella, per citarne solo alcuni), costituita nel 1987 anche per elaborare “il punto di vista” tecnico-giuridico della CGIL. Il suo contributo, sempre caratterizzato da un costruttivo spirito critico, è stato essenziale, in particolare, nello studio della rappresentanza in azienda e della democrazia sindacale, che ha poi portato all’accordo interconfederale   del 1993 sulle RSU.

Ed indubbiamente la legislazione dell’inizio degli anni novanta ha risentito del lavoro della Consulta: si pensi alla legge 108 del 1990 in materia di licenziamenti individuali; alla procedura disciplinata dall’art. 47 della legge 248 del 1990 in materia di trasferimento d’azienda o di ramo d’azienda (per la cui violazione il terzo comma prevede l’automatica  sussistenza della condotta antisindacale); alla legge 146 del 1990  di regolamentazione degli scioperi nei servizi pubblici essenziali (che nella ricerca di un equilibrio tra i diversi beni costituzionalmente garantiti in gioco , ha comunque contenuto istanze politiche  che avrebbero voluto una maggiore invasività della legge nel comprimere l’esercizio del diritto di sciopero);  alla legge 223 del 1991, finalmente attuativa della direttiva comunitaria in materia di licenziamenti collettivi,  con una procedura che valorizza ampiamente il ruolo del sindacato; alla legge 421 del 1992 (fortemente voluta da Massimo d’Antona) che imbocca la strada della privatizzazione  del pubblico impiego.

La passione per la politica ha portato Luigi Mariucci a importanti incarichi amministrativi, come quello di consigliere e assessore regionale in Emilia Romagna (presidenti Bersani ed Errani) o consulente del sindaco di Bologna Cofferati, ma senza fargli dimenticare il diritto del lavoro: ed infatti ha contribuito all’elaborazione sia delle quattro leggi di iniziativa popolare della CGIL del 2002-2003, sia della Carta dei diritti universali dei lavoratori e delle lavoratrici dal 2015-2016.

Nel suo lavoro di ricerca il  giuslavorista  Mariucci ha sempre mantenuto la barra del timone in una precisa direzione, e questo  non poteva non metterlo in conflitto (ovviamente dialettico) con il suo amico e collega Marco Biagi, divenuto nel 2001  consulente del Ministro del Welfare Roberto Maroni, con l’incarico di elaborare la riforma del mercato del lavoro. 

Il 19 marzo 2002 era stata indetta   un’assemblea nel quartiere San Donato di Bologna contro l’attacco all’art. 18 dello Statuto dei lavoratori che il Governo Berlusconi intendeva portare avanti con un disegno di legge: pochi giorni dopo, il 23 marzo, ci sarebbe stata -  promossa dalla CGIL -  la più grande manifestazione nazionale che la città di Roma abbia visto dal dopoguerra, con la partecipazione, dicono, di tre milioni di cittadini. 

Tra di firmatari del documento di convocazione dell’assemblea di Bologna c’era Luigi Mariucci, e ricordo ancora il suo lucido e appassionato intervento. Perché Luigi, oltre a padroneggiare una scrittura chiara e al tempo stesso profonda, era dotato di una straordinaria capacità di parlare “a braccio” in pubblico, forse ereditata dal suo maestro Federico Mancini. 

Durante quell’assemblea ci arrivò la notizia dell’assassinio di Marco Biagi, avvenuta quella sera stessa sotto la sua abitazione. Sconcertati, interrompemmo la nostra riunione e ci recammo, tutti, in via Valdonica ad esprimere la nostra solidarietà e per sottolineare l’abisso che separava la nostra non condivisione dei progetti che venivano portati dal governo Berlusconi (che, spurgati della riforma dell’art. 18, sarebbero poi stati, strumentalmente, chiamati legge Biagi) dalle pratiche criminali portate avanti dalle sedicenti Brigate Rosse.

Dieci anni dopo, modifiche peggiorative alla disciplina dei licenziamenti sarebbero state apportate dal “governo tecnico” di Monti con la legge Fornero e, ancor più, pochi anni dopo ancora, da un governo guidato da Matteo Renzi, allora segretario del partito a cui Luigi era iscritto, il PD. 

L’opposizione di Luigi Mariucci al Jobs Act è stata senza tentennamenti, comportando la sua uscita dal partito, ma non certo facendo venir meno la voglia di continuare le sue battaglie anche nel fronte della politica del diritto.

E così, come quarant’anni fa avevamo avuto rapporti di stretta collaborazione quando lui era consulente della FIOM ed io facevo (già) parte dello studio legale di riferimento della CGIL, negli ultimi anni, in cui era anche libero dagli impegni universitari per raggiunto “pensionamento”, avevamo rafforzato i contatti e condiviso molte iniziative.

In particolare Gigi (così veniva chiamato dagli amici, e lo eravamo in qualche modo diventati, pur senza frequentarci), come il suo amico Umberto Romagnoli, aveva aderito con entusiasmo all’associazione Comma2, costituita nel 2017 ( www.comma2.it) e composta prevalentemente – ma non esclusivamente – da giuslavoristi, tutti comunque “pro labor”: era forse quello l’approdo naturale del suo lungo percorso umano e professionale. 

Ha partecipato alle nostre assemblee a Ca’ Vecchia, e condiviso opinioni e progetti; ha introdotto, come sempre con toni brillanti, il convegno nazionale di Comma2 e MD su Un diritto del lavoro costituzionalmente orientato tenutosi a Bologna nel marzo 2018. Una volta finito, ci siamo ritrovati tutti in osteria a mangiare e bere: esistono video – rigorosamente secretati – che lo riprendono ad accompagnare, canticchiando, giudici (che non nomineremo) muniti di microfono.  

A sua moglie Clara aveva recentemente detto che la cosa più triste di chi muore da “molto anziano” è di non lasciare agli altri nemmeno il rimpianto. Gigi non è morto “molto anziano” e le tantissime persone che sono andate - mascherate e distanziate - sabato 12 dicembre al cimitero della Certosa a salutarlo, commuovendosi per le parole dell’amico Gian Guido Balandi, dimostrano che ha lasciato, oltre al rimpianto, indelebili ricordi.

Vorrei concludere con una osservazione, che potrebbe apparire dissacrante ma che Gigi, con il suo spirito ironico, forse apprezzerebbe (o apprezzerà, a seconda delle convinzioni religiose di chi legge): il giorno in cui è morto Maradona si era sparsa nel mondo dei giuslavoristi la falsa notizia anche della morte del professor Mariucci, che si sapeva ricoverato in ospedale a Bologna; e  invece ha tenuto duro ancora per due settimane,  confermando quanto amasse la vita e  mollando solo il giorno in cui è morto Paolo Rossi. 

Si vede che il suo destino era quello di andarsene insieme con un campione, da campione qual era.

15/12/2020
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