Magistratura democratica
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Referendum: all’origine di un “insuccesso democratico”

di Mario Serio
professore di Diritto Privato Comparato presso l'Università di Palermo, Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Non sempre la situazione meteorologica è solo influenzata dagli eventi atmosferici, come tali sottratti al dominio umano. Può accadere, infatti, che l'allegoria climatica serva a descrivere il rapporto diretto tra l'azione dell'essere umano e gli effetti sistemici che essa è in grado di produrre.

L'esperienza del referendum confermativo di una legge di revisione costituzionale, non in materia di Giustizia ma, di scissione di un organo di rilevanza costituzionale quale il Consiglio Superiore della Magistratura conferma che un'azione umana vorace, impietosa, insensibile alla visione generale può produrre gravi sconquassi istituzionali e tempeste solo placabili mediante l'esercizio di azioni umane eguali e contrarie necessitate più in funzione difensiva che reattiva.

Prendere a pretesto una pretesa contrarietà a qualsiasi processo riformatore per imporne uno all'insegna delle tappe forzate ed escludendo il confronto si è rivelato catastrofico per chi lo ha perpetrato ma ha anche causato una lesione dell'equilibrio su cui dal primo gennaio 1948 si regge la comunità nazionale. Non che questa si fondasse soltanto sull'appartenenza di giudici e pubblici ministeri ad un unico ordine o che postulasse semplicemente l'insostituibilità di un dato sistema di formazione del CSM.

Piuttosto, l'equilibrio esistente, inteso come senso della misura e rispetto di una collaudata architettura non immodificabile ma nemmeno esposta al rischio del rovesciamento unilaterale, implica che ogni sua delicata modificazione non sia preceduta e seguita dallo scherno e dalla denigrazione, quasi si trattasse di vittoriosi talismani. La mancata percezione che ad una prospettiva di modifica occorra associare il dialogo, la ricerca comune, la comprensione della rilevanza della tradizione nel tessuto sociale porta drammaticamente con sé un mutamento di registro sotto forma di totipotenza sprezzante.

Immaginare che la forza numerica possa prevalere su quella degli argomenti serenamente discussi con ogni componente socio-politica-istituzionale-professionale inevitabilmente condanna all'insuccesso democratico e comporta un inutile e dannoso dispendio di energie umane e materiali nonché un lungo corteo di lacerazioni nella comunità. Il risultato referendario ha sancito, prima ancora che quella della sostanza della riforma, la sconfitta netta ed irreparabile del traumatico criterio scelto per attuarla.

E' un bene che questo sia stato l'epilogo di una breve ma dilaniante stagione. Non è, tuttavia, il tempo dell'esultanza quanto quello dell'umile e paziente raccolta dei cocci vanamente sparsi per la ricostituzione razionale e lungimirante di un vaso che sappia contenere l'armonia collettiva e la fedeltà al documento che ha soppiantato i cascami del ventennio con un nuovo edificio solido ed arioso.

25/03/2026
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