Magistratura democratica
Magistratura e società

Magistrati e democrazia

di Giuseppe Maria Berruti
commissario CONSOB, già presidente di sezione della Corte di cassazione

In una fase nervosa della vita pubblica come quella che stiamo attraversando, nella quale si tenderebbe a far coincidere l’indipendenza del giudice con il suo mutismo o peggio ancora con la sua ipocrisia, si deve invece operare perché il contributo del giudice al dibattito sia limpido, comprensibile, consapevole della realtà che va a comporre, e, semmai, chiarificatore delle fasi e dei ruoli giudiziari in corso.

1. La partecipazione dei magistrati, come singoli o come categoria rappresentata, alla politica intesa come contenuto della democrazia è permanente tema della democrazia stessa. Si atteggia, e si affronta, ogni volta, come questione tipica di una specifica democrazia costituzionale. Quella italiana, dunque, con tutti i suoi caratteri e la sua mutevolezza. È, insomma, tema politico che non si risolve sempre allo stesso modo. Ma, sempre  in considerazione del fatto che la  giurisprudenza, e la magistratura che insieme agli avvocati e nel contesto degli studiosi la produce, sono instrumentum regni. Servono a governare un patto di vita associata dentro una comunità giuridica. Dunque la giurisprudenza per prima, è politica.

La democrazia che viviamo, è oggi diversa da quella del dopoguerra. Diversissima da quella che, sempre nel secolo scorso, ha caratterizzato la rinascita economica prima, e quindi il cammino verso una considerazione globale degli interessi e dei problemi. La democrazia italiana oggi affronta una inesplorata pandemia, e si pone, perché così vogliono milioni di elettori, il tema dei pieni poteri del governo ovvero dei limiti alla sovranità parlamentare.

In questo quadro, cui intendo solo accennare, si colloca oggi il tema della magistratura professionale, voluto dalla Costituzione italiana, e quindi della sua indipendenza, reale ed apparente, e dei limiti alla sua partecipazione al dibattito democratico.

La qualità del ragionamento politico generale oggi è molto bassa. L’insulto, l’offesa, l’aggressione personale sono costanti. La falsificazione della tesi avversaria è prepotente e nelle discussioni risulta molto spesso determinante, direi vincente, il peso dei libri non letti. Dunque intervenire con efficacia richiede anzitutto pazienza. La pazienza della politica, anche da parte di chi non fa politica.

I magistrati, allora. Io credo che i grandi temi delle democrazie viventi e di quella italiana in particolare non possono essere ignorati con la scusa ipocrita della indipendenza dalla politica. Anzi, proprio in una  fase nervosa come quella che stiamo attraversando, nella quale si tenderebbe  a far coincidere l’indipendenza del giudice con il suo mutismo o  peggio ancora con la sua ipocrisia, si deve invece operare perché il contributo del giudice al dibattito sia limpido, comprensibile, consapevole della realtà che va a comporre, e, semmai, chiarificatore delle fasi e dei ruoli giudiziari in corso.

Il recente referendum, o meglio il referendum di recente celebrato, quello del sì o no alla riduzione del numero dei parlamentari, è stata a mio avviso una occasione in gran parte perduta. Mi sarebbe piaciuto molto leggere, o comunque conoscere, di chiarimenti sicuramente in parte giuridici ma quindi soprattutto consapevoli del dilemma democratico proposto da un referendum, che avessero operato verso una funzione unificatrice della consultazione stessa. Senza odi, sconosciuti alla giurisdizione.

Entrambe le posizioni erano legittime e sostenibili. Al di là delle sciocchezze sui costi, sui risparmi e simili, sarebbe stato interessante sentire da parte dei magistrati, interpreti della volontà del Parlamento espressa con la legge, che in alcun modo si doveva affrontare il tema come rifiuto del Parlamento stesso. E che anzi il referendum, proprio per la assoluta legittimità delle posizioni contrapposte doveva essere inteso comunque e con qualunque esito come sviluppo del vigente quadro costituzionale. Ho letto pochi interventi capaci di legittimare queste posizioni politiche sul piano, appunto, costituzionale. Non ricordo di aver letto molti interventi di magistrati tendenti anzitutto a rappresentare ed a mantenere uno strumento costituzionale come il referendum confermativo, che, rammento a me stesso, segue ad un voto del Parlamento, e dunque dentro il sistema di interpretazione e di applicazione della legge di cui il magistrato è cardine.

A mio avviso la mancata legittimazione della tesi non condivisa è stata un’occasione perduta, che certamente non ha aiutato in un momento nel quale la credibilità anzitutto tecnica e quindi comunque professionale dei magistrati, è, per ragioni che non esamino, bassa.

2. La partecipazione del giudice al dibattito democratico è certamente da difendere, anzi da sospingere. Anche come palestra, come esercizio democratico per il magistrato stesso, e Dio sa se di questo esercizio i magistrati hanno bisogno. Io credo che ragionare per spiegare, chiarire, quali sono le ragioni del sistema di cui il magistrato è sicuramente esponente e partecipe, imponga uno sforzo di consapevolezza della realtà nella quale la decisione giudiziaria, di qualunque contenuto , va a cadere. Una realtà nella quale sicuramente a torto, ma in ogni caso, al giudice che parla l’opinione pubblica non toglie mai la toga di dosso.

Del resto, nel mio modo di leggere la Costituzione, che non considero certamente unico, l’indipendenza è un peso in più per il magistrato, che richiede sempre l’esercizio di una specifica sensibilità verso ciò che comunque, anche a torto, da lui ci si attende. Il giudice non può essere inconsapevole della realtà che lo circonda. Poi decide come la sua scienza e la sua professionalità gli impongono. Ma deve interpretare sempre fatti, cioè pezzi di vita di una realtà che si muove. Perché la sofferenza non è tolta dalla esattezza di una decisione.

Vi è oggi, in più, sul cuore di tutti noi ma soprattutto sulla intelligenza che deve guidarci, la spaventosa realtà del Covid. Che sta riducendo il grado di socialità della nostra vita.

La socialità, che è anzitutto carattere dell’umanità, è essenza della democrazia. Non c’è democrazia senza comunicazione e libertà della comunicazione, senza libertà di manifestare il pensiero, senza libertà di dire in modo segreto ciò che si ritiene in conversazioni private, senza che la rappresentanza politica non sia essa per prima consapevole di questa socialità. Pensiamo alla democrazia del lavoro, fatta di conoscenza praticamente diretta ed immediata da parte del lavoratore di ciò che accade nella sua comunità di lavoro. Sta cambiando. Pensiamo al sindacato, che ha oggi sicuramente minori strumenti di conoscenza di ciò che la massa dei lavoratori ritiene. Perché gli incontri, tra i lavoratori e con i lavoratori, sono più difficili. Al momento le comunicazioni che sostituiscono la socialità personale corrono il rischio di dare luogo alla  somma di singole posizioni, non alla sintesi. Quella che nasce dallo scontro, oltre che dall’incontro. Quella che nasce dalla relazione industriale compiutamente dispiegata.

Questo comporta il rischio di uno scivolamento del sindacato da corpo intermedio della democrazia costituzionale a soggetto che decide. Che decide certamente nell’interesse dei lavoratori. Ma con  un grado di socialità minore. Il rischio di autoreferenzialità e quindi di una  democrazia del lavoro per così dire guidata, è molto grande. Il ruolo dei giuristi in generale è fondamentale. Il ruolo dei giudici è quello di chiarire, di spiegare. Perché no, di prendere posizione rispetto a questo tipo di esigenza.

3. Tutto quello che accade in una democrazia deve essere discusso democraticamente. Non esistono, per quanto difficili e per quanto specialistici, argomenti che non possono essere discussi in modo democratico. Anche attraverso l’umiltà, la pazienza, dell’esperto, di far capire ciò che egli ha studiato. Ecco, il magistrato ha anche questa possibilità, oggi. Entrare in modo civile nel dibattito. Imporre, con il proprio comportamento le regole del ragionamento collettivo, che sono quelle dell’ascolto dell’altro e quindi della considerazione delle sue ragioni. Per giungere poi, anche attraverso un contrasto, ad una sintesi consapevole. Questo è democrazia liberale. Questo è democrazia della nostra Costituzione. Altrimenti è cosa diversa. E la cultura del magistrato cioè la cultura della camera di consiglio, del dubbio, del confronto, della soluzione consapevole di andare a comporre per l’appunto un pezzo di giurisprudenza, dunque di governo reale ed immediato delle cose, non solo può soccorrere, ma deve  essere messa a disposizione di chi fa altri mestieri.

Soprattutto può rassicurare anche un’opinione pubblica confusa che ha bisogno comunque di una certezza per rimanere democratica: quella dell’attendibilità dei giudici pur nelle loro diversità, chiarite e spiegate come tali, capaci di rendere effettiva, storica, la legge.

Ho fatto il magistrato. Oggi faccio, per la Repubblica, altre cose. Dunque non mi permetto di insegnare ai giudici il loro dovere. Tanto meno mi sogno di indicare i miei tempi come quelli del Paradiso in terra. Esprimo invece, con forza, e grande rispetto, lo stesso bisogno di certezza che ho attribuito all’opinione democratica.

13/10/2020
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