Le sentenze nn. 68 e 69/2025 ovvero dello strabismo della Corte costituzionale
Il contributo propone una riflessione critica sul divieto di procreazione medicalmente assistita post mortem nell’ordinamento italiano, a partire da una recente decisione della Corte d’Appello di Firenze. Attraverso il confronto tra pratica clinica e disciplina giuridica, si analizzano il trattamento del consenso riproduttivo, le tensioni con i principi costituzionali di autodeterminazione personale e tutela della salute, nonché l’isolamento dell’Italia nel panorama comparato. Il divieto viene letto come scelta di politica del diritto che incide concretamente sui corpi, sulle donne e sui progetti di vita.
Il ricorso sottoposto alla Corte europea dei diritti dell’uomo concerne l’annullamento della trascrizione dell’atto di nascita di un minore, nato in Italia nel 2018 a seguito di procreazione medicalmente assistita (PMA) praticata all’estero, nella parte in cui risultava menzionata la madre d’intenzione, ossia la partner della madre biologica, partecipe del progetto genitoriale. Invocando l’art. 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, la ricorrente lamenta la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare, ritenendo che l’annullamento della trascrizione, intervenuto a distanza di oltre cinque anni dalla nascita, abbia comportato la perdita del legame giuridico di filiazione che univa il minore alla madre d’intenzione, nonché un’incertezza protratta sulla sua identità personale e familiare.
La pronuncia si colloca in un momento di profonda trasformazione del diritto di famiglia, chiamato a confrontarsi con modelli di filiazione che non coincidono più con lo schema tradizionale biologico e che, tuttavia, chiedono riconoscimento e protezione sul piano giuridico.
A breve commento della sentenza n. 96/2025 della Corte costituzionale