Articoli di Lorenzo Tombelli
Il contributo analizza il ruolo delle ventuno donne elette all’Assemblea costituente nel 1946, ricostruendone il percorso politico e civile dalla Resistenza alla partecipazione ai lavori costituenti e alla successiva attuazione dei principi costituzionali. L’analisi evidenzia il rapporto tra esperienza antifascista, conquista della cittadinanza politica e costruzione di una concezione sostanziale dell’eguaglianza, nella quale la piena emancipazione femminile viene considerata parte integrante del progetto democratico della Repubblica. Particolare attenzione è dedicata al contributo delle Costituenti alla formulazione degli artt. 3, 29, 30, 31, 37 e 51 Cost., nonché al dibattito sull’accesso delle donne alla magistratura e al rapporto tra lavoro, autonomia economica, famiglia e maternità. Il contributo mette, inoltre, in luce la distanza tra l’innovazione dei principi costituzionali e la loro successiva attuazione legislativa, evidenziando il carattere della Costituzione quale progetto aperto di trasformazione sociale. In questa prospettiva, il “cammino liberatore” evocato da Teresa Mattei diviene la chiave di lettura di un percorso che, dalla Resistenza alla Costituente e dalla Costituente alla Repubblica contemporanea, continua a interrogare l’effettività dell’eguaglianza e della libertà.
Il saggio analizza criticamente la proposta di separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente, esaminandone le implicazioni sul piano costituzionale e processuale. Partendo dall’esperienza della Costituente e dal principio di unità della magistratura, si evidenzia come la riforma non riguardi soltanto la distinzione funzionale tra giudice e pubblico ministero, ma influisca sul luogo dell’indipendenza dell’azione penale e sull’equilibrio tra potere politico e giurisdizione. Si discutono inoltre le conseguenze sistemiche della duplicazione del Consiglio Superiore della Magistratura, la concentrazione del potere disciplinare e la gestione delle priorità investigative, mostrando come tali misure possano, se isolate, indebolire l’autonomia del pubblico ministero, la forza della difesa e le garanzie costituzionali fondamentali, rischiando di compromettere l’effettivo equilibrio tra accusa, giudizio e difesa nel processo penale italiano.
L’articolo ricostruisce il pensiero giuridico di Giacomo Matteotti, ponendo al centro la sua elaborazione in materia penale e processuale come anticipazione di un autentico diritto penale costituzionale. Dalla Recidiva del 1910 alle riflessioni sul processo penale, emerge una visione del diritto punitivo quale limite e non espressione del potere: un diritto “della misura”, radicato nella dignità della persona e nella razionalità della pena. In aperta opposizione al positivismo autoritario e alle tendenze emergenti dello Stato penale, Matteotti concepisce la legalità non come formalismo ma come garanzia sostanziale, e il processo come luogo di libertà, in cui la giustizia si realizza attraverso la forma. L’articolo mostra come questa visione anticipi il costituzionalismo repubblicano e mantenga oggi una forza critica intatta: nel tempo delle emergenze e della politicizzazione del penale, la lezione matteottiana invita a interrogarsi sui limiti morali e democratici del potere punitivo. Che cosa resta del diritto penale quando la democrazia ha paura? La risposta, suggerisce Matteotti, è nella misura: solo un diritto penale che si autolimita può essere davvero giusto.
Il contributo analizza criticamente l’art. 43 del decreto-legge n. 36/2022, che ha istituito un Fondo ristori per le vittime italiane dei crimini commessi dalle forze armate del Terzo Reich, anche alla luce della sentenza n. 159/2023 della Corte costituzionale. L’Autore si interroga sulla tensione tra il diritto alla verità delle vittime e l’esigenza di evitare la “tribunalizzazione” della storia, riflettendo sul ruolo del processo come spazio di giustizia simbolica e memoria collettiva nei casi di crimini storici internazionali.
Il presente elaborato trae spunto dalle recenti pronunce della Corte costituzionale e affronta il problema dei rapporti tra il diritto penale e le questioni legate al c.d. fine vita; concentrandosi, in particolar modo, sulle fattispecie di aiuto o istigazione al suicidio e omicidio del consenziente
Il contributo nasce dalle riflessioni dell’autore sul concetto di laicità nell’ordinamento italiano, con particolare riferimento alla giurisprudenza sull’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche e sull’esposizione del crocifisso nei luoghi istituzionali.