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Intervento del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Perugia Sergio Sottani per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 2026

di Sergio Sottani
procuratore generale presso la corte d'appello di Perugia

Mi unisco ai saluti ed ai ringraziamenti oggi formulati e, nella certezza di esprimere il pensiero dei colleghi dell’ufficio e dei Procuratori che mi affiancano, li estendo a Lei, Signor Presidente, ed ai gentili ospiti. 

Il mio più sincero apprezzamento per l’alta professionalità manifestata dal personale di magistratura, amministrativo, di polizia giudiziaria e delle forze dell’ordine di questo distretto.  

Dal bilancio, complesso ed articolato, dell’anno giudiziario, diffusamente esposto nella relazione scritta, emerge il dato allarmante della recrudescenza di reati quali il traffico di sostanze stupefacenti, violenza di genere nonché furti in abitazione, oltre ad un diffuso aumento delle condotte violente “da strada”.

La sicurezza, intesa come tutela dell’ordine pubblico e del decoro urbano, rappresenta un bene essenziale per la collettività.

I “pacchetti sicurezza” che ciclicamente vengono approvati ed annunciati rappresentano tuttavia la testimonianza più chiara della difficoltà di affrontare i problemi nella loro complessità.  

Si tratta di reazioni al malessere sociale spesso impulsive, non sempre rispettose dei canoni minimi di coerenza, ragionevolezza e razionalità giuridica.  

Al contrario, il processo penale viene appesantito da garanzie sempre più sofisticate, quali ad esempio l’interrogatorio preventivo nel sistema cautelare, che finiscono per essere realmente fruibili soltanto dai soggetti forti e meglio difesi.

Il risultato è un diritto penale dell’insicurezza, ricco di raffinate tutele difensive per “i privilegiati”, rigorosamente inflessibile per “gli esclusi”.

La percezione di insicurezza rischia di essere alimentata da narrazioni securitarie che erigono un muro cognitivo tra la realtà e la propaganda.  

Nel maggio scorso il Procuratore distrettuale perugino, con la sua autorevolezza, è intervenuto pubblicamente per raffreddare il dibattito sullo stato della sicurezza pubblica nel capoluogo regionale.

Anche in materie delicatissime, come la violenza di genere e la criminalità minorile, sembrano prevalere una logica panpenalista e un approccio rigidamente carcerocentrico, venati da populismo giudiziario e perenne emergenzialismo.

La recente legge sul femminicidio, approvata nel dicembre scorso, costituisce un segnale positivo di rara convergenza parlamentare, ma non risolve alcune legittime perplessità sull’impianto giuridico, anche se, finalmente, nel Codice penale compare in maniera espressa il termine “donna”, mentre in precedenza si rintracciava esclusivamente il sintagma «donna incinta».  

Un passo significativo, ma che rivela il ritardo culturale di un sistema penale in cui tuttora si adopera il termine “uomo”, per qualificare la vittima del reato di omicidio, e permane il paradosso della declinazione al maschile della vittima del reato di mutilazione degli organi genitali femminili. L’attività delle Procure del distretto in questi anni è stata particolarmente attenta in materia di violenza di genere, anche se notevoli risorse vengono sottratte da formalità procedurali che si risolvono in adempimenti meramente burocratici.  

Ciò nonostante, nell’anno in esame in Umbria si sono registrati tre femminicidi, in due dei quali l’autore del reato si è ucciso subito dopo il fatto.  

Per raggiungere l’effettiva parità di genere, l’aumento delle pene o l’introduzione di nuove fattispecie criminose non supplisce alla necessità di interventi strutturali per favorire l’occupazione femminile, che registra tassi inferiori alla media europea, l’aumento di asili nido, le politiche di sostegno alla maternità, diverse da meri interventi assistenziali, l’educazione sessuale ed affettiva nelle scuole.

Viviamo in una stagione segnata da una sorta di bulimia del crime. Un’ossessione per il fatto di cronaca, un’ansia collettiva di spettacolarizzazione del processo penale.

Per questo va ribadita l’importanza di aver creato, come uffici requirenti, due Osservatori: uno sul linguaggio degli atti giudiziari e l’altro sulla informazione giudiziaria.

Parlare di violenza, di genere o minorile, è doveroso; farlo con termini accurati è indispensabile per evitare derive morbose o effetti di emulazione.

Cresce la preoccupazione per gli episodi di violenza tra minorenni, spesso accompagnati dall’uso delle armi.

La violenza sembra ormai una modalità comunemente praticata di comunicazione giovanile e si manifesta col bullismo on line, risse di strada, aggressioni verbali e fisiche.  

Fino a raggiungere esiti tragici come nel caso dell’omicidio di un ventitreenne, avvenuto nell’ottobre scorso nel parcheggio di una facoltà dell’ateneo perugino.

È fondamentale promuovere percorsi educativi e di supporto psicologico, anche per far comprendere le opportunità ma anche i pericoli del web, drammaticamente testimoniati dall’episodio del suicidio di un diciannovenne, avvenuto a Perugia un anno fa.

Con la locale Università questa Procura Generale ha instaurato un progetto per analizzare i processi penali che hanno coinvolto i minorenni al fine di comprenderne le dinamiche criminali, le collocazioni territoriali, le motivazioni sociali, i contesti ambientali e le caratteristiche personologiche.

Rimane alta l’attenzione nei confronti del pericolo di infiltrazioni mafiose, per cui sono stati aggiornati e perfezionati i protocolli delle Procure del distretto.

In argomento, potrebbe rivelarsi proficua la collaborazione con il Commissario Straordinario per la ricostruzione al fine di realizzare avanzati strumenti predittivi di contrasto all’eventuale tentativo di utilizzo illecito, da parte di organizzazioni mafiose, dei fondi post sisma 2016.

Numerose sono le iniziative adottate in questo distretto per adempiere al ruolo del Pubblico Ministero, quale organo di giustizia che agisce per l’interesse pubblico al rispetto della legalità in settori delicati: diritto di famiglia, capacità genitoriali, affidamento della prole, procedure concorsuali, trattenimento degli stranieri irregolari, esecuzioni penali.

Inoltre, si sono adottate innovative verifiche statistico ponderali degli esiti dei dibattimenti penali per razionalizzare l’utile esercizio dell’azione penale.  

Tutto ciò nella fondata convinzione che l’attività del Pubblico Ministero, anche nella veste di “parte” nel processo penale, non è mai espressione di “cattivismo” giudiziario né di punitivismo a trazione mediatica.

Sul fronte dell’innovazione tecnologica, il distretto umbro rappresenta un’eccellenza nazionale, come di recente ulteriormente sancito dalla circostanza che questa Procura Generale è l’unico ufficio requirente di secondo grado coinvolto dal CSM sulla ricognizione dei progetti realizzati in questi anni in tema di Intelligenza Artificiale.

La tecnologia è la spina dorsale della giurisdizione, indispensabile per ottenere una giustizia efficiente e rapida.

La giustizia, tuttavia, non è mai indifferente ai valori e ai fini.

Alla prospettiva di una magistratura collaborativa, innocua, silenziosa, docile, si oppone l’art. 1 della nostra Carta fondamentale secondo cui la sovranità appartiene sicuramente al popolo, ma nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Ai fautori della sovranità popolare senza limiti, va ricordato quel pericoloso precedente di quasi duemila anni fa, con la pubblica condanna alla crocefissione.  

Sembra un tratto antropologico italiano l’intolleranza verso i controlli, la paura della firma, il desiderio delle “mani libere”.  

Ma senza le verifiche esterne resterebbero solo l’“amichettismo” ed il familismo amorale.

Proprio per rafforzare i controlli, nel giugno scorso è stato sottoscritto un accordo di collaborazione tra la Procura Regionale della Corte dei conti e le Procure del distretto.

I protocolli stipulati dagli uffici inquirenti con diversi soggetti istituzionali testimoniano una responsabilità condivisa e la volontà di un linguaggio comune.

Va sottolineato il rapporto di stima e collaborazione in questo distretto con il mondo forense, con cui spesso si è registrata una comunanza di vedute e si sono condivisi progetti, come in materia carceraria.  

Le differenti opinioni, sempre legittime anche se a volte in radicale contrasto, non devono erigere muri, ma fungere da scintilla che accende il confronto delle idee.

Pure la magistratura ha diritto di esprimere il proprio pensiero, purché nel rispetto della continenza espressiva, della rigorosa immagine di imparzialità, del ripudio delle lusinghe mediatiche e politiche. La magistratura non è una entità amorfa e monolitica.

Nel 1957 il giudice Dante Troisi fu condannato in sede disciplinare da un collegio straordinario, istituito su iniziativa del Ministro e composto esclusivamente da giudici togati.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, pur previsto nella Costituzione, ancora non era operativo. Andrea Camilleri, nella prefazione al libro di Troisi, Diario di un giudice, ricorda che un membro del Tribunale ammise candidamente di non aver letto il libro e di non avere intenzione di farlo: la sentenza era già scritta.

Dava fastidio la descrizione, dall’interno della corporazione, di una magistratura che non era animata dal comprensibile dubbio di essere inadeguata al suo delicato magistero, ma soffriva l’ansia di non soddisfare le aspettative dei superiori.

In questi settant’anni la magistratura, requirente e giudicante, è profondamente cambiata grazie alla comune cultura dell’unitarietà della giurisdizione ed alla garanzia di indipendenza, fornita dall’appartenenza ad un unico CSM.  

La magistratura ha progressivamente conquistato la sua autonomia non solo in virtù del dettato costituzionale, rimasto intatto, ma grazie al funzionamento ed alla struttura dell’organo deputato a garantirla.

Oggi, la magistratura vive il disagio di una crescente pressione burocratico-efficientista e l’inconveniente, tutt’altro che trascurabile, di essere continuamente esposta alla gogna degli odiatori seriali.

La denigrazione della magistratura si ammanta spesso di demagogia più che di autentica critica: non sfiora nemmeno le argomentazioni alla base delle decisioni, ma si limita a bollare come inaccettabile qualunque provvedimento che non soddisfi i propri censori. Non è il ragionamento a essere contestato, ma il semplice fatto che il verdetto non piace.   

Accuse generiche e quindi inevitabilmente infondate che trovano sporadici emulatori pure nella nostra mite Regione, ma il cui consolidato civile tessuto istituzionale è in grado di isolare.

Nella lunetta che sovrasta il portone di ingresso di questo storico edificio giudiziario, ove oggi celebriamo la solenne cerimonia, vi è allegoricamente raffigurata una donna, con ai piedi la scritta «Giustizia signora delle virtù».  

In epoca successiva, nell’iconografia del tardo medioevo, quello sguardo sarebbe stato occultato con una benda, per significare la capacità della Giustizia di non farsi influenzare da fattori esterni.  Fasciatura, però, che rischia di tramutarsi nella deliberata cecità operativa descritta da Brant nella “nave dei folli”, quella Giustizia che non vede perché non vuole vedere.

Il padre del costituzionalismo moderno e del pensiero liberale affermò che «non c’è libertà se il potere giudiziario non è separato dagli altri».  

Tre secoli dopo, in un libro di una quindicina di anni fa, un opinionista ha scritto che «Un potere giudiziario indipendente e non corrotto è molto più importante del potere politico derivante da un voto di maggioranza».

L’autonomia e l’indipendenza della magistratura non sono un privilegio di categoria, ma un caposaldo di democrazia.

Rappresentano, ora più che mai, un valore al servizio del principio costituzionale di uguaglianza di tutte le persone di fronte alla legge.

Sono un bene prezioso che non si difende con volatili proclamazioni di principio, ma che si fonda su solide e coerenti architetture costituzionali.

A conclusione di queste riflessioni, si chiede che venga dichiarato aperto nel distretto dell’Umbria il nuovo anno giudiziario 2026.

24/02/2026
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