Magistratura democratica
Magistratura e società

Fatmata, la camelia appena svezzata. Un monologo

Filippo Lupo
avvocato del foro di Rimini

Sono arrivata al molo Favaloro poco prima che nascesse l’alba del 16 maggio 2026. 

A Lampedusa il sole sorge verso le 5 del mattino. 

Mi chiamo Fatmata e sono nata un mese fa a Dabou, un piccolo paese che si trova a poca distanza dal versante sud della Costa d’Avorio; mi hanno fatto salire su una piccola imbarcazione, un po’ sgangherata, partita da un porto locale, insieme a mia mamma e alla mia sorellina di 8 anni. 

Mio padre non è potuto partire con noi, perché è gravemente malato e non avrebbe sopportato la durezza della navigazione. Io, invece, sono salita su quel barcone, perché – nonostante i miei pochi giorni di vita – per me è stato sognato un futuro migliore. 

Mia mamma si chiama Jasmine, che significa “grazia” e deriva dal nome del gelsomino, che è proprio un fiore aggraziato e soave. Io, invece, mi chiamo Fatmata, che vuol dire “piccola camelia appena svezzata”. Sono ancora molto piccola e non mi hanno ancora svezzato; spero che tra qualche mese lo potranno fare. 

Quando siamo salite sulla barca, mia mamma era cosparsa di lividi e di ferite. Ma i suoi lividi non si vedono, perché la nostra pelle è così scura che è nera più del nero. Ma, anche se non si vedono, quei lividi le fanno male ogni volta che la sua pelle sfiora quella di qualcun altro. 

Neppure le sue ferite si vedono, perché si nascondono tra le pieghe della pelle; ma, ogni volta che la sabbia del deserto o il sale del mare lambiscono quelle non cicatrizzate, il dolore si fa acuto come il grido sinistro dell’avvoltoio che volteggia tra la sterpaglia e le dune polverose. 

Su quella barca eravamo in tanti, e a ogni onda che la prua incontrava, braccia incontravano altre braccia, gambe incontravano altre gambe e tempie incontravano altre tempie. Un dolore silenzioso del quale nessuno osava lamentarsi: eravamo fortunati, noi che fuggivamo dalla guerra e dalla fame, mica come gli altri – poveretti – che sono rimasti là a fare i conti con la carestia… 

E già…i lividi ci sono anche se non si vedono. E fanno male; fanno male sul corpo e pure nella memoria, perché fanno tornare alla mente le percosse subite…i bastoni duri…i legni sulle costole…chissà perché ad ogni latitudine di questo strano mondo, ogni volta che qualcuno la pensa in modo diverso, viene maltrattato…è strano, poi, che si venga maltrattati soprattutto quando si ha semplicemente la colpa di essere poveri… 

Noi lo siamo, eppure so che mia madre e mio padre hanno sorriso di gioia quando la mia sorellina ed io siamo nate. La mia sorellina si chiama Aisha, che nella lingua araba significa “piena di vita”. È bellissima: ha due occhi splendenti e le unghie delle manine e dei piedini colore della madreperla. Non mi abbandona un attimo: quando la mamma si assopisce per qualche minuto, è lei a tenermi in braccio e a rassicurami con il suo respiro regolare. 

Il viaggio è stato lungo e faticoso. 

Durante il giorno le onde erano alte e gli spruzzi gelati dell’oceano si infilavano fin dentro le ossa. Di notte il mare era più calmo, ma la ferocia del freddo ci accompagnava senza tregua anche sotto il chiarore delle stelle…l’Orsa Maggiore…il Carro…chissà dov’erano gli dei, in quelle notti profonde che i poeti cantano senza sapere davvero dove si annida il dolore? 

La luna si alzava imponente dentro il sipario incolpevole di quel cielo buio come la pece e rischiarava il mare lugubre e spaventoso che gorgogliava sotto i nostri piedi e i nostri corpi, separato da noi unicamente da malconce assi di legno che avevano solcato quella tratta chissà quante volte e con quanti disperati, come noi o più di noi … perché c’è sempre qualcuno che è più disperato o più povero di te…

Da mangiare non c’era quasi più nulla dopo tre giorni…da bere neppure: sentivo la mia sorellina piangere per la fame e per la sete, e mi sentivo quasi in colpa mentre io succhiavo l’ultimo latte dal vuoto del seno materno. 

Eppure, anche mentre singhiozzava, Aisha mi teneva sempre la mano nella sua. 

Dopo poco meno di una settimana di navigazione, due uomini che erano al comando della nostra barca malridotta – alla vista di un lembo di terra che si profilava all’orizzonte – sono saltati su un motoscafo veloce che ci aveva affiancati e sono fuggiti via, lasciandoci soli, con il puzzo della nafta di quella barca veloce che disegnava di olio bollente una striscia argentata nel mare gelato, prima di scomparire alla vista… 

Il mare colore del vino, dicevano gli antichi: quegli stessi antichi che predicavano l’ospitalità come dovere sacro e che avevano narrato la nascita di una parte importante dell’occidente dalle gesta di un profugo proveniente da Troia, il figlio mano nella mano ed il vecchio padre sulle spalle. 

Già…proprio così. 

Abbiamo vagato alla deriva per alcune ore, in balia dei venti che soffiavano, ora da un lato, ora dall’altro. Le donne e gli uomini che erano accanto a noi erano bollenti di febbri e madidi di sudori ghiacciati. Nessuno aveva più neanche la forza di lamentarsi, perché anche per lamentarsi e per piangere servono energie. Lì sopra nessuno ne aveva. 

L’alba non si era ancora sollevata dalla linea lontana del mare a est. Ma il cielo, d’improvviso, si è colorato di due lame di luce blu; le lame andavano e venivano, ad intermittenza, specchiandosi sulla tavola nera del mare. La schiuma di qualche maroso si inebriava di bianco e di blu, prima di frangersi sulla prua della barca e farsi sentire ghiacciata, come la notte stellata appena trascorsa. 

Avevo il vestitino inzuppato…il sapore salmastro dell’acqua marina, misto a quello del cherosene, mi inumidiva le labbra, facendomi presto dimenticare il dolce del latte materno da poco ricevuto. 

Alcuni uomini in divisa e berretto bianco ci presero. Uno ad uno. Con guanti di lattice e visi dolenti. 

Erano alti, belli. La pelle bianca. 

Ci avvolsero in una strana coperta che pareva di plastica. Sottile, croccante, di colore dorato. Sembrava l’oro delle collane che gli uomini ricchi indossano al nostro paese. Gli altri, a stento, indossano un vestito a coprire i corpi devastati dal sole e dalla fatica. 

Durante il trasbordo sulla barca degli uomini vestiti di bianco caddi in acqua, ma non mi sembrò di avere più freddo di quanto ne avessi provato nei lunghi giorni di viaggio. 

Mi prelevarono dopo qualche minuto, nel preciso istante in cui i primi raggi di un sole tiepido si facevano vedere dietro la linea indistinta dell’orizzonte. Tra le mani guantate di un ragazzo abbronzato, in divisa e berretto bianchi, sembravo – o forse ero – una piccola bambola di pezza, di quelle che le bambine mostrano orgogliose recitando, ancora inconsapevoli, il ruolo di madre. 

Senza sapere ancora quanta fatica, quanto dolore e quanto peso quel ruolo comporti. 

Tra le sue mani calde parevo ancora più fredda, e ogni momento lo diventavo sempre di più. 

«Sta perdendo conoscenza» – gridò d’improvviso il tenente di vascello Rosario Caruso. Trentasette anni di età e duemila morti nel mare di Lampedusa alle sue spalle. Figlio di pastori lampedusani, conosceva la sacralità della vita, lui, siculo erede del sacro dovere greco e della genesi romana. 

Quel grido squarciò il silenzio dell’alba incipiente. 

Il molo di Favaloro era a neppure un miglio, ma pareva che non si arrivasse mai. Ma già si scorgevano le palme alte, gli scogli appuntiti e i gozzi dei pescatori alla fonda. 

«Più veloce, Morabito, più veloce per Dio, cazzo!» – gridò il tenente in direzione del marinaio alla plancia. 

Morabito aveva sentito mille e mille volte quella voce e per altrettante volte aveva compreso che in quella imprecazione c’era tutta la rabbia cristiana per quel Dio assente: il Dio assente delle piaghe d’Egitto, il Dio assente delle pesti, il Dio assente dell’olocausto e il Dio assente – quello moderno – delle stragi del mare. 

«Chi è come te tra i muti?» – pensò tra sé Morabito … ed era una bestemmia. 

Il 4 luglio prossimo al molo Favaloro arriverà il Papa; allo stesso molo, prima lingua di terra dopo così tanto mare blu e nero da toglierti il respiro, era già venuto – qualche anno fa – un altro Papa. Si chiamava Francesco, come quel santo che parlava agli animali; quello di oggi si chiama Leone. Cambiano i nomi di chi rappresenta la cristianità, ma qui a Lampedusa di cristiano è rimasto ben poco. 

Il nuovo Papa non mi potrà abbracciare, non mi potrà tenere in braccio e non mi potrà baciare sulla fronte…fanno così i Papi con i bambini…fanno così di solito…sono le immagini che proiettano le televisioni, mentre la pubblicità reclamizza un succulento cibo per gatti… 

Con me non lo potrà fare; tutt’al più potrà venire a vedere quel che rimane di me. Un mucchietto di ossa sepolte sotto un cumulo di terra aspra della terra lampedusana che – isola dell’isola – mi ha visto morire di freddo, prima che l’alba del 16 maggio 2026 scaldasse con il suo tepore le coste di un occidente che – oramai – ci accoglie solo per darci insensata sepoltura.  

Mi chiamavo Fatmata ed ero nata poco più di un mese prima a Dabou, un piccolo paese che si trova a poca distanza dal versante sud della Costa d’Avorio; il mio nome significa “piccola camelia appena svezzata”. 

Mi chiamavo Fatmata e, purtroppo, la mia mamma non mi svezzerà, costretta invece a piangermi in terra straniera. 

Che strani i nomi: ci illudono, ci promettono un futuro, ci offrono la garanzia di una chimera. Ma i nomi sono illusori e beffardi, ipocriti e violenti: come gli uomini … 

Chissà se almeno Aisha, la mia sorellina, potrà mantenere fede al suo nome: “piena di vita”. 

Un giorno lo saprò, quando la sua mano terrà di nuovo la mia, come quella notte sul barcone, in un paradiso – quale che sia – lontano dall’inferno del mondo. 

F.L.

In memoriam 

13/06/2026
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