Magistratura democratica
Leggi e istituzioni

Tutela del lavoro ed appalti (se l’illiceità garantisce il lavoratore più della liceità)

di Roberto Riverso
giudice del lavoro Tribunale di Ravenna
Come la precarietà, in cui è avvolta la condizione dei lavoratori oggi, ha influenzato anche la questione della regolamentazione del lavoro negli appalti
Tutela del lavoro ed appalti  (se l’illiceità garantisce il lavoratore più della liceità)

La questione della regolamentazione del lavoro negli appalti (qui sotto il profilo della tutela del credito di lavoro) è di grande attualità, perché dimostra in modo plastico, come spesso e volentieri la precarietà con cui è stata avvolta la condizione dei lavoratori, in modo particolare nel nostro Paese, non deriva da situazioni oggettive necessitate ed invalicabili (la globalizzazione, la competitività, ecc.) come troppo spesso meccanicamente si sostiene.

Ma da opinabilissime scelte politiche. E dai rapporti di forza (e culturali) che le sorreggono.

Infatti la tutela dei crediti da lavoro dei dipendenti di un appaltatore è andata peggiorando e scemando nel corso degli anni, a partire dal 2003. Man mano che è andato aumentando il loro impiego all’interno di processi produttivi frammentati che prevedono il ricorso sempre più massiccio a catene di appalti e subappalti.

L’art.29 del d.lgs. 276/2003 (c.d. Legge Biagi) ha abrogato la più corposa garanzia della parità di trattamento e della solidarietà del committente in vigore fin dal 1960 per gli appalti interni; ed aveva previsto in suo luogo una blanda garanzia di solidarietà del committente per i soli appalti di servizi (e non di opere), non estensibile neppure ai casi di appalti connessi ad un trasferimento di ramo d’azienda.

La normativa è stata poi assoggettata a plurime modifiche (se ne contano almeno sei) fino ad oggi.

L’assetto che ne risulta delinea un regime processuale speciale e spiccatamente derogatorio rispetto ai principi generali, un regime che essendo sbilanciato a favore del committente incide profondamente sull’effettività della stessa tutela pur delineata sulla carta; col rischio di vanificare del tutto la garanzia della retribuzione affermata nell’art.36 della Costituzione come fondamentale presupposto di salvaguardia della dignità della persone. Insomma, nell’assicurare un giusto equilibrio tra il diritto del lavoratore a non subire effetti pregiudizievoli dalla scissione del processo produttivo (ovvero dalla separazione della combinazione datore di lavoro-beneficiario finale della sua prestazione) e l’interesse dell’impresa committente a non essere frenata nella spinta al decentramento e ad investire in intermediazione di manodopera; l’ordinamento sembra aver preferito, ancora una volta, la convenienza di tipo economico legata a quest’ultimo interesse.

Con effetti di scadimento complessivo del lavoro e di deresponsabilizzazione nella selezione di controparti contrattuali serie, che offrano cioè garanzie di un’attenta e responsabile gestione dei rapporti di lavoro anche sotto il profilo della sicurezza del lavoro (essendo l’affidabilità del datore di lavoro la prima vera tutela preventiva per la salute di un lavoratore impiegato in un appalto ).

Dunque, anzitutto in conseguenza dell’abolizione della parità di trattamento, la responsabilità del committente è stata ristretta ai soli crediti aventi natura retributiva e non investe quelli aventi natura risarcitoria; e tanto meno le tutele a carattere normativo che attengano cioè alle condizioni di svolgimento del rapporto di lavoro nella sua azienda (inquadramenti, ferie, permessi, diritti sindacali, orari, ecc. ).

Talchè succede spesso che lavoratori che operano fianco a fianco condividendo lo stesso rischio abbiano condizioni retributive e normative molto differenti. Per agevolare il committente di un appalto, l’azione del lavoratore risulta ancora scandita non già dai termini di prescrizione soggetti ad interruzione (come quelli previsti in generale nel codice civile), ma da un breve termine di decadenza (prima di un anno ed ora biennale) decorrente dalla fine dell’appalto. Termine che diviene di soli 60 giorni se l’azione del lavoratore fosse intesa a far emergere l’illiceità dell’appalto.

Sul piano processuale, inoltre, sempre in funzione di alleggerimento della posizione del committente, è stato imposto al lavoratore dalla l. Fornero n. 92/2012 l’obbligo di agire in giudizio contemporaneamente nei confronti del datore di lavoro e del committente (c.d. litisconsorzio necessario).

Un obbligo che devia marcatamente dai secolari principi in materia di obbligazioni solidali, negando – in tutto l’ordinamento solo per il lavoratore – la ragione d’essere stessa della stessa solidarietà, l’ubi consistam della quale risiede nella facoltà accordata al creditore di agire in via autonoma nei confronti del creditore di sua preferenza.

La previsione rischia così di complicare l’effettività della tutela stabilita per il credito del lavoratore, costretto a convenire in giudizio insieme col committente un appaltatore o un sub appaltatore che il più delle volte, non è minimamente solvibile (e che spesso rimane contumace nel giudizio), tant’è che non è riuscito a corrispondergli nemmeno le retribuzioni.

Succede di frequente in tale genere di cause che in corso di giudizio intervenga il fallimento del datore convenuto, sicchè il giudice del lavoro adito dovrebbe interrompere il giudizio per poi riprendere l’excursus processuale in seguito alla sua riassunzione.

Qui si suggerisce però la più corretta e funzionale interpretazione della separazione della domande svolta nei confronti del committente rispetto a quella svolta nei confronti del datore da devolvere al tribunale fallimentare; come avverrebbe in una normale vicenda di solidarietà tra condebitori, in cui le domande rimangono sempre scindibili.

Non c’è necessità che al giudizio nei confronti del committente partecipi quindi il curatore: e ciò sia perché da una parte il giudice fallimentare non potrebbe mai conoscere della domanda nei confronti del committente in bonis. Mentre dall’altra, il datore fallito non potrebbe più stare nel giudizio di lavoro neanche a mezzo del curatore (ché non può stare in due giudizi davanti a due giudici diversi sulla medesima questione). Se mai il lavoratore riuscirà ad ottenere una condanna di pagamento del committente di un appalto, egli non potrà però escuterlo, agendo esecutivamente nei suoi confronti.

Perché il committente potrà sempre paralizzare questo diritto eccependo, già in sede di cognizione, il c.d. beneficium excussionis ovvero l’obbligo di agire preventivamente in via esecutiva nei confronti del datore insolvente, ed il più delle volte fallito. L’azione esecutiva nei confronti del committente potrà essere iniziata solo dopo e nei limiti dell’infruttuosa esecuzione dell’appaltatore.

Se poi si pensa che la tutela prevista dalla legge è stata pure resa derogabile ed ulteriormente limitabile dalla contrattazione collettiva nazionale ed aziendale, si deve convenire che la tutela del lavoratore impiegato in un appalto appare quindi oltremodo defatigante ed irta di ostacoli, ai limiti dell’irrazionalità (ex art. 3, 1 e 2 commi Cost.) e del paradosso. Si pensi a tale proposito che alla fine, in conseguenza di tutti i limiti introdotti nell’ordinamento, il lavoratore impiegato in un appalto illecito (privo dei requisiti di legge) potrebbe essere tutelato meglio di un lavoratore che lavora nell’appalto lecito. Infatti non solo il primo potrà agire in giudizio senza molti degli ostacoli prima indicati, ma soltanto lui potrà ambire a tutti i trattamenti applicati dal suo vero utilizzatore (anche se committente in un appalto) ed estendere la responsabilità del committente in relazione a profili o a disparità di trattamento che emergano nell’ambito del medesimo contesto organizzativo, anche in relazione alla contrattazione collettiva applicata dal committente.

20/01/2015
Altri articoli di Roberto Riverso
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
Il salario minimo nel quadro comparato

L’esperienza straniera in tema di salario minimo: i casi di Svezia, Germania e Regno Unito 

11/05/2022
Licenziamento disciplinare illegittimo per tardività della contestazione: quale tutela?

Un recente provvedimento del Giudice del lavoro di Ravenna riapre la discussione sulle sanzioni per il licenziamento disciplinare illegittimo per la tardività della contestazione degli addebiti, pur dopo l’arresto della Cassazione a Sezioni Unite del 2017

06/05/2022
Lavoro povero e salario minimo
a cura di Carlo Sorgi

Note a margine del convegno promosso da Magistratura democratica e dall’Associazione Comma 2 svoltosi presso la Corte di Cassazione il 25 marzo 2022

01/05/2022
Strumenti informatici e corrispondenza privata in una sentenza della Cassazione sull'art. 4 dello Statuto dei lavoratori

Il tema dei cd. controlli difensivi ha impegnato per anni dottrina e giurisprudenza e si ripropone anche con il nuovo testo dell’art. 4 della L n. 300/70 Statuto dei lavoratori, complicato dall’uso generalizzato nelle attività aziendali di dispositivi informatici, dati in dotazione ai lavoratori. L’intreccio tra disciplina dei controlli a distanza e tutela della privacy è stato oggetto di alcune sentenze emesse dal Giudice di legittimità all’esito di una udienza tematica. Su una in particolare si sofferma l’articolo, cogliendo l’occasione per osservazioni di carattere più generale. 

29/04/2022
Dall’operaio massa al lavoratore digitale: quale modello per un nuovo Statuto? Riflessioni a partire da un recente Volume per il cinquantenario della legge del 1970

Un recente volume, a carattere interdisciplinare, La Dignità del lavoro. Nel cinquantenario dello Statuto (a cura di P. Passaniti), Franco Angeli (2021), offre contributi importanti per una riflessione ricostruttiva con finalità prospettiche sul modello regolativo adottato nel 1970, sulla sua perdurante attualità e su quanto possa essere rilanciato nel mondo produttivo di oggi (e soprattutto di domani) ad altissima densità tecnologica. 

09/04/2022
La tutela del lavoratore e la prescrizione dei contributi previdenziali, tra norme espresse ed esigenze di sistema

Sostenere - come fa la sentenza della Cassazione n.5820/2021 - che la denuncia del lavoratore e dei suoi eredi, con effetto di raddoppio del termine di prescrizione dei contributi previdenziali, da 5 a 10 anni, siccome testualmente previsto nel comma 9, dell’art.3 della legge 335/1995, “a decorrere dall’1.1.1996”, non si riferisca ai medesimi contributi, ma a quelli precedenti all’entrata in vigore della legge (il 17 agosto 1995), implica un ragionamento tortuoso e difficile da accettare; tradisce il significato letterale e la struttura sintattica della norma; annichilisce il valore sistematico che la disciplina della prescrizione dei contributi è destinata ad assolvere nell’ordinamento, anche (e prioritariamente) nei confronti del lavoratore che, dalla sua maturazione, subisce la perdita della tutela costituzionale imprescrittibile.

29/03/2022
Più di un morto al minuto

Il lato oscuro della prossima kermesse iridata: i mondiali in Qatar sono un affare per tutti ma hanno un costo in vite umane che non era stato preventivato. I migranti sono le vittime silenziose del clima inospitale e del sistema della kefala

25/02/2022
L’ILO e il rispetto dei diritti umani e del lavoro nelle catene globali di subappalto

Il XXI secolo vede le filiere globali e locali di subappalto di beni e servizi affermarsi sempre più numerose e diversificate, con frequenti violazioni di diritti umani e del lavoro. La comunità internazionale e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro sono chiamate ad affrontare una questione cruciale per la giustizia sociale, la pace e la democrazia.

23/12/2021