Magistratura democratica
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Le organizzazioni criminali e il traffico di migranti*

di Giovanni Salvi
Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Roma

Ringrazio la Pontificia Accademia delle scienze sociali per l’opportunità che mi è data di condividere con un così qualificato uditorio l’esperienza di procuratore di Catania, nel periodo in cui quel distretto fu raggiunto da quasi i due terzi dell’intero flusso migratorio via mare.

Ieri, invitato dalla presidenza olandese, ho potuto rappresentare questa difficile realtà nel Consultative Forum of European Prosecutors General della Commissione europea ed Eurojust, tenutosi all’Aia. È questa la ragione per la quale non ho potuto partecipare a tutte le sessioni di questa Cumbre e me ne scuso.

Come contributo ai lavori consegno la presentazione (LEGGI QUI) che ho reso ieri e nella quale ho descritto, con maggiore ampiezza rispetto a quanto oggi possibile, l’impegno delle Procure e dei giudici italiani [1]. Per punire le organizzazioni che trafficano migranti è stato necessario costituire gruppi specializzati di pubblici ministeri, emanare direttive alla polizia giudiziaria, raggiungere accordi operativi con la Marina militare e le altre forze navali, far sì che sulle unità in mare vi fosse un team di polizia giudiziaria. È stato necessario, soprattutto, elaborare strumenti giuridici adeguati alla novità e alla gravità della sfida.

Ha detto poco fa il rappresentante argentino che ogni vita conta. È giusto. È un principio etico irrinunciabile. Ma solo i procedimenti della Procura di Catania nel trienni 2013/2015 hanno riguardato oltre 2.000 tra morti e dispersi, numero la cui vera entità non conosceremo mai. A questa sconvolgente realtà l’Italia, la sua autorità giudiziaria, le sue forze di polizia hanno reagito conseguendo risultati che non esito a definire straordinari. Centinaia di trafficanti sono già stati condannati, nelle corti di Lecce, Reggio Calabria, Catania, Palermo, Siracusa, Ragusa, Agrigento e in altre città.

Punire gli scafisti è un obbligo giuridico, imposto dalla legge. Punire i trafficati è anche un dovere politico e morale. Cercherò di spiegare perché.

Il mondo è attraversato da colossali migrazioni, dovute a cause complesse: dai cambiamenti climatici ai conflitti militari, etnici e religiosi che determinano crescenti instabilità in aree sempre più vaste. Queste migrazioni hanno soprattutto una direzione sud-sud, orizzontale, e causano a loro volta enormi problemi nei Paesi già in grave difficoltà, che confinano con le aree a rischio. Una parte, certamente non la maggiore, di questi flussi giunge in Europa, dove genti che fuggono la persecuzione e la guerra cercano di trovare asilo e dove coloro che fuggono la miseria sperano di trovare un domani migliore.

Questi flussi sono governati da organizzazioni criminali. Esse trattano i migranti non come “beni”, come spesso si dice, ma come oggetti di scarso valore. La domanda per ottenere un posto sui mezzi diretti verso le coste del mediterraneo è talmente alta e il prezzo che questi migranti, ultimi tra gli ultimi, possono pagare è talmente basso che agli occhi dei trafficanti il valore economico del singolo è irrilevante.

Ciò spiega le condizioni terribili del viaggio via terra che devono affrontare coloro che provengono dalla fascia centro-africana, prima di raggiungere le coste della Libia.

È documentato che i migranti sono maltrattati per massimizzare il profitto in ogni momento del viaggio via terra.

Una volta giunti sulle coste libiche, essi sono chiusi in baracche sotto sorveglianza di milizie brutali, a volte bastonati fino alla morte.

Dalla Libia vengono poi fatti salire su imbarcazioni non in grado di tenere in mano. Vecchi pescherecci o gommoni costruiti per portare mercanzie lungo i fiumi e non per affrontare lunghe traversate in mare aperto.

La Procura distrettuale di Catania, insieme alle altre del distretto che si affacciano sul mare, Siracusa e Ragusa, si pose come obiettivo la punizione degli organizzatori del traffico.

Questo obiettivo è imposto dalla legge, che prevede come grave reato l’organizzazione del traffico di migranti.

Punire i trafficanti è però anche un impegno politico: la capacità di rendere costoso un traffico che altrimenti assicura grandi profitti senza rischi reali fa sì che i cittadini europei comprendano la gravità del fenomeno e accettino di accogliere i migranti come vittime del traffico, quali essi sono. Pensate che i cittadini siriani che hanno cercato rifugio in Europa tramite la via che porta in Italia dalla Turchia e dal Libano hanno pagato nel 2014 tra i 4.000 e i 6.000 dollari per ogni singolo passaggio via mare (oltre a quanto pagato per arrivare sulla costa). Poiché in Italia nel 2014 sono giunti circa 50.000 siriani, è facile comprendere quale sia l’enorme guadagno che le organizzazioni criminali possono ottenere.

Questi guadagni si estendono anche ai Paesi europei, dove l’accoglienza e l’assistenza rischiano di divenire un fruttuoso business, che ha fatto dire a un esponente di rilievo della catena italiana della “solidarietà”, poi arrestato per averne tratto profitto illecito, che con i migranti si guadagna più che con la droga.

Punire è anche un imperativo morale. Noi magistrati del pubblico ministero siamo abituati a vedere cose orribili, tutti i giorni, e forse per questo rischiamo di diventare cinici. Vediamo bambini abusati, donne violate, persone uccise nei modi più brutali. Eppure è difficile, anche per noi, osservare impassibili centinaia di uomini, donne e bambini affrontare ogni minaccia e sofferenza, privarsi di ogni bene, per raggiungere la meta di una vita degna di essere vissuta.

Migliaia di migranti sono morti in queste settimane nel Canale di Sicilia. Il 18 aprile dell’anno passato almeno 700 persone sono morte quando il peschereccio nel quale erano stati stivati, senza possibilità di scampo, si è capovolto. Centinaia di persone sono state uccise nel settembre 2014 al largo di Creta, quando si ribellarono ai trafficanti e il barcone fu fatto volontariamente affondare.

Negli anni 2013/2015 sono stati raggiunti importanti risultati nell’identificare e perseguire i responsabili delle organizzazioni criminali. In questo lavoro è innanzitutto emersa la questione della giurisdizione nazionale in alto mare. I trafficanti, infatti, avevano escogitato un sistema che consentiva loro di massimizzare i profitti e di rendere minimi i rischi di essere arrestati: essi utilizzavano grandi imbarcazioni che trainavano barche più piccole. Ben al di fuori delle acque territoriali (anche a 150-200 miglia) i migranti venivano fatti salire su barche più piccole e insicure. Venivano quindi abbandonati e messi in gravissimo pericolo. Il barcone più grande tornava in Egitto per prendere altri migranti e ricominciare i viaggi. 

Le procure della Repubblica italiane hanno affermato che queste modalità di traffico erano punibili per la legge italiana anche se i trafficanti restavano fuori delle acque territoriali. Le Navi Madre sono state sequestrate e gli equipaggi arrestati. E stata chiesta l’estradizione dei capi delle organizzazioni egiziane. Ciò si è basato sulla Convenzione delle Nazioni Unite di Palermo contro il crimine transnazionale e il suo Protocollo aggiuntivo contro il traffico di migranti, sulla Convenzione di Londra che impone agli Stati l’obbligo di soccorso in mare, sulla Convenzione di Montego Bay sul diritto di ispezione delle Navi in alto mare. Questa impostazione è stata ritenuta giusta dalla Suprema Corte di cassazione ed è stata positivamente valutata dalle Nazioni Unite.

La drammatica crisi libica ha ora cambiato le modalità operative delle organizzazioni criminali. Queste organizzazioni sono, per loro natura, opportunistiche e hanno subito approfittato della mancanza di un potere statuale effettivo in Libia. Le nuove modalità di traffico sono ancora peggiori di quelle del 2014/2015. Vi è la concreta possibilità che organizzazioni terroristiche traggano profitto dal traffico. Le rotte del traffico di migranti cominciano ad essere utilizzate anche per il traffico di esseri umani. Inoltre i trafficanti caricano oltre ogni limite le imbarcazioni, già non in grado di tenere il mare. Così causano la morte di centinaia di persone, nonostante l’impegno della Marina militare italiana, che affianca la missione europea EUNAVFORMED con una missione volta esclusivamente al salvataggio: Mare Sicuro.

La nuova situazione pone seri problemi alla possibilità di ottenere risultati effettivi nella punizione dei responsabili. La presenza di Navi militari di diverse Nazioni europee nei pressi della costa libica, impegnate nella missione EUNAVFORMED, pone con forza sempre maggiore la necessità di un effettivo coordinamento ai fini giudiziari, sin dal primo intervento in mare.

La condivisione delle informazioni raccolte, anche ai fini della ricerca degli assets delle organizzazioni criminali e del contrasto del riciclaggio dei profitti, si scontra con la persistenza di sistemi giuridici e istituzionali diversi, che difficilmente dialogano tra loro.

La maggior parte del traffico si svolge poi in zone ove non è possibile alcuna cooperazione giudiziaria o di polizia con lo Stato coinvolto. Si pone quindi il problema della sussistenza di crimini contro l’umanità e della possibilità di perseguirli da parte della Comunità internazionale.

Punire i responsabili di questo traffico è un imperativo morale per riaffermare che ogni essere umano è fine a se stesso e non può essere considerato un oggetto di profitto.

Punire i migranti per il solo fatto di migrare non ha invece alcun fondamento e può avere conseguente negative, spingendolo verso la clandestinità.

La clandestinità è il luogo ove il migrante si trasforma il più delle volte nella vittima dello sfruttamento intensivo, sia nella prostituzione che nel lavoro nero. È molto preoccupante ciò che sta avvenendo in Libia, ove l’instabilità del Paese sta consentendo di utilizzare la rotta della migrazione per il traffico di esseri umani, soprattutto giovani donne destinate alla prostituzione.

Il respingimento (refoulement) è contrario alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, come affermato in più occasioni dalla Corte. Un’effettiva valutazione, in tempi brevi, della sussistenza delle condizioni che legittimano la protezione internazionale è però indispensabile per assicurare a coloro che ne hanno diritto di poter avviare una nuova vita nel luogo che essi desiderano, liberandoli dal limbo in cui sono costretti a vivere, e di dare in tempi brevi la risposta negativa a coloro che questo diritto non hanno.

La nostra esperienza in questi anni, nella quale abbiamo potuto punire molti trafficanti, ci ha insegnato che la pressione migratoria è così forte che non vi è alcuna risposta definitiva: chiusa una porta se ne apre immediatamente un’altra.

È dunque necessario che il discorso politico sulla migrazione tenga conto del suo carattere strutturale. Si tratta di un’emergenza quotidiana destinata a durare. È forse un ossimoro ma ben rappresenta la realtà. Utilizzare strumentalmente le legittime preoccupazioni dell’opinione pubblica è molto pericoloso e innesca reazioni che non è detto saranno sempre controllabili. È dunque indispensabile che il discorso politico sia sempre razionale. Ciò è possibile senza che si perda per questo l’efficacia nell’azione.

Basti pensare all’esempio del terrorismo. Agitare lo spettro del terrorismo come strumento per opporsi all’immigrazione non tiene conto della realtà, che vede le organizzazioni terroriste operare con ben altro radicamento all’interno della Comunità europea. Un discorso razionale consente invece di affrontare un problema reale, che è quello della possibile radicalizzazione dei giovani provenienti da zone di conflitto e dunque della assoluta necessità di una completa identificazione di tutti coloro che entrano nel territorio dello Stato. Per rendere possibile l’identificazione, senza determinare insormontabili difficoltà agli operatori, è però necessario superare gli egoismi nazionali ed affrontare il tema degli accordi di Dublino.

La nave del naufragio del 18 aprile 2015 sul fondo del mare

Il Giubileo della misericordia è anche il Giubileo della Giustizia, come Francesco ha più volte ricordato. La Giustizia è certamente qualcosa di complesso, che va molto oltre la sanzione penale o l’aggiudicazione. Eppure anche noi, operatori del diritto penale, possiamo avere una piccola parte nel ridare al migrante l’intangibile dignità di essere umano.

A questo proposito voglio ricordare che il Governo italiano, con l’apporto dell’Autorità giudiziaria, sta completando una costosa operazione per il recupero dei corpi dei migranti morti nel naufragio del 18 aprile 2015. Costosa sia dal punto di vista economico che emotivo per coloro che vi lavorano e a cui deve andare la nostra gratitudine.

Questa operazione non è finalizzata a raccogliere prove per il processo. Ciò è già stato fatto, anche con l’impiego di robot in grado di operare a grandi profondità. Coloro che riteniamo responsabili sono già a giudizio davanti alla Corte di Catania, sin dal mese dopo il naufragio.

Lo scopo dell’operazione è dare sepoltura ai migranti, per proteggerne la dignità, e consentire un domani l’identificazione delle vittime.

Fino ad ora 198 salme sono state recuperate a centinaia di metri di profondità. Le vittime saranno sepolte in Italia, alcune nel cimitero di Catania, città che ha accolto le salme in passato e che ha dedicato loro un monumento perché non se ne perdesse la memoria.

Anche questo è parte della politica italiana sulla migrazione, come monito perché si ricordi che siamo stati tutti, in un epoca vicina o lontana della nostra vita come popoli, migranti.

Roma, 4 giugno 2016

 

Cimitero di Catania – monumento ai migranti vittime dei naufragi in mare

Intervento tenuto il 4 giugno 2016 al Vertice di giudici e magistrati contro il traffico delle persone umane e il crimine organizzato, Roma, Pontificia Accademia delle scienze sociali, Casina Pio IV, 3-4 giugno 2016.

[1]Intervento al Consultative Forum of European Prosecutors General della Commissione europea ed Eurojust, tenutosi all’Aia il 3 giugno 2016: New challenges for prosecution of Migrants Trafficking: from Mare Nostrum to EUNAVFORMED. The experiences of an Italian Prosecution Office.

 

 

07/06/2016
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