Magistratura democratica
Magistratura e società

"In nome del popolo mediatico" (se pure i magistrati smettono di affidarsi al Processo)

di Nicola Russo
Consigliere della Corte di Appello di Napoli e già componente del comitato direttivo della SSM con funzione di coordinatore della formazione iniziale

I metodi del processo mediatico si stanno trasferendo prepotentemente anche nel dibattito interno alla magistratura. Vi è così il rischio che possa calare stancamente il silenzio anche sulla Questione Morale, proprio nel momento in cui occorre una nuova stagione di disseminazione dei valori che hanno fatto della magistratura italiana un simbolo dell’affidabilità delle Istituzioni nei momenti più cupi della storia del nostro Paese.

1.0. Premessa

La percezione sociale della qualità morale della magistratura italiana sembra essere improvvisamente mutata. Dall’indomani della notorietà della vicenda dell’Hotel Champagne, il gradimento che la nostra categoria aveva nella società si è progressivamente eroso.

Sembra ormai la storia di un altro Paese quella che raccontava dell’annuncio a reti unificate del Pool di Milano contro il paventato colpo di spugna preannunciato dall’allora ministro Biondi.

Anche allora, la comunicazione la faceva da padrona e ci si interrogava sull’opportunità di una tale esposizione mediatica della magistratura.

Oggi lo scenario è differente. Non è una magistratura “muscolare” quella di cui si parla, bensì una giurisdizione che, nell’attività domestica, pare gestire senza virtù l’esercizio delle regole.

Se, tuttavia, l’episodio della riunione notturna all’Hotel Champagne -ormai quasi dimenticato- sembrava qualificabile (anche se erroneamente) come una vicenda tutta interna alla magistratura e alle sue beghe correntizie, la pubblicazione delle conversazioni (telefoniche o via chat) di Luca Palamara ha allargato prepotentemente il campo visivo a qualcosa che tracima fuori dalla questione delle nomine fino a gettare un’ombra pesante sull’indipendenza dell’azione penale.

Il Sistema. Dalle mie parti questa stessa espressione, pronunciata con accento dialettale (o’ sistema), veniva utilizzata per delineare lo scenario in cui si muoveva la criminalità organizzata a Scampia. Oggi il Sistema parla della magistratura e dei suoi vizi, mettendo insieme –in un'unica accezione definitoria- tutto ciò che emerge indistintamente.

Parto da due punti cardine che considero indiscutibili. Lo faccio perché sia chiaro fino in fondo il mio punto di vista, senza possibilità di equivoci:

1) Ciò che ha scosso la magistratura è un male inaccettabile. Il fiume di fango che da lungo tempo scorreva sotto uno strato di flebile roccia è esploso e si è mostrato a tutti, in tutti i suoi risvolti. Ha costretto i magistrati, in maniera più profonda di quanto percepito dalla “società civile”, a prendere atto che quello che si agitava poco sotto i loro piedi (o i loro occhi, ad essere onesti) non erano piccoli flussi inquinanti che talora trasportavano comportamenti o scelte poco condivisibili dell’organo di autogoverno. Era molto di più, tanto da gonfiare a tal punto il corso del fiume da frantumare la roccia che, a sua volta, non riusciva più a contenere e celare il suo fluire carsico. La dimensione del fenomeno, risuonata sulla stampa, ha indotto a pensare, poi, che non esistesse più una distinzione tra fiume e reflui.

2) Il secondo punto richiama qualcosa che già in passato mi pareva chiaro: i comportamenti e le scelte che animano il C.S.M. finiscono per orientare tutta la magistratura. Il carrierismo, l’autopromozione, l’approccio servile nei confronti dei consiglieri e così via, fino a giungere al dossieraggio per eliminare i concorrenti (scoperta dell’ultima fase) non nascono da un improvviso e generalizzato decadimento morale dei magistrati, bensì sono l’immagine di un cattivo esercizio dell’autogoverno che si è riflessa nel modo di agire di una parte significativa di magistrati. Se ci si pensa, anche le sollecitazioni correntizie non avrebbero potuto nulla di fronte ad un Consiglio autorevole se in quell’organo si fosse deciso sempre di fare sedere effettivamente solo donne e uomini veramente forti e liberi. Se le correnti conservano ancora oggi il loro potere, nonostante quanto accaduto, è perché da tempo l’inadeguatezza di molti suoi protagonisti si è manifestata soprattutto nell’incapacità di individuare temi di discussione e questioni che giustificassero l’azione comune e l’interesse dei magistrati. Non sapendo guidare questo tipo di percorso creativo, allora hanno preferito contrastare in ogni modo il dibattito ed il confronto reale, la contestazione interna, in una parola, la libera circolazione delle idee perché in esse hanno letto la messa in pericolo delle proprie posizioni ed hanno riempito di senso questo vuoto, offrendo in compensazione un associazionismo che si riducesse ad essere mera espressione della “politica del tramite”, il trait d’union tra l’aspirante e il risultato.

Funzionale a questo scopo era assicurarsi nel Consiglio l’esecuzione fedele di decisioni assunte molto spesso al di fuori del Palazzo dei Marescialli. Per ottenerla, di conseguenza, occorreva un depotenziamento dell’indipendenza dei rappresentanti in quest’Organo; sul versante opposto, è stata promossa nei confronti del “popolo della magistratura” una vasta opera di fidelizzazione, ovviamente con i suoi prezzi da pagare e con le sue vittime da sacrificare. E quel che è peggio, tutto questo è stato chiamato “Politica”.

Non voglio certo sostenere che il C.S.M. si sia ridotto, almeno in quegli anni, ad un ufficio servente delle correnti ed è chiaro che ognuno dei fenomeni prima descritti ha avuto le sue significative eccezioni, così come indubbiamente c’è chi è rimasto lontano o più o meno estraneo all’opera di questo sistema. Tuttavia, pur non confondendosi con esso, non ha avuto la forza di opporvisi fino in fondo e, all’isolamento in cui è stato collocato, non ha contrapposto la denuncia di ciò a cui assisteva.

Non spetta a me stabilire in quale delle categorie collocarmi. Il giudizio deve necessariamente appartenere sempre a qualcun altro. In passato ho fatto attivamente parte di una corrente e sono certo di non aver fatto abbastanza per contrastare questa deriva. Ho convissuto con questo sistema, almeno questo so di doverlo riconoscere, pur non avendone percepito fino in fondo la pericolosità.

C’è chi ha fatto sicuramente di più ma si è rivelato voce assolutamente isolata o non è stato ritenuto sufficientemente credibile per tempi e modi della protesta (la rivoluzione degli scontentati). Molti, poi, hanno pensato di salvaguardare la propria autonomia semplicemente tenendosi fuori da correnti ed ANM. Nemmeno queste forme di contrapposizione hanno sortito effetto.

Non sono tra coloro che, per giustificare il poco o nulla fatto, si difende dicendo che “tutti sapevamo”.

Però, appare il caso di rimarcarlo, tutto ciò che oggi viene diffusamente denunciato e disprezzato non è stato disvelato da una “rivoluzione morale” che la magistratura o una parte preponderante di essa (per fini che non riguardassero i propri percorsi individuali) ha deciso di portare avanti. Purtroppo no.

Ciò che si è scoperto oggi è frutto di un’indagine giudiziaria, peraltro, sorta su obiettivi inizialmente diversi dai magistrati che, poi, a vario titolo vi si sono trovati invischiati.

 

2.0. La diffidenza nella capacità euristica del Processo

Occorrerebbe riflettere di più su ciò che un procedimento penale è riuscito a smuovere in un silenzio che durava da anni prima di liquidarne il metodo in virtù di una esigenza di celerità che punta ad un diverso e più sbrigativo percorso di ricostruzione della verità e delle responsabilità.

Anche all’interno della magistratura, da più parti, si sente dire che non si può attendere una decisione giudiziaria o disciplinare, che le cose sono già sufficientemente chiare e che vale la pena di giudicare tutto sulla base di ciò che si legge sui giornali o nei libri pubblicati ad arte sull’argomento. I fatti sarebbero troppo gravi per affidarci alle regole del Processo.

Mi sembra, ancorché non ne sia l’ispiratore, di riascoltare quella battuta ad effetto che faceva Piercamillo Davigo quando sosteneva che non c’era mica bisogno di aspettare tre gradi di giudizio per non invitare più a casa il vicino se lo vedevi uscire dalla tua abitazione con l’argenteria. Ho sempre pensato ascoltandolo: «È vero». È anche vero, però, che si può essere d’accordo senza riserve solo se si è nella posizione del padrone di casa. Non è detto che un giudizio siffatto risulti sufficiente per tutti coloro cui questa vicenda viene raccontata dal derubato, o presunto tale. Non devo certo spiegarla a voi che mi leggete la ragione di questa distinzione di prospettive.

Ora che tutta la Verità sul “pasticciaccio del Consiglio” sembra condensarsi intorno al libro di Luca Palamara, nelle cui pagine pare trattenere il “dispositivo” sui fatti avvenuti con la stessa efficacia dimostrativa che aveva da Vespa il plastico della villetta di Cogne, occorre chiedersi quale sia il rischio che si cela dietro una rapida liquidazione della faccenda. Vogliamo davvero nutrirci soltanto delle chat ed affidarci allo squarcio che hanno aperto (e che è innegabile) per poi formulare, ciascuno per proprio conto, una serie di giudizi sommari in sedi improprie (dalle mailing list alle esternazioni giornalistiche) illudendoci così di aver ripulito il fiume sotto i nostri piedi?

O forse possiamo pretendere dalla nostra natura e formazione professionale qualcosa di più? Qualcosa che si affidi a quel metodo dell’accertamento che alla collettività quotidianamente “imponiamo” di accettare come unico giusto.

Per tentare una risposta, devo necessariamente riprendere un argomento, quello del rapporto tra processo giudiziario e processo mediatico, su cui mi soffermai ormai 12 anni fa scrivendone in una piccola e coraggiosa rivista[1].

In quell’articoletto osservavo che «se c’è una regola chiara nel nostro codice di rito penale, è quella che sancisce l’inutilizzabilità delle prove formate illegittimamente, di quelle vietate dalla legge e di quelle manifestamente superflue ed irrilevanti.

Dunque nessuna verità può nascere nel processo da una mistificazione, da una manipolazione dei fatti.

Nel processo mediatico, a ben vedere, l’espressione del giudizio precede e non segue l’ostensione delle prove.

Ogni fatto, ogni dichiarazione, ogni immagine è incasellata per assecondare un preconvicimento intorno al quale tutta la rappresentazione è stata costruita.

In altri termini, il processo mediatico non ha come scopo quello di dimostrare, bensì quello di convincere.

È, quindi, per connotazione genetica, un processo di parte, in cui non è dato poter stabilire dove siano state ricercate le prove, secondo quali regole e come siano state selezionate.

Il processo mediatico si nutre di allusione, di distrazione dal thema probandum, di richiami superficiali, di gossip.

Il processo mediatico non ha tempi e non ha scansioni. Il pre-giudizio e la pena schiacciano l’accertamento del fatto come due pareti di una pressa e l’effetto perverso del loro avvicinarsi è quello di far apparire la seconda come coerente rispetto al primo, così da rendere accettabile persino che la formazione di quel giudizio non sia frutto di una nostra elaborazione valutativa ma di un convincimento indotto.

Questo meccanismo, sempre più dilagante, genera altri due pericolosi effetti.

Il primo è rappresentato dalla delegittimazione del giudice e, per questa via, del processo.

Quella che un tempo poteva essere considerata l’unica verità affidabile, viene ora guardata con sospetto o, addirittura, viene disapprovata quando non coincide con il prodotto della decisione mediatica.

Ecco allora che il giudice viene descritto (e talora percepito) come lontano dal comune sentire, come incapace, come colluso o – all’opposto – come eversivo.

Il secondo effetto è che l’imputato stesso è portato a spostare la propria difesa dal processo ai mass-media. Se ciò che si teme non è la sentenza di condanna ma l’onta mediatica è lì che occorre essere attori.

Questo spiega il ricorso sempre più frequente dell’imputato al palcoscenico televisivo per difendersi o contrattaccare.

Anche questa volta sotto l’apparente alibi della trasparenza si realizza una mistificazione dei fatti. E chi è più potente o più abile nell’indirizzare l’operazione di rappresentazione mediatica sa che in questo modo, se non metterà addirittura in crisi il processo come strumento di accertamento della verità, avrà ottenuto almeno di non veder sconfitta la propria immagine.

Così si può anche gridare che la verità è fuori dal processo e dalle sue regole».

 

3.0. L’abbandono del Processo

Questo meccanismo di trasposizione mediatica delle vicende pare nascondere in sé delle pericolose strategie.

Innanzitutto, il momento scenico in cui il soggetto che incarna l’icona della colpevolezza parla del sistema in cui affondava e in cui si muoveva (indubbiamente non da solo e probabilmente non per primo) finisce, man mano che la sua immagine ed il suo racconto si ripropongono, per divenire meno ostile alla coscienza di chi ascolta. Se nella prima occasione di confronto televisivo taluno provava fastidio, qualcun altro percepiva il peso umano della condizione di difficoltà, nelle occasioni successive tutto questo è già scomparso. Non c’è quasi più interesse per ciò che ha fatto perché tutta l’attenzione è catalizzata da ciò che di volta in volta racconta.

La rivelazione delle responsabilità altrui sembra divenire, a sua volta, ragione e strumento di riscatto, la voce si fa più ferma, il conduttore del programma asseconda ogni affermazione del Rivelatore e non contesta, diversamente dal suo stile consueto, nessun passaggio (nemmeno l’evocazione di Giovanni Falcone): così la veste del protagonista progressivamente cambia. Quel colpevole non esiste più. Il suo Processo non esiste più, perché rispetto al momento del proscenio mediatico il Processo ha perso ogni interesse.

La scena si sposta altrove e, in un susseguirsi di cortometraggi narrativi di singole vicende (ognuno che esaurisce in sé un nuovo episodio come in una serie tv), si perde di vista che ciò che manca è un’analisi profonda delle cause ed una ricerca dei rimedi che valgano ad evitare di raccontare di nuovo storie come queste.

Non si pensi, però, che Luca Palamara sia il regista di quest’opera di mistificazione. Affatto. Ne è egli stesso strumento, magari consapevole, per fini che stanno fuori anche dalla sua storia. Chi ha letto il libro-intervista sicuramente avrà colto subito come la traccia logica consista nel fornire, attraverso una ricostruzione accondiscendente dell’intervistato (esponente di vertice del potere giudiziario), un avallo alla teoria del complotto della magistratura contro Berlusconi (e, in un passaggio, contro Salvini), alla necessità di quest’ultima di costruirsi un nemico politico da sconfiggere attraverso l’azione giudiziaria. L’operazione cui mira il libro è quella di spostare l’attenzione dal giudizio al giudice. Basta questo e il processo mediatico ha già raggiunto il suo scopo.

 

4.0. La seduzione del metodo mediatico ed i suoi rischi

I metodi del processo mediatico si stanno trasferendo prepotentemente anche nel dibattito interno alla magistratura. Qui il confronto si è sviluppato senza riuscire a penetrare la superficie del problema esaurendosi in un susseguirsi di accuse, sempre più incontrollate, come in un talk show.

Prima tra esponenti delle correnti, ciascuna delle quali ha tentato di riversare sulle altre le responsabilità o, quanto meno, di condividerle. A questa fase, sostanzialmente chiusasi con l’integrazione della composizione del C.S.M. e con il rinnovo degli organismi rappresentativi dell’A.N.M., è seguita una seconda fase in cui lo scontro si è spostato tra coloro che gridano allo scandalo generale ed invocano la rigenerazione totale (quasi asserendo che non ci sia nulla da salvare attraverso la via associativa), da un lato, e coloro che hanno contestato i toni del confronto imposto dai primi, dall’altro.

Se l’originaria vis polemica nelle discussioni suscitate da questo primo gruppo di magistrati ha avuto il positivo effetto di evitare che, ricostituiti gli organi di rappresentanza, la questione morale venisse accantonata “per cessazione della materia del contendere”, nella fase successiva la forza contestativa di chi aveva raggiunto quest’obiettivo si è trasformata in una sorta di continuo autocompiacimento, nella convinzione di incarnare, per legittimazione attribuitasi, la Morale, di essere cioè in grado di dividere, come nel Giudizio universale, i peccatori dai destinati al Paradiso. Il limite di questa summa divisio risiede però nel fatto che chiunque non sia d’accordo con i toni aggressivi delle loro invettive è, per ciò stesso, il nemico, il corrotto, colui che ha difeso il sistema e ne ha tratto utilità.

“L’arena” televisiva ha improvvisamente spostato il suo palcoscenico nelle mailing list in cui il contraddittore di turno è stato messo al centro di un fuoco di fila dell’anchor man e degli opinionisti che, in una sorta di accerchiamento, intervengono per contestare ogni singola affermazione del “nemico”, fino alla sua riduzione al silenzio. Anche qui, il più delle volte, l’attenzione viene abilmente spostata dal contenuto della contraddizione alla persona del contradditore. In alcuni casi senza nemmeno verificare se abbia l’argenteria di casa addosso!

L’effetto “paradosso” di questo modo di dibattere è stato quello di far calare il silenzio. Di fare della mailing list (almeno di quella napoletana) un deserto. Di azzerare, quindi, la discussione. Tutto si è concentrato sull’individuazione dei responsabili, quasi dimenticandosi di quale sia il male, di come esso si sia generato e di quali contrappesi occorra introdurre per evitare che si rigeneri. Nella ricerca dei responsabili, poi, non si fanno più distinzioni tra situazioni dissimili: è una guerra senza prigionieri.

Nulla rischia di rimanere del dibattito dopo le macerie. Se continuiamo così calerà stancamente il silenzio anche sulla Questione Morale, che doveva essere il vero fuoco di ogni discussione ed era - ed è - la precondizione per affrontare qualsiasi progetto di modifica del sistema elettorale del C.S.M. idoneo a contribuire ad un cambiamento di passo. Altrimenti il male del compromesso occulto, dell’accordo distorto con la politica (addirittura finalizzato al controllo sulle indagini) tornerà a riproporsi in altre forme e con altri protagonisti.

Occorreva ed occorre una nuova stagione di disseminazione dei valori che hanno fatto della Magistratura italiana un simbolo dell’affidabilità delle Istituzioni nei momenti più cupi della storia del nostro Paese.

Occorre riscoprire le testimonianze (che sono tante e diffuse e quasi sempre sono fuori dall’attenzione della cronaca) del modo di celebrare quotidianamente l’esercizio della giurisdizione che riaccendano di orgoglio ogni singolo magistrato e facciano riprovare quell’euforia benefica che abbiamo avvertito il primo giorno in cui abbiamo avuto il privilegio di fare questo lavoro. Occorre, poi, di questa ebbrezza fare tradizione (nell’etimologia propria di trasferimento) convinta ai più giovani, dimostrando loro che davvero si può essere fieri di appartenere alla Storia della magistratura italiana.

Se non ci fermiamo tutti a ragionare su ciò che è avvenuto e se non lo facciamo riscoprendo le ragioni nobili dell’essere insieme in magistratura quanto ora accaduto non ci avrà insegnato nulla.

Per questo non dobbiamo, nel metodo di questa nostra ricerca, rinunciare ad affidarci all’essenza rituale del Processo, con i suoi tempi e le sue garanzie. Non sarà mai intempestiva una Verità che si presti ad essere affidabile per tutti. Una verità che sappia tenere distinte responsabilità penali, disciplinari, associative ed individuali dall’assenza di ogni forma di responsabilità. Una verità che su questi temi si costruisca nelle aule di giustizia, nei confronti assembleari, nei gruppi di ricerca e persino nei contenuti della formazione.

Rincorrendo, invece, la fatuità e la spettacolarità del processo mediatico rischieremo soltanto il mantenimento del sistema che volevamo combattere. Offuscheremo, offrendoci alla critica sul metodo, anche l’assoluta condivisibilità di gran parte delle cose che volevamo sostenere. Il limite del processo mediatico è proprio questo: divora il fatto e ne annulla lo spessore e la profondità, ma in questa operazione appiattisce tutto: colpe, omissioni, progettualità. Tutto svanisce per lasciare il posto allo scontro in cui, nella distrazione dal tema, si disperde ogni verità attraverso un continuo spostamento del binario di confronto.

Ci hanno insegnato che nel rito del Processo è racchiuso l’esercizio dell’unica democrazia credibile, la sola strada verso la verità che si presti ad essere tollerata anche da chi è sottoposto al giudizio.

«La sentenza non viene ad un tratto, è il processo che poco a poco si trasforma in sentenza». (Franz Kafka, Il processo)


 
[1] La Giustizia tra Essere e Apparire. Articolo apparso sulla rivista telematica Tertium Datur: dalla parte della Costituzione, giugno 2009.

16/04/2021
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