Magistratura democratica
Leggi e istituzioni

Il senso della Corte per la comunicazione*

di Donatella Stasio
Giornalista

Non c’è un prima e un dopo nella storia della comunicazione della Corte costituzionale. Fin dalla nascita, la Corte apre un canale con la società civile – di cui si sente “carne e sangue” – per rendere conto, farsi conoscere, promuovere la cultura costituzionale. La comunicazione è dovere, servizio, scelta etica e di democrazia. Questo senso della Corte per la comunicazione è un filo rosso lungo 64 anni, declinato con alti e bassi ma senza soluzione di continuità. Perciò un ritorno indietro sarebbe impossibile: semplicemente perché non esiste un indietro cui tornare. Semmai, esiste una “prospettiva comunicativa” che, grazie alla forte leadership istituzionale dimostrata dalla Corte in questi ultimi anni, continuerà ad arricchire le sue decisioni e contribuirà a (ri)costruire una comunità e un clima fondati su valori condivisi nonché il necessario rapporto di fiducia con i cittadini.

1. Premessa

A chi vorrà leggere questo articolo raccomando la lettura preliminare di due brevi ma fondamentali documenti:

1) la relazione sulla comunicazione della Corte costituzionale[1], svolta a Karlsrhue dall’ex presidente Giorgio Lattanzi, in occasione dell’incontro con il Tribunale costituzionale federale della Germania (26-28 giugno 2019), che aveva come primo punto all’ordine del giorno “La comunicazione”; 

2) il report sulla comunicazione nel 2019[2], allegato alla relazione della presidente Marta Cartabia sull’attività della Corte in quell’anno.

Entrambi sono pubblicati sul sito della Corte e descrivono contenuti, criteri, modalità e obiettivi della comunicazione della Corte nell’ultimo triennio (da novembre 2017 ad aprile 2020). 

In questo articolo cercherò di raccontare la comunicazione con la lente dell’“interprete” (qual è il giornalista), che ha «occhi per ciò che è stato, per ciò che è e per ciò che sarà» (Gustavo Zagrebelsky, Fondata sulla cultura, Einaudi, Torino, 2014). Seguirò il filo rosso della comunicazione lungo la storia della Corte, di cui sono stata testimone diretta negli ultimi 35 anni (dal 1985 al 2017 come cronista del Sole 24 Ore; dal novembre 2017 ad oggi, come responsabile della Comunicazione della Corte) nonché curiosa lettrice per il periodo precedente. 

Attraverso quel filo è possibile cogliere non solo il senso della comunicazione della Corte costituzionale, ma soprattutto – parafrasando il titolo di un celebre romanzo danese del 1992, Il senso di Smilla per la neve, di Peter Høeg – il senso della Corte costituzionale per la comunicazione. 

 

2. Un filo rosso lungo 64 anni

Se dovessi scegliere una sola parola per descrivere l’attuale comunicazione della Corte, quella parola sarebbe "servizio".  

In realtà, l’idea della comunicazione della Corte come servizio viene da lontano.

Basta sfogliare le preziose raccolte dei periodici incontri con la stampa, custodite nella biblioteca di Palazzo della Consulta, o recuperarne i filmati dagli archivi Rai, per scoprire che – fin dalla nascita – la Corte intuisce che deve comunicare con la società civile, soprattutto per farsi conoscere, vista l’incidenza delle sue decisioni nella vita dei cittadini e delle istituzioni.

Comunicazione come dovere istituzionale, dunque. Un servizio funzionale alla conoscenza, alla crescita della cultura costituzionale, alla costruzione di un rapporto di fiducia con i cittadini.

Quell’intuizione – geniale – era frutto di una visione aperta della Giustizia costituzionale, di lì a poco definita “carne e sangue” della società in cui è immersa. Una visione che attraverserà come un filo rosso – sia pure con alti e bassi – i 64 anni di vita della Consulta. 

Nell’udienza inaugurale del 23 aprile 1956, l’allora presidente della Corte Enrico De Nicola si impegnava a far conoscere, «qui e fuori di qui», la Corte costituzionale e i suoi compiti, «con semplicità e con chiarezza, senza opulenze verbali». Il 12 febbraio 1987, Antonio La Pergola, rivolgendosi ai giornalisti durante la consueta conferenza stampa, segnalava «lo spirito di comune servizio alle istituzioni che avvicina idealmente il vostro compito di interpreti e osservatori della democrazia al nostro di garanti delle sue regole fondamentali». Trent’anni dopo – siamo alla conferenza stampa del 2018 – il presidente Paolo Grossi avverte che una delle funzioni istituzionali della Corte è «interpretare il proprio ruolo di garante anche alimentando direttamente, con l’esempio e la testimonianza del dialogo, e con la divulgazione, la cultura della Costituzione, vale a dire la coscienza del nostro stare insieme». Con Grossi, e poi soprattutto con Giorgio Lattanzi e Marta Cartabia, la strada della comunicazione come servizio – all’istituzione e ai cittadini – viene percorsa dalla Corte non solo in continuità con una tradizione ultradecennale ma anche con cura, coerenza, determinazione. «Anni davvero speciali», li hanno definiti gli ultimi due presidenti. Anni che secondo Cartabia «hanno radicato nei giudici e in molti protagonisti della giustizia costituzionale la persuasione che una Corte aperta sia foriera di una giustizia costituzionale più ricca» (Relazione sull’attività della Corte costituzionale nel 2019[3]).

La comunicazione è il «tramite insopprimibile tra il Paese e la Consulta», osservava il presidente Paolo Bonifacio nel 1975. La conoscenza dell’attività della Corte è uno snodo fondamentale per «formare e diffondere una coscienza democraticamente attiva nei cittadini e una loro più consapevole partecipazione alla vita della collettività», diceva Gaspare Ambrosini nel 1963. Grazie all’attenzione della stampa, rilevava Leonetto Amadei nel 1979, «la Costituzione vive ormai nella coscienza degli italiani ed è avvertita come un punto di riferimento costante nella dialettica quotidiana della nostra società». 

Comunicare significa “mettere in comune” e in questa direzione si muove la Corte.

Le parole pronunciate il 23 aprile del ‘56 da Enrico De Nicola sono emblematiche. «La Corte costituzionale offre il vantaggio precipuo di proteggere il Paese in ogni tempo da sbandamenti e da errori, e tuttavia, con amara constatazione devo rilevare che la nostra Costituzione è poco conosciuta anche da coloro i quali ne parlano con aria altezzosa di saccenti. Essa dovrebbe essere più divulgata tra tutti gli italiani». Ecco, dunque, il dovere di comunicare. «Troppo tardi» – concludeva De Nicola – «sono due parole funeste non solo per i singoli ma anche per i popoli».

Un monito ripreso da altri presidenti e, purtroppo, di drammatica attualità se è vero che, ancora nel 2017, soltanto il 15% degli italiani conosceva la Corte costituzionale e la sua attività…

 

3. L’intuizione geniale

Non è questa la sede per parlare delle ragioni che ritardarono di ben otto anni l’effettiva nascita della Corte costituzionale. Basta leggere il magnifico saggio di Piero Calamandrei, Questa nostra Costituzione, con l’introduzione di Alessandro Galante Garrone, oppure ascoltare, dalla libreria dei podcast della Corte costituzionale[4], il racconto del giudice Giancarlo Coraggio: Il ritardo nella nascita della Corte: i dubbi della politica sul controllo di costituzionalità[5].

In occasione della prima udienza della Corte, il 23 aprile 1956, Calamandrei esclamò: «Oggi è un grande giorno. Finalmente la Costituzione si muove!» (Donatella Stasio, La Costituzione vive a Corte, Il Sole 24 ore, 18 aprile 1996). Grandi erano le attese dopo il prolungato “immobilismo costituzionale” (1948-1955), che aveva indotto Calamandrei a parlare di «slealtà costituzionale» della maggioranza, se non di «premeditato sabotaggio». 

Quel 23 aprile il collegio era presieduto da De Nicola, il quale, come già detto, sottolineò subito l’importanza di spiegare al popolo italiano, «con semplicità e con chiarezza, senza opulenze verbali», in che modo la Corte si accingeva ad adempiere la missione affidatale dalla Costituzione. Il suo fu un richiamo rivolto a tutti, compresa la Corte. «La nostra aspirazione – aggiunse – è ottenere il rispetto e la fiducia di tutti gli italiani».

Rispetto e fiducia: questa è la relazione che il neonato Giudice delle leggi – supremo organo di garanzia non eletto direttamente dal popolo – intende instaurare con la società civile, attraverso la conoscenza. E così, apre subito un canale di comunicazione con l’esterno: oltre a dotarsi di un Ufficio stampa diretto da un giornalista professionista, Mario Bimonte, fissa incontri periodici con la stampa, per rendere conto del proprio operato e sottoporsi, ovviamente, al controllo sociale.

Nei primi cinque anni, questi incontri sono addirittura semestrali, poi diventano annuali. Si svolgono in modo nient’affatto paludato: si parla delle difficoltà organizzative (all’inizio mancavano persino le sedie e il personale scarseggiava), dei turni di lavoro (dopo le udienze pubbliche, le camere di consiglio duravano dalle 17,30 alle 22,00, tutti i giorni, comprese le mattine dalle 9,30 alle 14,00), e persino dei dissensi interni al collegio su questa o quella sentenza nonché delle modalità di esternazione del dissenso. Si parla soprattutto delle decisioni adottate e si cerca di spiegarle in modo più divulgativo per farne comprendere a tutti la portata.

L’appuntamento periodico con i giornalisti è un unicum nel panorama della giustizia italiana; con il tempo diventa una consuetudine consolidata e “graditissima” (in 64 anni è saltata in pochissimi casi, per esempio durante il processo Lockheed, 1977-1979, primo e unico caso di giudizio di accusa nei confronti di due ministri davanti alla Corte costituzionale). «La Corte ha bisogno e desiderio di essere conosciuta, nella sua competenza e nella sua specifica e singolare funzione», dirà nel 1961 il presidente Giuseppe Cappi, sottolineando che la Corte «non si ritiene avulsa dalla complessa e mutevole realtà sociale e in talune decisioni ha avuto l’occhio anche per tale realtà».

Rispetto a chi teorizza la Torre d’avorio, ovvero che l’autorevolezza di alcune istituzioni, tra cui la Corte costituzionale, si misuri dal suo distacco dal mondo e dal tecnicismo del suo linguaggio accessibile solo a pochi eletti, la storia testimonia che la Corte ha sempre avuto una diversa percezione di sé. A partire dalle modalità e dal peso che dà ai periodici incontri con i giornalisti. 

Negli ultimi due decenni, la conferenza stampa annuale ha perso un po’ la sua originaria centralità poiché è stata istituita una “udienza straordinaria” per la relazione sull’attività dell’anno precedente alla presenza del Presidente della Repubblica e delle più alte cariche dello Stato. Un po’ come avviene nelle cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario in Corte d’appello e in Cassazione. Tuttavia, mentre quelle sono cerimonie mute quanto a interlocuzione con la stampa, non è così a Palazzo della Consulta, dove la Corte ha conservato l’appuntamento con i giornalisti dopo la lettura della relazione. 

All’inizio, però, e per moltissimi anni, la relazione era anche formalmente rivolta ai giornalisti: per loro tramite la Corte parlava ai cittadini e rendeva conto del proprio operato. Un momento di grande rilievo istituzionale, che sconfessava, appunto, il modello della Torre d’avorio proponendo invece quello di una Corte aperta, che parla all’opinione pubblica di sé e della propria attività, affinché – spiegava Gaspare Ambrosini nel ’63 – «ne sia compreso appieno il significato e la Costituzione sia applicata nel modo migliore».

Nel 1968, il presidente Aldo Sandulli registra che «la coscienza dei cittadini si è dischiusa a una grande fiducia» nella Corte al punto che tanti «umili cittadini» si rivolgono direttamente ad essa, purtroppo senza sapere che non potrà dar loro risposte. Tuttavia, per il presidente si tratta di una «chiara testimonianza dell’immediata acquisizione, da parte della coscienza popolare, dell’importanza della presenza nel Paese di un organo di giustizia costituzionale». Ma Sandulli dice di più: «Il sostegno che la Corte trova nel consenso del corpo sociale – del quale si sente ed è carne e sangue – fa a propria volta della sua giurisprudenza una valida forza nel contesto della società nazionale». Sarebbe un errore considerarla forza frenante, aggiunge, poiché «la Corte imprime nuovi impulsi per l’azione politica e sociale verso nuovi traguardi».

La Corte, dunque, «si sente ed è carne e sangue» del corpo sociale: l’immagine è forte e conferma la visione di una Corte aperta, premessa necessaria per arricchire la sua giurisprudenza (e qui risuonano le parole della Presidente Cartabia, nella relazione sul 2019). È evidente che «il consenso del corpo sociale» di cui parla Sandulli è il riflesso di questa capacità della Corte di stare dentro la società, di esserne, appunto, “carne e sangue”: lontana dai suoi umori (e quindi dal consenso politico) ma vicina ai suoi stati d’animo e capace di intercettarne (o anticiparne) i cambiamenti culturali. Una capacità a suo modo empatica, su cui si costruisce la fiducia.

Sono gli anni settanta, a cavallo della contestazione, anni difficili ma fecondi di riforme, per esempio nel diritto del lavoro e di famiglia.  Riforme che dalla Corte costituzionale hanno avuto un impulso fortissimo.

«I tempi sono cambiati», dirà nella conferenza stampa del 19 dicembre 1970 l’allora presidente Giuseppe Branca, osservando che alcune decisioni del biennio precedente, «non si sarebbero neanche concepite alcuni anni addietro» (per esempio, in tema di adulterio, di carcere preventivo, di difesa durante l’interrogatorio dell’imputato, di fare testamento in favore dei figli naturali…). Ovviamente, più la Corte mette i piedi nel piatto, più si espone a reazioni diverse. Com’è giusto che sia. Nella conferenza stampa del 1972, il presidente Giuseppe Chiarelli punta il dito, però, contro le «fantainterpretazioni» e ricorda che la Corte o viene criticata per scarso coraggio o perché va oltre i suoi poteri, sostituendosi al legislatore… Una vecchia storia che ancora continua… Tra l’altro, è interessante leggere che già allora – era il 1972 – Chiarelli proponeva che in casi eccezionali la Corte potesse sospendere per un tempo determinato l’efficacia della propria decisione per consentire al legislatore di provvedere… Ciò che poi è avvenuto, con modalità di volta in volta diverse (dalla sentenza sulla “buonuscita” degli statali a quella sul caso Cappato).

Nel 1975, il presidente Paolo Bonifacio esprime gratitudine alla stampa perché «già la divulgazione delle nostre decisioni comporta un notevole contributo all’effettività della Giustizia costituzionale». Torna sull’idea di una Corte non ripiegata in se stessa. «Il giudice è davvero indipendente non già se viene lasciato in pace con la sua coscienza, giacché questa si deve illuminare o deve diventare coscienza consapevole della realtà delle cose... Il giudice è indipendente se è capace di assumere le decisioni che gli appaiono giuste anche se sa che sono impopolari. Perché anche critiche e dissensi fanno parte della vita della democrazia, la quale a nessuno promette una vita facile e ovattata e men che mai ai pubblici poteri, i quali devono rispondere sempre a quel grande tribunale che è costituito dalla pubblica opinione. E da questa responsabilità la Corte costituzionale non può chiedere e non chiede di essere immune».

Ancora una volta emerge l’immagine di una Corte aperta e di una comunicazione come servizio, che implica una particolare relazione con il cittadino, fatta di rispetto, fiducia, responsabilità.

Leonetto Amadei, nella conferenza stampa del 1979, ribadisce che la Corte costituzionale «non è nata come Torre d’avorio»: «Anche qui – dice riferendosi al palazzo della Consulta – entra la vita del Paese». E forse, è anche grazie a questo dialogo con l’esterno, al canale sempre aperto con la società civile e alla fiducia via via conquistata, che la Corte uscirà indenne dai talvolta durissimi attacchi di alcune forze politiche. Un paio di esempi: negli anni settanta Marco Pannella la definisce «cupola partitocratica» a causa dei paletti all’ammissibilità dei referendum (ma difenderà sempre l’istituzione, anche con scioperi della sete, per esempio contro i ritardi del Parlamento nell’eleggere i giudici mancanti al collegio); circa trent’anni dopo, in quello che le cronache definiscono il “ventennio berlusconiano”, l’ex premier l’accusa di essere un covo di «comunisti» per la bocciatura di alcune delle cd. “leggi ad personam”…

Con Leopoldo Elia, Livio Paladin, Antonio la Pergola, la conferenza stampa diventa sempre più un appuntamento istituzionale nella vita della Corte. L’interlocuzione con i giornalisti si fa sempre più intensa e franca. Nulla è preconfezionato e lo testimoniano le registrazioni tv che negli anni documentano questi incontri. In cui, fra l’altro, risuona puntuale come un refrain la denuncia, l’invito, l’auspicio di una maggiore conoscenza della Corte e della Costituzione.

Molti presidenti – Saja, Conso, Gallo, Corasaniti, Casavola, Baldassarre – daranno un contributo di conoscenza anche attraverso interviste alla stampa (io stessa ne ho firmate moltissime). Negli anni successivi, chiuso il ciclo di Mario Bimonte, la Corte cercherà di rilanciare la comunicazione proponendo ad altri giornalisti professionisti (me compresa) la direzione dell’Ufficio stampa, ma, là dove la proposta sarà accolta, si tratterà di esperienze brevi, seppure molto qualificate, lungo un percorso in cui prevalgono scelte interne all’apparato, alcune di alto profilo come nel caso di Giovanni Cattarino (andato in pensione a fine 2016 ma collaboratore prezioso dell’Ufficio stampa fino a giugno di quest’anno). 

Tuttavia, a fronte della perdurante difficoltà di organizzare un vero e proprio servizio, resta alta l’attenzione alla comunicazione in funzione della conoscenza. 

Nel rivolgersi ai giornalisti, il 20 gennaio 2005, il presidente Valerio Onida riconosce che «la Corte, per conto suo, potrebbe fare di più per rendere più agevole il vostro lavoro, per esempio fornendo sistematicamente ai mezzi di comunicazione strumenti accessibili di informazione corretta sulla portata e il contenuto delle decisioni». Quattro anni dopo, il 28 gennaio 2009, il presidente Giovanni Maria Flick, citando addirittura le parole di De Nicola (già richiamate da Elia), denuncia il «disinteresse e l’ignoranza» per ciò che rappresenta la Costituzione. «Soltanto conoscendo» – dirà Flick – «è possibile maturare una consapevole opinione», ma purtroppo «la sensibilità verso la storia della nostra Costituzione e verso l’evolversi della giurisprudenza costituzionale continua a far registrare preoccupanti lacune, quasi si trattasse di tematiche riservate a pochi addetti ai lavori o intrise di tecnicismo tale da essere, per i più, sfuggenti o addirittura arcane». Di qui la necessità di «un’informazione» ma soprattutto di «una formazione e di una cultura della Costituzione». Questa stessa esigenza verrà riproposta l’anno dopo dal presidente Francesco Amirante. Preoccupato della scarsa conoscenza che si ha della Corte costituzionale, «nonostante gli sforzi di tutti, compresi i giornalisti», Amirante cita il suo predecessore Annibale Marini per rilanciare il dovere delle istituzioni di «promuovere una vera e propria cultura della giustizia costituzionale». 

Dunque, cresce in quegli anni la consapevolezza di un impegno maggiore anche dell’istituzione per promuovere la conoscenza della Corte. A tale scopo non basta “parlare con le sentenze” perché, spiegherà nel 2011 il presidente Ugo De Siervo, «occorre riconoscere che il linguaggio giuridico con cui di necessità esse sono scritte non rende sempre agevole la loro esatta comprensione». Senza dimenticare che a fronte delle «pochissime» decisioni ritenute di «grande interesse generale», di cui si parla, «vengono quasi del tutto ignorate tante decisioni importanti sul piano dei diritti individuali o collettivi». 

Insomma, la comunicazione è sentita sempre più come esigenza cruciale e deve rivolgersi ai cittadini. Il dovere di comunicare si fa impellente in un contesto politico-istituzionale dove lo scarto tra comune sentire e valori comuni rischia di diventare voragine e dove il clima da cui è nata la Costituzione sembra un lontano ricordo. La Corte, però, ancora non riuscirà a strutturare quel servizio di cui pure sente l’urgenza.

Nonostante ciò, continua a essere la frontiera più avanzata della comunicazione della Giustizia.

Da questo punto di vista, ha fatto da apripista anche alle altre corti europee, per poi esserne superata lungo la strada, salvo recuperare terreno in questi ultimi anni. Ormai ovunque, in Europa e nel mondo, è consolidata la prassi delle alte corti di comunicare la propria attività e in particolare le proprie decisioni, anche direttamente, sfruttando tutte le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie. Le corti vivono immerse nella realtà e non si chiudono nei loro palazzi dorati. Comunicano sui siti e sui social. Si offrono alle telecamere mettendoci la faccia, non hanno bende sugli occhi, studiano forme originali per superare pigrizie culturali e stimolare la conoscenza. 

Ognuna ha il suo stile. Date uno sguardo alla Rétrospective annuelle[6] della Corte suprema del Canada per il 2019: invece del solito fascicolo ciclostilato o con copertina finta pelle e caratteri dorati, la Corte ha scelto un formato magazine su carta patinata a colori, ricco di foto, grafici, montaggi, schede che riassumono, con un linguaggio semplice e divulgativo, l’attività di questo Giudice, composto da donne e uomini sorridenti e non per questo meno autorevoli. Tra l’altro, a pagina 8 della brochure, si può leggere che nel settembre del 2019 la Corte suprema canadese, nel quadro di una serie di iniziative per farsi conoscere, ha tenuto udienza, per la prima volta nella sua storia, non ad Ottawa ma a Winnipeg… 

In Italia, pur con i suoi alti e bassi e le sue resistenze interne ed esterne, la Corte costituzionale è stata sempre considerata, giustamente, un’antesignana della “comunicazione giudiziaria” perché per prima – altra importante intuizione – ha introdotto la prassi di comunicare le decisioni di maggiore interesse pubblico appena deliberate in camera di consiglio, senza attendere il deposito della sentenza. Forse ha fatto di necessità virtù, avendo subìto indiscrezioni e interpretazioni di ogni genere delle proprie decisioni. Niente a che vedere con una corretta informazione. Non mi riferisco agli scoop giornalistici (di cui sono stata autrice anch’io, peraltro senza mai essere smentita) quanto ai tentativi (talvolta anche attraverso la stampa) di esercitare pressioni sulla Corte o di usarla proprio attraverso le anticipazioni o le interpretazioni di parte. 

La Corte ha capito presto che doveva sottrarsi a questo tritacarne e con coraggio ha aperto la strada dei comunicati stampa, anticipando essa stessa l’esito delle sue decisioni di maggior interesse pubblico. Ciò ha giovato alla correttezza dell’informazione, ridimensionando “il mercato nero della notizia” nonché la giungla delle interpretazioni capziose. E anche se per molto tempo i suoi comunicati sono stati scritti in modo burocratico – così da lasciare comunque troppo spazio a interpretazioni strumentali – quei comunicati sono stati il primo passo verso un’informazione più trasparente e corretta. E per molti giudici sono diventati anche un esempio da seguire.    

Insomma, non senza resistenze, anche organizzative, la nostra Corte costituzionale ha continuato a coltivare la visione di una comunicazione come servizio, per “mettere in comune” saperi e informazioni, per contribuire a far crescere una cultura, una mentalità, un sentimento costituzionale, e per un dovere di trasparenza.

Quando ha compiuto 61 anni, in coincidenza con il settantesimo anniversario della Costituzione, ha trasformato quella visione in un programma, affinché non fosse “troppo tardi”. 

 

4. Continuità o rivoluzione?

Qualcuno, a proposito dell’attuale comunicazione della Corte costituzionale, ha parlato di “rivoluzione comunicativa” (attribuendole motivazioni e obiettivi di vario genere). La storia, invece, ci dice che la Corte si è mossa in assoluta continuità con quell’idea di sé, e della comunicazione, germogliata fin dalla sua nascita, sebbene declinata variamente negli anni, anche in funzione delle diverse presidenze che si sono succedute alla sua guida. 

Ovviamente, in 60 anni è cambiato il mondo. Certamente è cambiata l’informazione: tempi, piattaforme, tecnologie... La contemporaneità impone cambi di passo, ma i cambi di passo non sono salti nel vuoto. 

Molti hanno paura di cambiare. La Corte no. Un’istituzione che si sente “carne e sangue” della società civile non può non farsi carico dei cambiamenti. Perciò la Corte rifiuta la logica dell’immobilismo e della chiusura. 

Negli anni sessanta, giornali, tv, radio erano l’unica forma di intermediazione con la società civile; nell’era della comunicazione globale, nel tempo veloce del web, delle fake news e dei social, ma anche della crisi dell’editoria professionale, la Corte capisce di dover strutturare in modo professionale un canale di comunicazione diretta con l’opinione pubblica, senza bypassare i media ma affiancandoli e supportandoli nel compito di garantire il bene comune di un’informazione tempestiva, corretta e completa.

Una sfida. Organizzativa e culturale, che però affonda le radici nel passato e che guarda al futuro.

Il presidente Lattanzi ha parlato di «prospettiva comunicativa nella quale la Corte crede molto, ritenendola doverosa». Questa prospettiva, ha aggiunto, «costituisce la cifra di una Corte costituzionale protagonista della contemporaneità, interlocutrice credibile nella promozione di un autentico patriottismo costituzionale, nel ricordo del clima e del contesto in cui è nata la nostra Costituzione, che negli anni, specie negli ultimi, si è andato affievolendo». Sono parole chiare, che poggiano su fatti concreti e che non consentono di attribuire alla Corte motivazioni e obiettivi diversi.

Nell’incontro con i ragazzi reclusi nel carcere di Nisida, che con una disarmante semplicità smentivano alcuni principi costituzionali fondamentali come il diritto di essere trattati allo stesso modo («La Costituzione dice che siamo tutti uguali. Ma non è vero…»), il giudice Giuliano Amato ha ricordato che «La Costituzione è nata da un clima» e che su quel clima i Costituenti avevano scommesso affinché potessimo trattarci da uguali. «Perché senza quel clima – ha scandito Amato – noi non riusciamo a trattarci da uguali».

Ecco, la Corte ha deciso di concorrere a ricostruire quel clima con una comunicazione al passo con i tempi sia sulla sua attività giurisdizionale sia, più in generale, sui principi e sui valori che la sua giurisprudenza custodisce e promuove. Se ne è arricchito anche il rapporto con i media, in una sinergia che valorizza la funzione sociale dell’informazione.  

Passano i decenni ma non le controspinte culturali e quindi il cammino di questa comunicazione non è affatto in discesa. Nel terzo millennio c’è ancora “chi ha paura della comunicazione” e promuove il modello di una Corte muta, magari anche bendata, che “parli solo con le sentenze” e solo con un linguaggio tecnico a uso e consumo dei giuristi.

Non è qui che vanno analizzate le ragioni di queste controspinte. 

Qui ci piace esercitare ancora una volta la memoria e scoprire che questo modello era anacronistico già 30 anni fa.

Correva l’anno 1987 e i riflettori mediatici erano accesi sulla Corte costituzionale che stava decidendo le sorti della cd. “tassa sulla salute”. 

Nel mio archivio cartaceo ho ritrovato la cronaca di quel verdetto: quattro cartelle battute rigorosamente a macchina, inviate per fax dalla redazione romana a quella milanese del Sole 24 Ore. L’ho ritrovata anche nel volumone della rassegna stampa del 29 ottobre, conservato nella biblioteca di Palazzo della Consulta (Tassa salute assolta con riserva, di Donatella Stasio, Il Sole 24 Ore, 29 ottobre 1987). 

È una cronaca puntuale – come quella di altre testate nazionali – di quanto avvenne quel giorno, in particolare di una decisione innovativa per le modalità della comunicazione.

Il presidente della Corte Francesco Saja decise di fare subito un comunicato stampa, «al termine di una lunga e faticosa camera di consiglio». Fu un comunicato stampa per nulla burocratico ma redatto con un linguaggio divulgativo e chiaro (si veda anche Il Sole 24 Ore del 29 ottobre 1987: La nota che precede la sentenza). Di più. Poiché all’epoca non esisteva la posta elettronica ma soltanto il fax, Saja decise di darne la più ampia diffusione, leggendolo personalmente, davanti alle telecamere e ai taccuini dei giornalisti. Alla lettura seguirono alcune domande, alle quali il presidente non si sottrasse, consapevole dell’estrema delicatezza politica della questione e quindi della responsabilità di un’informazione il più possibile completa.

Cito questo precedente (al quale ne seguirono altri simili, per esempio con il presidente Francesco Paolo Casavola, in occasione della sentenza sulla “buonuscita” degli statali, la n. 243 del 1993) come esempio virtuoso di una comunicazione/servizio: completa, chiara, efficace, che non lascia soltanto alle (pur sapienti) mani dei giuristi o dei bravi giornalisti la spiegazione di una decisione delicata politicamente. 

Dove per comunicazione virtuosa si intende non certo quella che evita le critiche (ce ne furono anche sulla decisione in questione) ma quella che consente di formulare critiche sulla base di fatti veri, non verosimili e tanto meno falsi, e neppure su interpretazioni suggestive. Critiche e dissensi – ce lo ricordava il presidente Bonifacio – fanno parte della vita della democrazia e neanche la Corte costituzionale può pensare di esserne immune.

Dunque, negli anni novanta la Corte sperimenta (sia pure in modo ancora occasionale) forme di comunicazione per certi versi persino più avanzate di quelle attuali. 

Non risulta che sia stata accusata di “autopromuoversi”, di “cercare il consenso popolare”, di “autolegittimarsi”. 

Non risultano timori di un possibile “condizionamento” del comunicato stampa sulla successiva stesura della motivazione.

Né risulta che qualcuno definì quella comunicazione “troppo divulgativa” e quindi potenzialmente “distorsiva”.

 

5. L’etica della relazione

La comunicazione come servizio impone un’etica. L’etica della relazione la chiama Elvio Fassone in uno scritto pubblicato nel fascicolo n. 4/2018 di Questione giustizia dedicato al «dovere della comunicazione»[7], ovvero, il rispetto della dignità del proprio interlocutore. Un’etica che s’impone a chiunque comunichi, e dunque anche al Giudice delle leggi. “Mettere in comune” implica comportamenti, atteggiamenti, parole… tutto ciò che serve a far conoscere e a costruire una relazione di rispetto e di fiducia.  

«Forse non ce ne rendiamo conto» – scrive tra l’altro Fassone – «ma i nostri provvedimenti – l’unico strumento con il quale, secondo il vecchio precetto, ci sarebbe consentito di “comunicare” con il mondo – offrono di noi un’immagine pesantemente fuori del tempo… In tanto paludato linguaggio (che a onor del vero si riverbera sul, e si nutre del, linguaggio legislativo) si staglia un piccolo gioiello normativo che ci ricorda come deve essere il nostro comunicare professionale. Mi riferisco al primo comma dell’articolo 192 del codice di procedura penale, molto meno analizzato dei tormentati commi successivi, là dove chiede al giudice, nella sentenza, di dare conto dei risultati acquisiti e dei criteri adottati. Quel “dare conto” è un prezioso compendio di procedura democratica, una consapevolezza che il decidere appartiene alle funzioni superiori ma al tempo stesso è sottomesso alla responsabilità di presentarsi ad un ideale uditorio della ragione, che è chiamato a consentire con il percorso mentale seguito. Quel “dare conto”» – conclude Fassone – «è presente anche in ogni altro “comunicare”. Se nell’articolo 192 esso rivela i percorsi mentali dell’estensore, nella nuova accezione esso manifesta la considerazione che il magistrato ha della dignità del suo interlocutore. All’uditorio della ragione si sostituisce l’uditorio dell’umanità». 

La Corte costituzionale non parla solo ai tecnici del diritto, parla a tutti. Anche quando scrive le sentenze. A maggior ragione quando scrive i comunicati stampa. Lo sforzo di renderli comprensibili a tutti è doveroso e costante.  

Il bel saggio di Fassone si chiude con un ricordo: «Un collega raccontava che il complimento più gradito ricevuto da un cittadino destinatario del suo operato era la frase: mi ha dato torto ma mi ha trattato con rispetto».

 

6. Qualche appunto sui comunicati

Pur rinviando integralmente ai documenti indicati in premessa, che, con riferimento all’attuale comunicazione della Corte, descrivono in dettaglio la tipologia dei comunicati, i criteri, le modalità, può essere utile aggiungere un paio di notazioni.

La prima: tutti i comunicati stampa sulle pronunce, compresi i titoli, sono redatti in prima battuta dai giudici; il testo viene poi rivisto insieme alla responsabile della comunicazione e riletto, corretto e approvato dal, o dalla, presidente. Se si tratta di comunicati che anticipano una decisione, il testo è redatto insieme a tutto il collegio, che comunque ne approva la versione finale, compreso il titolo. 

Ovviamente, ogni giudice ha il proprio stile, ma tutti i giudici sono ormai perfettamente consapevoli che un comunicato stampa – lo dice la parola stessa – non è una sentenza e nemmeno una sinossi della sentenza. 

Pertanto, ciascuno di loro si sforza sempre di usare un linguaggio semplice, inclusivo, accessibile a tutti. Istituzionale, direi. Semplice, infatti, non vuol dire semplicistico né è sinonimo di banale o di manipolativo. La scelta delle parole è accurata e ce ne sono tante che possono spiegare complessi concetti giuridici. Calamandrei diceva che «la chiarezza è garanzia della giuridicità dei contenuti», e Vittorio Scialoja ricordava che «Tutto ciò che è oscuro non può appartenere al diritto».

Massima, dunque, è l’affidabilità della fonte se a scrivere il comunicato su una sentenza è il giudice relatore e se a controllarlo è la presidenza. Ben più affidabile dell’interpretazione che potrebbe darne chiunque, anche un giurista, ammesso e non concesso che le interpretazioni dei giuristi siano univoche e concordanti.

Seconda notazione: i comunicati sulle pronunce depositate contengono sempre, sin dalle prime righe, il numero della pronuncia e cliccandoci sopra si ha immediatamente il testo integrale della decisione. È evidente che un giurista non si fermerà al comunicato perché il suo lavoro gli impone di leggere l’intero documento. Altrettanto faranno i giornalisti che vogliano approfondire. E chiunque altro abbia curiosità. A tutti quanti basta un clic per passare alla lettura integrale della decisione. In tal modo è anche possibile riscontrare la corrispondenza del comunicato al testo della decisione e ai suoi principali passaggi.

Massima trasparenza, dunque. Massimo rispetto per il controllo sociale.

Sarebbe insensato cercare un’esatta corrispondenza tra le parole del comunicato e quelle della sentenza. Sono atti diversi, con obiettivi diversi, destinatari diversi (almeno in prima battuta) e, ovviamente, regole redazionali diverse. Nulla impedisce, però, che molte parole del comunicato coincidano con quelle della sentenza e, anzi, è auspicabile che in futuro ciò avvenga sempre più spesso, anche grazie all’evoluzione del linguaggio giuridico, a partire dalle università, come peraltro già avviene in alcuni atenei e come auspicava nel 2014 un grande giurista, Marcello Gallo, invitando i colleghi a uscire dagli spazi angusti del linguaggio “esoterico” dei giuristi. 

A proposito di regole redazionali, una di queste ha a che fare con la sintesi, che, di per sé, implica una selezione di argomenti (chiunque abbia scritto nella sua vita un articolo lo sa bene). Il comunicato stampa di un’istituzione ha una particolare delicatezza ma la selezione segue gli stessi criteri di un buon resoconto giornalistico (la notizia, l’interesse pubblico, la spiegazione). Criteri che nulla hanno a che fare con omissioni o manipolazioni – peraltro impossibili se il comunicato viaggia con il testo integrale – ma servono a richiamare l’attenzione (in modo corretto) sull’essenziale, rimandando per il resto alla lettura integrale della fonte.

La terza e ultima notazione riguarda i comunicati che anticipano la decisione prima del deposito: lo scrupolo con cui l’intero collegio redige e approva il testo (nonché il titolo) esclude il paventato rischio che il suo contenuto possa essere smentito con la sentenza o possa condizionare l’estensore della motivazione. Non è mai avvenuto, fino a prova contraria. La Corte sa fino a che punto può spingersi – per contribuire alla chiarezza dell’informazione – nell’anticipare un ragionamento prima di scriverlo nella pronuncia definitiva (ricordo che anche le motivazioni vengono approvate in sede di lettura). Un passo troppo lungo sarebbe, tra l’altro, autolesionistico.  

Insomma, dubito che la Corte costituzionale, e i suoi singoli giudici, possano essere seriamente incorsi in “eccessi giornalistici”. Il problema è che il comunicato stampa (compreso il titolo) va redatto secondo le regole proprie del comunicato stampa, non secondo quelle dei giuristi per scrivere manuali o sentenze. Ogni alta corte europea, e non solo, ha un proprio stile, e la Corte italiana ha scelto quello, sobrio, di una nota mediamente breve, redatta con un linguaggio chiaro per far comprendere a tutti il contenuto e la portata delle sue decisioni. Molto va ancora migliorato, ma penso di poter dire che finora questa comunicazione ha realmente contribuito a migliorare la qualità dell’informazione.

Postilla finale: resta sempre auspicabile che la nota stampa – per quanto chiara e affidabile – non si sostituisca alla lettura integrale del documento, fondamentale per un’informazione completa.

 

7. La conoscenza

Durante il lockdown per l’emergenza sanitaria, ho riletto I Problemi della Corte, una raccolta di appunti del vicepresidente della Corte Ugo Spagnoli (che me ne fece dono), pubblicato nel 1996 da Giappichelli. Nel capitolo Conoscere per giudicare meglio, Spagnoli confessa di essere stato più volte turbato dal non riuscire sempre a prevedere o a conoscere quale sarebbe stato l’impatto di una sentenza «sulla società e sulle istituzioni». «La correttezza dell’argomentazione giuridica» – scriveva – «non sempre mi sembrava sufficiente per assumere una consapevole decisione. Avrei voluto saperne di più». Troppo rare le istruttorie formali, peraltro sempre fondate sulla trasmissione di atti, annota Spagnoli. Che aggiunge: «La Costituzione dello Stato contemporaneo non si accontenta di una corrispondenza formale tra atti, inconsapevole degli effetti sociali concreti di essi, ma pretende di ricondurre alla Costituzione la realtà non solo giuridica ma anche storica». Egli era convinto che la Corte dovesse acquisire “conoscenze”, sul piano economico, sociale, ordinamentale.

Quest’esigenza di conoscenza è stata negli ultimi anni il motore di tante iniziative della Corte, a partire dal Viaggio in Italia, nelle scuole e nelle carceri, e, infine, tra la cittadinanza, con quello che è stato chiamato Il Viaggio del Viaggio che ha portato la Corte ovunque, in Italia e all’estero, per la presentazione del docufilm di Fabio Cavalli, prodotto da Clipper Media e Rai Cinema, dedicato al Viaggio della Corte nelle carceri (da cui ha preso anche il titolo). 

Per inciso, anche se non è questa la sede per parlarne, non si può non registrare che l’esigenza di conoscenza ha portato, durante la presidenza Cartabia, a cambiare anche il volto del processo costituzionale, non solo rendendo le udienze meno imbalsamate e più vivaci nell’interlocuzione con le parti ma, soprattutto, aprendole alla partecipazione delle “voci di fuori”: amici curiae, esperti di varie discipline e terzi interessati alla causa (si veda il comunicato stampa sulle modifiche alle «Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale»[8]).

“Conoscere e farsi conoscere” (ma anche “capire e farsi capire”) è il felice slogan coniato dal presidente Lattanzi durante il Viaggio nelle carceri e riassume efficacemente la costante tensione della Corte all’apertura, per trasmettere e acquisire saperi, “mettere in comune” esperienze, scambiare conoscenze. Questa tensione raggiunge il suo culmine negli ultimi tre anni di vita della Corte e il Viaggio in Italia ne è la metafora migliore. Non a caso, è diventato un momento strutturale della vita della Corte. 

Purtroppo, il lockdown lo ha bloccato bruscamente, ma non è riuscito a spegnere quella tensione alla conoscenza e alla comunicazione che è stata – e rimarrà – la cifra di una Corte “in relazione”, come l’ha definita la presidente Cartabia, anche con riferimento alle altre istituzioni, in Italia e all’estero. E così, ecco che proprio durante la pandemia sono germogliati altri progetti comunicativi della Corte, a cominciare dai podcast, per continuare a “mettere in comune” conoscenze ed esperienze, raccontandole con una punteggiatura musicale.

È come se la Corte, a 61 anni, avesse deciso di dare fisicità a quell’esigenza di apertura manifestata fin dalla nascita e coltivata ininterrottamente, per essere – ed essere percepita – un’istituzione vicina, anche fisicamente, ai cittadini.

A tutti.

Sebbene la legge preveda espressamente che i giudici costituzionali possano visitare le carceri in qualsiasi momento e senza autorizzazione (articolo 6, primo comma, lett. b dell’ordinamento penitenziario), qualcuno ha criticato gli incontri “ravvicinati” con i detenuti.

In passato, soltanto Valerio Onida aveva fatto uso di questa facoltà, visitando la sezione del carcere di San Vittore a Milano, che ospita i detenuti in regime di 41-bis, e lo fece in occasione dell’istruzione di una questione riguardante proprio questo regime speciale di detenzione (si veda Marco Ruotolo, Il carcere come luogo della legalità. In onore di Valerio Onida, pubblicato sul n. 4/2011 della Rivista AIC).   

Il Viaggio nelle carceri è stato una scelta impegnativa su tanti fronti. Se ne è discusso, si è riflettuto, non sono mancati i dubbi, ma alla fine si è deciso di andare. La Corte sapeva che sarebbe stata anche una scelta impopolare (purtroppo, nulla è più impopolare del carcere) eppure si è mossa senza esitazione nell’unica direzione in cui la portava la Costituzione, perché – cito Lattanzi – «la Costituzione è di tutti». Non ha affatto rincorso il consenso. Ha fatto il suo dovere di Corte costituzionale. E ha smosso conoscenze e coscienze.  

Ogni giudice è stato libero di partecipare o meno al Viaggio, ma tutti lo hanno approvato. Un’assunzione comune di responsabilità con cui – nonostante i dubbi di chi non vi ha partecipato – la Corte ha confermato la sua forte leadership istituzionale. 

Il Viaggio è stato anche l’esercizio di un potere finalizzato, come diceva Spagnoli, a conoscere per decidere meglio. Perciò non c’è da stupirsi se di quell’esperienza, tutt’altro che superficiale o formale, i giudici, o alcuni di essi, abbiano fatto tesoro anche al momento di decidere (qualunque sia la decisione) questioni in materia penitenziaria. Qualche osservatore esterno ha temuto l’eccessivo “coinvolgimento” e ha parlato, impropriamente, di rischio di “condizionamento”, ignorando o svalutando proprio l’aspetto conoscitivo. Senza neppure sapere fatti e circostanze rilevanti, è stata citata come esempio di presunto “condizionamento” la sentenza sui permessi premio ai condannati per reati ostativi: ebbene, a prescindere dal fatto che le decisioni della Corte sono sempre collegiali, ricordo solo che il relatore/estensore di quella decisione è stato il giudice Nicolò Zanon, che notoriamente non ha partecipato al Viaggio nelle carceri e dunque non può essere stato “condizionato” al momento della decisione da alcun presunto “coinvolgimento” emotivo legato al Viaggio

Per inciso: è bizzarro pensare che “l’umanità” sia un limite o un pericolo invece che una dote, anche nell’esercizio della giurisdizione, e che l’empatia pieghi lo sguardo invece di alzarlo, rendendo il giudice più lucido e consapevole.

Naturalmente, destinatarie della “conoscenza” sono state anche, e soprattutto, le persone che la Corte ha via via incontrato durante il Viaggio. Non solo i detenuti, sebbene ne siano stati i principali protagonisti. Anch’essi sono stati liberi di partecipare o meno all’incontro con i giudici e chi ha deciso di esserci ha seguito un corso di preparazione non solo per imparare i fondamentali della Costituzione ma per arrivare all’incontro come vero interlocutore del giudice. Ognuno è stato libero di domandare ciò che voleva, rispettando i confini oltre i quali la Corte non avrebbe potuto rispondere in ragione della sua funzione. Ognuno ha capito che anche i giudici si erano preparati, e duramente, a quell’incontro. Tutti hanno dato qualcosa e l’hanno ricevuta. Sono stati incontri “spiazzanti”, come solo la conoscenza sa essere. Una lezione indimenticabile. Un momento di vera e partecipata crescita culturale, che ha aperto la strada a iniziative dei detenuti stessi sulla Costituzione (come Costituzione viva nel carcere di San Vittore), in modo che la tappa del Viaggio non fosse un punto di arrivo, ma di partenza.   

Come tutte le iniziative comunicative della Corte, anche il Viaggio nasce da un lavoro corale e non ha mai avuto un tono celebrativo o formale. Consapevole dell’utilità ma anche della responsabilità del “mettere in comune” – e dunque del “mettere in relazione” – la Corte costituzionale ha organizzato un servizio nel pieno rispetto dei suoi interlocutori.

 

8. Leadership istituzionale

Nella sua attività quotidiana, la Corte costituzionale svolge un lavoro di ricostruzione dell’ordinamento giuridico, politico, istituzionale, economico, sociale… Lo fa dentro un ingranaggio di cui è un tassello fondamentale perché ad essa spetta rimettere le cose a posto quando finiscono fuori posto; e questo lo fa – lo deve fare – anche quando il sentire comune va in direzione opposta perché ha perso la bussola dei valori costituzionali. 

Dunque, a differenza di altri tasselli dell’ingranaggio, la Corte ha un compito decisivo, talvolta ingrato, soprattutto quando la politica, per cavalcare il consenso, non esita a fare scelte borderline sul piano costituzionale, con il retropensiero che poi ci penserà la Consulta.

Questo è il duro lavoro di ricostruzione del giudice costituzionale, tanto più duro quando dilaga l’analfabetismo costituzionale. 

«La Corte costituzionale offre il vantaggio precipuo di proteggere il Paese in ogni tempo da sbandamenti e da errori» diceva De Nicola nel 1956, constatando però la diffusa ignoranza sulla Costituzione, anche da parte di chi ne parla «con aria altezzosa di saccente». Già allora si avvertiva la necessità di un impegno speciale per far circolare i valori costituzionali e farli vivere. Del resto, già nel 1952, dalle pagine della rivista Il Ponte, Calamandrei avvertiva: «Le formule costituzionali rimangono vive finché vi scorre dentro, come il sangue nelle vene, la forza politica che le alimenta; se questa viene meno, si atrofizzano e muoiono di sclerosi». 

Negli ultimi tre anni, in modo ben più consapevole e strutturato del passato, la Corte ha assunto su di sé la responsabilità della ricostruzione anche oltre il suo impegno giurisdizionale. Nei documenti indicati in premessa sono descritti i numerosi piani su cui si è mossa (compresi la Libreria dei podcast e l’App, successive alla redazione di quei documenti). Il film Viaggio in Italia, la Corte costituzionale nelle carceri è stato certamente il momento di maggiore visibilità di questo impegno. «La Costituzione vive o muore nella realtà della vita sociale.» – ha ricordato la presidente Cartabia durante il viaggio del Viaggio – «Il progresso civile richiede che ogni generazione si riappropri dei valori consegnati dai propri padri». La comunicazione della Corte sulla sua attività – giurisdizionale e non – è funzionale a questo passaggio di testimone tra generazioni.

Raccomando vivamente la lettura dei Diari delle tappe del viaggio del Viaggio, pubblicati sul sito della Corte: una cronaca accurata che restituisce la percezione pubblica di questa iniziativa inedita.

«Siete raccontati come casta ma avete dimostrato di essere altro», ha detto un detenuto del carcere di Torino dopo aver visto il film.

Lucia Castellano, già direttrice del carcere di Bollate e ora al Dipartimento delle misure di comunità, ha apprezzato particolarmente la «contaminazione di due realtà diversamente chiuse, senza la quale saremo sempre nel paradosso di chi vuole rieducare comprimendo i diritti fondamentali altrui. Ecco perché – ha osservato – il Viaggio è rivoluzionario».

A Bari, studenti di liceo hanno associato il loro “stupore” a quello dei protagonisti del film e a Napoli studenti universitari hanno scritto su Facebook di essere usciti “migliori” dalla visione del film.

La Casa della memoria, a Brescia, ha organizzato ben tre proiezioni e Manlio Milani (che nella strage di piazza della Loggia perse la moglie) ha ricordato di conoscere bene la sofferenza delle vittime «ma – ha detto – rifiuto l’idea di appartenere a una categoria piuttosto che ad una comunità con valori comuni a tutti». E dal pubblico qualcuno ha osservato che il film «è un pezzo di Costituzione spiegata alla gente con immagini reali» e «dovrebbe essere trasmesso in tv a reti unificate come il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica».

Già, perché nel film (ma diciamo pure nel Viaggio) si parla davvero un linguaggio istituzionale. «Parole costruttrici, capaci di creare relazioni con gli altri», le ha definite a Rebibbia Mauro Palma, garante nazionale dei detenuti. Questo è il linguaggio istituzionale.

A Venezia, alla Mostra internazionale del cinema, Paolo Baratta, all’epoca presidente della Biennale, ha usato l’espressione «Nation Building» per descrivere il senso del Viaggio (e del film): un’operazione di “costruzione di comunità”. 

Ma è stato un padre gesuita, Stefano Del Bove, a far notare, durante la presentazione alla Pontificia Università Gregoriana, che l’iniziativa della Corte è espressione di una forte «leadership istituzionale». 

È così.

Se è vero che la Corte si è mossa in continuità con una visione precisa della comunicazione, maturata fin dalla nascita, è anche vero, però, che in questi ultimi anni ha interpretato quella visione con una consapevolezza e una capacità di mettere in comune saperi, esperienze, conoscenze, e persino emozioni, che non hanno precedenti nella sua storia e con le quali sta contribuendo alla (ri)costruzione di un clima e di una convivenza fondati su valori comuni. Tutto ciò grazie alla sua fortissima leadership istituzionale.

L’esatto contrario, insomma, di una “Corte in sofferenza”, “in cerca di legittimazione”, che si “autopromuove” con una “rivoluzione comunicativa”, come l’ha definita qualcuno.

La storia, lo abbiamo visto, racconta… tutta un’altra storia. 

E immaginare, temere o, al contrario, auspicare che la Corte “torni indietro” è irrealistico. Semplicemente perché nella storia della comunicazione della Corte non c’è un “indietro” a cui tornare (la famosa Torre d’avorio) ma, semmai, c’è sempre stata una “prospettiva comunicativa” che fa della Corte una protagonista della contemporaneità e, quindi, della storia futura.

Roma, 7 settembre 2020


 
[1] Vds. www.cortecostituzionale.it/documenti/news/CC_NW_20190902.pdf

[2] Vds. www.cortecostituzionale.it/documenti/relazione_cartabia/7_report_comunicazione_2019.pdf.

[3] Vds. www.cortecostituzionale.it/documenti/relazione_cartabia/2_sintesi.pdf.

[4] www.cortecostituzionale.it/categoriePodcast.do.

[5] Vds. www.spreaker.com/user/11851781/coraggio.

[6] Vds. www.scc-csc.ca/review-revue/2019/index-fra.aspx.

[7] Un esempio virtuoso di comunicazione, l’etica della relazione, www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/un-esempio-virtuoso-di-comunicazione-l-etica-della-relazione_612.php.

[8] Ufficio stampa della Corte costituzionale, 11 gennaio 2020, www.cortecostituzionale.it/documenti/comunicatistampa/CC_CS_20200111093807.pdf 

 

[*]

Anticipiamo qui il contributo di Donatella Stasio destinato al numero di Questione Giustizia trimestrale dedicato alla giustizia costituzionale, di prossima pubblicazione.

30/09/2020
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