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Contro la guerra di offesa: la fuga, la protesta, l’aperta ribellione. In nome del diritto

di Nello Rossi
direttore di Questione Giustizia

La fuga, la protesta, l’aperta ribellione: le reazioni dei cittadini russi “arruolabili” all’annuncio di una escalation della guerra in Ucraina e della mobilitazione “parziale” ci dicono che, anche sotto il giogo di un regime oppressivo, può nascere e svilupparsi un forte movimento popolare di protesta, capace di unire più generazioni nel rifiuto di una guerra di aggressione e dei suoi inaccettabili costi umani  Nel crogiuolo del conflitto ucraino stanno maturando le condizioni per una ampia fascia di renitenza rispetto ad una guerra di offesa e per la legittimazione delle volontà individuali di sottrarsi ad un conflitto armato iniquo? 

1. Le reazioni in Russia all’annuncio della mobilitazione dei riservisti

Dopo le minacce da parte di Vladimir Putin di una escalation del conflitto in Ucraina e l’annuncio di una mobilitazione “parziale” dei riservisti è il web a registrare, con la consueta tempestività, le immediate reazioni dei cittadini russi. 

Il Quotidiano nazionale del 21 settembre 2022: «Vladimir Putin ha annunciato la mobilitazione parziale per la guerra contro l'Ucraina. E il popolo russo ha reagito: sono andati esauriti i biglietti per i voli odierni verso l'estero. Le poche rotte che sono ancora disponibili hanno costi e trasferimenti poco abbordabili. Già ieri sera, quando è stato annunciato il discorso di Putin, la domanda "come lasciare la Russia?" era la ricerca numero uno su Google da parte dei russi. Lo ha fatto sapere Meduza, testata indipendente russa, su Telegram. La preoccupazione per la mobilitazione generale e la conseguente chiusura dei confini sono evidentemente un timore palpabile tra i russi ora che Putin ha fatto il primo passo. A fronte di sondaggi che danno il consenso dei russi all'operazione militare a oltre il 70%, e quello per Putin che supera l'80%, solo il 3% della popolazione si dice disposta a combattere per la Russia». 

Open del 21 settembre 2022: «il decreto che istituisce la mobilitazione prevede che vengano richiamati i militari di riserva e la possibilità di chiamare la popolazione generale alle armi in maniera obbligatoria […] Nel testo, che consentirebbe la discesa in campo di altri 300 mila uomini, c’è molto di più. All’articolo 2 si legge che il presidente si riserva il diritto di “reclutare al servizio militare i cittadini russi nell’ambito della mobilitazione delle forze armate russe”, anche se il ministro della difesa del Cremlino Sergei Shoigu ha fatto sapere che al momento i cittadini coscritti al servizio non verranno impiegati in Ucraina. Nell’articolo 3, inoltre, viene inoltre stabilito che il salario di chi verrà arruolato in questo modo, sarà lo stesso dei membri regolari dell’esercito, mentre al punto 4 si legge che contratti di coscrizione rimarranno validi fino alla fine della mobilitazione. La chiamata potrà essere rifiutata – secondo l’articolo 5 – nei seguenti casi: il raggiungimento dell’età di servizio massima; per ragioni di salute che la Commissione militare consideri non idonee alla prestazione di servizio militare; e per verdetti che incriminino i soggetti interessati. Infine “gli ufficiali anziani” e le “entità costituenti” della Russia dovranno assicurare la “coscrizione dei cittadini chiamati al servizio militare”. Il decreto arriva a un giorno di distanza da una risoluzione del parlamento russo, effettuata con una procedura espressa che prevede sanzioni penali ai soldati che disertano, si arrendono o si rifiutano di seguire gli ordini loro impartiti. Come evidenzia la testata russa indipendente Meduza, le pene per questi reati possono arrivare fino a 15 anni e partono da un minimo di due. Inoltre, al di fuori del codice penale, la Duma ha approvato una legge che semplifica l’ottenimento della cittadinanza russa per gli stranieri che decidono di arruolarsi e combattere».

Di fuga dalla Russia parla anche Today Mondo del 21 settembre: «Praticamente tutti i voli dalla Russia verso le destinazioni estere disponibili sono andati "sold out" mercoledì 21 settembre dopo che il presidente Vladimir Putin ha dichiarato una mobilitazione "parziale" per sostenere lo sforzo bellico contro l'Ucraina. I voli da Mosca verso le capitali di Georgia, Turchia e Armenia – che non richiedono visto per i russi – sono andati esauriti in pochi minuti dall'annuncio di Putin, secondo il principale sito web russo di pianificazione dei viaggi, aviasales.ru. con prezzi saliti anche a migliaia di euro. I voli più economici da Mosca a Dubai sono disponibili al costo di oltre 300.000 rubli (poco meno di 5 mila euro), circa cinque volte lo stipendio medio mensile. Stessa sorte anche per i voli diretti da Mosca all'Azerbaigian, al Kazakistan, all'Uzbekistan e al Kirghizistan mentre da ore si susseguono voci sulla chiusura delle frontiere. E tutto questo mentre si registrano 35 chilometri di coda al confine tra Russia e Finlandia». 

Euronews del 22 settembre riferisce delle manifestazioni popolari contro la guerra: «Oltre 1.300 persone sono state arrestate mercoledì in tutta la Russia, durante le manifestazioni contro la mobilitazione militare ordinata dal presidente russo Vladimir Putin  La maggior parte degli arresti ha avuto luogo a San Pietroburgo, la città natale di Putin, dove la polizia ha usato il solito approccio violento per reprimere le proteste.Nella capitale, Mosca, la polizia ha arrestato più di 500 persone.Per le strade c'è indignazione, ma anche paura. Spiega un giovane, Mikhail: "La mobilitazione è orribile. Putin ha iniziato questa guerra. La maggior parte della gente normale non la sostiene, ma ha paura di protestare, perché rischiamo tutti di essere arrestati" Immagini simili di arresti sono state viste in almeno 38 città di tutta la Russia.La paura della mobilitazione e di dover partire subito per il fronte in Ucraina ha portato migliaia di russi a fuggire immediatamente dal loro Paese».

 

2. Uno stretto crinale: necessità di drammatizzare il conflitto e volontà di rassicurare i potenziali coscritti

L’impressione che si ricava dall’accavallarsi di queste prime caotiche notizie è che il potere politico - militare in Russia si trovi costretto a muoversi su di uno strettissimo crinale a causa e a seguito degli ultimi sviluppi delle operazioni militari sul territorio ucraino. 

Per un verso esso deve ricorrere, per giustificare l’intensificazione dello sforzo bellico, ad un’ulteriore drammatizzazione del conflitto, ormai apertamente qualificato come una guerra all’Occidente e accompagnato dall’evocazione di una possibile escalation nucleare. 

Per altro verso, Putin e i suoi generali devono sforzarsi di rassicurare i cittadini russi, insistendo sul carattere parziale e circoscritto della mobilitazione divenuta necessaria per proseguire, su più larga scala, la guerra sul territorio ucraino. 

A giudicare dalle prime reazioni l’obiettivo della rassicurazione è tutt’altro che raggiunto. 

Molti cittadini russi in età di leva, i potenziali coscritti, mostrano di non credere al carattere limitato della mobilitazione, paventano l’escalation militare e preferiscono fuggire dalla Russia per non essere scagliati, contro ogni loro volontà, nella sanguinosa guerra di offesa in corso. 

Se, come è prevedibile, i tentativi di lasciare il suolo russo verranno contrastati con durezza; se i renitenti verranno considerati disertori e come tali puniti; se l’exit da una situazione ritenuta inaccettabile verrà sbarrata; allora si aprirà una fase nella quale la guerra apparirà ai cittadini russi in una luce del tutto nuova, facendo montare quella aperta avversione popolare che sinora è largamente mancata. 

La diffidenza verso le dichiarazioni ufficiali delle autorità e il rifiuto di essere coinvolti in una guerra di offesa potrebbero infatti divenire ingredienti di una miscela esplosiva: un movimento popolare di protesta, che unisce più generazioni nella ripulsa e nella delegittimazione della guerra. 

 

3. E’ davvero una utopia parlare di un diritto di renitenza? 

Qualche mese fa, ragionando di pace e di guerra sulle pagine di questa Rivista scrivevamo che «la spontanea e vitale ripulsa della guerra, propria della grande maggioranza delle giovani generazioni […] pone le basi per smascherare l’assurdo di Stati che nelle sedi ufficiali dichiarano di volersi precludere la guerra mentre non esitano a scatenarla e per tradurre in un nuovo e fondamentale diritto umano le dichiarazioni di principio sul ripudio della guerra di offesa contenute nelle Costituzioni e nelle convenzioni internazionali. Se i detentori del potere dimostrano di non arretrare di fronte alla guerra, sono gli individui a dover rivendicare il diritto di agire con tutti i mezzi a loro disposizione. Rifiutando di essere trascinati in conflitti armati che, alla luce del diritto internazionale, sono da considerare illegittimi. Praticando ogni forma di disobbedienza possibile: l’aperta ribellione, la fuga, la richiesta di asilo in Paesi stranieri. Invocando un diritto individuale di renitenza, mai direttamente menzionato nelle leggi e nelle convenzioni, eppure iscritto nella logica del diritto internazionale sviluppatosi a partire dal secondo dopoguerra»[1].

Le veementi reazioni dei russi “arruolabili” alla prospettiva di un’ampia mobilitazione militare e all’invio nel teatro di guerra ucraino ci dicono che il potere non può più contare sulla passività dei cittadini, che cresce la volontà di sottrarsi al comando di combattere guerre di aggressione, che matura uno spirito di rivolta contro governanti che ancor oggi pretendono di disporre della vita e della morte degli individui. 

Questi sentimenti, che possono divenire l’arma più potente nell’attuale conflitto, nutrono una aspirazione ad essere liberi dalla guerra di cui va riconosciuta la dignità etica, politica e giuridica. 

L’immediata e spontanea protesta dei russi – espressa nella fuga, nelle manifestazioni di piazza, nella revoca del consenso al regime - conferma l’inconcepibilità e l’inaccettabilità, da parte di fasce sempre più ampie della popolazione, di una guerra di aggressione, di conquista, di annessione. 

Di più: quella protesta ribadisce l’esigenza politica ed istituzionale che alle dichiarazioni di messa al bando delle guerre come mezzo di risoluzione dei contrasti internazionali faccia seguito il riconoscimento del diritto dei singoli di sottrarsi alle guerre ingiuste unilateralmente scatenate a fini di sopraffazione e di conquista. 

Oggi più che mai il vasto movimento di opinione pubblica contro la guerra non può limitarsi a chiedere la fine degli scontri armati e l’opzione per una soluzione pacifica del conflitto ma deve orientarsi anche a legittimare, sulla base del diritto internazionale, gli atti individuali di sottrazione ad ogni impegno bellico di natura offensiva. 

Una politica di pace deve tradursi in diritto e laddove ha fallito il diritto oggettivo puntare su diritti soggettivi radicalmente antagonisti alle aggressioni.

Primo tra tutti il diritto individuale di renitenza, la facoltà del singolo di sottrarsi con ogni mezzo a sua disposizione ad una guerra di offesa. 


 
[1] In questi termini un mio scritto Contro le guerre di offesa: diritto di renitenza pubblicato in Questione Giustizia on line del 6.8.2022. nel quale si afferma tra l’altro che: «a fronte della clamorosa ineffettività e delle plurime violazioni delle dichiarazioni di principio di rifiuto della guerra contenute nella carta dell’ONU, nelle convenzioni internazionali e in molte Costituzioni, l’affermazione di un tale diritto individuale rappresenterebbe il primo germe di una alternativa ai fallimenti degli Stati e della comunità internazionale. Una sorta di nuovo habeas corpus - rivoluzionario come lo fu quello che, nel 1769, sottrasse i cittadini alla tirannia incondizionata del sovrano – destinato a sancire l’inviolabilità della persona rispetto alla guerra, legittimando gli individui ad ergersi contro conflitti armati diversi da quella di difesa della propria patria e della propria comunità».

23/09/2022
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Discutere dell’esistenza di un diritto individuale di renitenza rispetto ad ogni guerra di offesa può sembrare irrealistico alla luce della congiuntura storica che attraversiamo. Eppure la spontanea e vitale ripulsa della guerra, propria della grande maggioranza delle giovani generazioni, interroga oltre all’etica e alla politica, anche il diritto. Essa infatti pone le basi per smascherare l’assurdo di Stati che nelle sedi ufficiali dichiarano di volersi precludere la guerra mentre non esitano a scatenarla e per tradurre in un nuovo e fondamentale diritto umano le dichiarazioni di principio sul ripudio della guerra di offesa contenute nelle Costituzioni e nelle convenzioni internazionali. Se i detentori del potere dimostrano di non arretrare di fronte alla guerra, sono gli individui a dover rivendicare il diritto di agire con tutti i mezzi a loro disposizione. Rifiutando di essere trascinati in conflitti armati che, alla luce del diritto internazionale, sono da considerare illegittimi. Praticando ogni forma di disobbedienza possibile: l’aperta ribellione, la fuga, la richiesta di asilo in Paesi stranieri. Invocando un diritto individuale di renitenza, mai direttamente menzionato nelle leggi e nelle convenzioni, eppure iscritto nella logica del diritto internazionale sviluppatosi a partire dal secondo dopoguerra. E’ possibile che questo diritto, che oggi sembra una utopia, abbia dalla sua il futuro...

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