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Città e lavoro

di Rita Sanlorenzo
sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione, vicedirettrice di Questione Giustizia

Il testo riproduce l’introduzione alla sessione Città e lavoro, a cui hanno preso parte anche Carla Ponterio e Sandra Burchi, nell’ambito del Festival Parole di giustizia intitolato Una città per pensare svoltosi a Pesaro, Fano e Urbino tra il 20 ed il 23 ottobre 2022

1. La storia ci ha insegnato a guardare alla città in rapporto al lavoro come tradizionale scenario di cambiamenti epocali.

Il pensiero corre subito alla rivoluzione industriale che, a partire dalla seconda metà del XVII secolo in Inghilterra dapprima, e poi nel resto dell’Europa, tra le tante cose, determinò anche il sovvertimento del rapporto tra le campagne, dove sino lì lavorava la maggior parte della popolazione, impiegata in agricoltura, e la città, dove appunto le nuove attività produttive stavano diffondendosi richiedendo il massiccio ingresso di manodopera.

Si trattò di una rivoluzione capace di innescare un potente fenomeno di inurbamento, che ha coinciso con l’abbandono progressivo del lavoro agricolo per il lavoro nel manifatturiero e nell’industria.

Ciò ha determinato anche un profondo cambiamento urbanistico all’interno delle città, man mano che prendeva piede il lavoro nell’industria, nel segno di un aperto conflitto tra vecchio e nuovo. Pensiamo all’esplosione urbanistica delle periferie, e all’edificazione di grandi caseggiati destinati ad ospitare le famiglie degli operai, spesso migranti, ed il simmetrico abbandono dei centri storici, ritenuti malsani ed insicuri a fronte di questa modernità che sembra destinata a dilagare senza resistenze.

Ne scrive per esempio Alessandro Leogrande a proposito di Taranto, in un suo pezzo su la Città e l’Industria, in cui partendo dalla parabola della sua tormentata città, richiama, e mi piace ricordarlo, quel capolavoro letterario che è La dismissione, il cui autore, lo scrittore napoletano Ermanno Rea, parlando appunto della dismissione dello stabilimento industriale di Bagnoli, coglie perfettamente l’antitesi “fabbrica-vicolo”, e l’ergersi della fabbrica, e del lavoro di fabbrica, e della vita legata al lavoro di fabbrica, come netta contrapposizione al mondo del reticolo di vie del centro storico della città. 

Le città si trasformano, dunque, e diventano luogo di massificazione e di imponente, a volte spersonalizzante, inurbamento, ma anche di progresso, di condivisione e di solidarietà: a questa vertiginosa trasformazione sociale, prima che economica, dobbiamo anche la costruzione di soggetti collettivi rappresentativi dei lavoratori all’interno dei grandi luoghi produttivi, le fabbriche, cattedrali della modernità e del progresso tecnologico, teatri della crescita delle organizzazioni sindacali. 

 

2. La memoria di questi fenomeni appartiene al passato, anzi alla storia. Anche se è sbagliato coprire con l’oblio e la rimozione una realtà industriale che non è tutta superata, non ancora. C’è ancora chi resiste contro la perdita del lavoro nell’industria, chi si ribella a fenomeni di deindustrializzazione e delocalizzazione. A Bologna, oggi, il Collettivo GKN – la sede fiorentina della multinazionale che ha deciso di chiudere lo stabilimento italiano in base alla strategia planetaria di ottimizzazione dei profitti e di “taglio dei rami secchi” (anche se ancora capaci di dare il sostegno a centinaia di famiglie di lavoratori) rilancia la sua chiamata collettiva non solo contro la perdita di quei posti di lavoro, ma contro la perdita di dignità del lavoro in generale, ormai impoverito e marginalizzato dopo il dilagare della precarietà e della terziarizzazione.

Oggi non poche sono le città che avendo spinto per quel tipo di sviluppo dell’industria, favorendolo senza riserve o quasi, modificando le proprie topografie, sono costrette a subire le devastazioni portate dall’abbandono: condannate a portare in sé non solo le «macerie della storia industriale», come scrive Leogrande, che tra l’altro rendono evidente la necessità di elaborare un rapporto critico rispetto a quella storia, ma in molti casi, anche le ben più pesanti macerie del tessuto urbanistico. 

In Italia forse non siamo arrivati ai casi limite che il declino dell’industria ha determinato in alcuni luoghi rimasti simbolo di questa controrivoluzione. Negli Stati Uniti gli esempi sono molto più evidenti e significativi. Qualche anno fa Alessandro Coppola ha scritto per Laterza un libro molto bello, intitolato Apocalypse Town. L’oggetto del suo studio erano le città statunitensi della cosiddetta “cintura della ruggine”, Youngstown, Baltimora, Denver, cioè quelle città che, dopo essere state dei grandi poli siderurgici, hanno vissuto in pieno la crisi di quel modello di sviluppo. Dopo la crisi dell’acciaio, che ha visto in tutti quei centri il ridimensionamento se non addirittura la chiusura degli stabilimenti, e l’avvio di una gravissima crisi economica, quelle città si sono drammaticamente spopolate. Così si è assistito a un fenomeno, su vasta scala, di sfilacciamento urbano e di creazione di città-groviera.

 

3. Per fortuna non sempre questo tipo di parabola è stata lasciata libera di percorrere la sua discesa: in alcuni casi (Torino è l’esempio che mi viene in mente avendone conoscenza diretta) si sono cercate, magari non con pieno successo, ma con uno sforzo che andava fatto, nuove soluzioni, nuove vocazioni, dopo che delocalizzazioni e deindustrializzazione hanno portato all’abbandono forzato del modello di città -fabbrica. Sono casi in cui si è sollecitato il cambiamento, non ci si è limitati a farsene travolgere.

Certo, ciò ha voluto dire adattare le città, i tempi, le vite, ad una economia che man mano è andata a fondarsi più che altro sui servizi: una economia che dunque presenta nuove esigenze e chiede nuove forme di prestazioni. 

Per ciò che concerne il lavoro, si guarda con favore alle nuove prospettive occupazionali, e si osserva con curiosità l’affermazione di nuove figure lavorative, ciò che finirà per comportare notevoli e profonde trasformazioni dei modelli di vita.

 

4. Cosa è cambiato ancora, dopo la crisi industriale, con l’isolamento da Covid? E cosa è ancora destinato a cambiare con la crisi energetica dalle ricadute ancora imprevedibili ma sicuramente devastanti? Qualche cambiamento potrà essere razionalmente orientato dalla crisi ambientale che sembra destinata a segnare il futuro dell’umanità?

Un primo elemento, che darà poi materia in particolare ai due interventi che seguiranno: il Covid ha costretto molti, anche se non tutti, a sperimentare il lavoro da casa, modello che da nicchia di privilegio si è trasformato in ripiego di fronte all’emergenza.  Smart, agile, telelavoro, indipendentemente dall’inquadramento e dalle caratteristiche, in gran parte dell’immaginario è identificato nella necessità di dare risposta all’emergenza. Finita (quel)l’emergenza, si tornerà alla normalità? Hanno goduto di alcuni vantaggi sicuramente le aziende, che hanno riportato grandi risparmi; più incerto il bilancio per i lavoratori, e per le loro famiglie. Il lavoro andrà ancora ad occupare spazi collettivi, dove i lavoratori potranno incontrarsi e condividere esperienze e bisogni, o prevarrà la tendenza alla nuclearizzazione ed all’isolamento del singolo?

 

5. Parlando di città e lavoro, non si può distogliere lo sguardo da quelle nuove forme di lavoro che già prima del lockdown incominciavano a diffondersi per far fronte ad una richiesta che andava crescendo, quella per la consegna a casa di alimenti, il cosiddetto food delivery, per soddisfare la quale sono scesi in strada, nel vero senso della parola, montando le due ruote, eserciti crescenti di riders.

Nell’epoca del non lavoro, l’«economia dei lavoretti» si è andata affermando nei fatti, prima che nelle regole: è stato proprio il Covid a costringere un po’ tutti ad aprire gli occhi su quello che continuava a succedere nelle strade deserte del lockdown, e magari ad interessarsi a cosa c’era di nuovo, eppur tanto di antico, in questa nuova modalità occupazionale. 

Si è scoperto così che a fronte della disponibilità oraria del rider, era la piattaforma a decidere a chi assegnare la consegna, secondo algoritimi predeterminati che, si diceva, rispondevano a criteri non di gerarchia, ma di efficientamento. 

In realtà, l’approfondimento delle modalità di svolgimento dei rapporti ha permesso di accertare che pur se  nei confronti di una piattaforma, era un’illusione l’idea che potesse esservi reale autonomia quando al lavoratore è lasciata la scelta se dare o meno la disponibilità alla prestazione, e per il tempo da lui ritenuto: perché la piattaforma non resta indifferente, anzi è progettata sempre in modo da operare una rigida selezione prediligendo quelli che danno tutto di sé, senza riserve o resistenze e soprattutto senza rivendicazioni. Come è stato detto dai più acuti osservatori di queste nuove tecnologie, la piattaforma, in qualche misura, finisce per vendicarsi. Sempre.

Rispetto alla crescita sregolata del settore, la giustizia, pur con i suoi tempi, è riuscita però a bonificare almeno gli aspetti più ferocemente costrittivi del rapporto che si andava a stabilire con il non – umano: ed ha riconosciuto la discriminatorietà del modo di agire della piattaforma che eliminava dai destinatari delle chiamate al lavoro quelli che in certi giorni ed in certe ore, in evidente coincidenza con astensioni organizzate dal lavoro a sostegno di richieste di tipo economico, questa disponibilità non l’avevano data. 

Intanto in termini più generali, e guardando alle applicazioni ormai fisiologiche dell’informatica alla selezione dei lavoratori ed alla gestione dei rapporti, è emerso chiaramente quello che dovremmo tutti avere ben chiaro: gli algoritmi, è stato efficacemente detto, non sono altro che «opinioni infilate nella matematica». E visto che la matematica, la statistica, sono tendenzialmente portate a favorire i gruppi più numerosi, se non ci si fa attenzione al momento della programmazione, sarà naturale che l’algoritmo si muova secondo pregiudizi legati all’identità di genere, all’orientamento sessuale, all’origine etnica, ovvero, fatalmente, alle opinioni personali. Come ha scritto Giorgio Resta, «senza questa preliminare consapevolezza si finisce per cristallizzare soluzioni e predizioni all’interno delle griglie che finiscono per essere fornite dai trascorsi storici e dal set di valori che ha guidato la programmazione del sistema».

E’ bastato guardare oltre l’apparenza, per scoprire che “questa” modernità presentava molti aspetti già conosciuti in un passato che sembrava superato: e che per riuscire a non lasciare soli questi “nuovi lavoratori” di fronte alla pseudo oggettività dell’algoritmo, ma soprattutto alla sua inarrestabile voglia di profitto, ha dovuto fare ricorso alle tradizionali garanzie giuslavoristiche. 

 

6. Se la giurisprudenza ha riconosciuto comunque il diritto dei riders alle tutele del rapporto di lavoro subordinato, pur qualificando il loro come collaborazione autonoma eterorganizzata, anche a seguito delle rivendicazioni sindacali che i “ciclofattorini” hanno portato avanti in questi anni, di recente si è arrivati alla sottoscrizione di accordi che riconoscono il diritto alla regolare assunzione e conseguentemente a quell’insieme di tutele (in caso di malattia o infortunio, il diritto ai riposi, il  divieto di retribuzione a cottimo) che inizialmente non sembravano obbiettivo possibile. 

Sono questi elementi di conoscenza che possono dare da riflettere, anche quando, nelle nostre città, ci capita di vedere sfrecciare per le strade, a qualsiasi ora e con qualsiasi tempo, ragazzi in bici con il classico cubo sulle spalle, a cui magari è stata affidata la consegna della nostra cena: malgrado la evidenza del cambiamento, le categorie novecentesche del diritto del lavoro sono state capaci di provare la loro utilità. E’ grazie a queste se, in qualche modo, si è riusciti, almeno in parte, a governare il cambiamento.

22/11/2022
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