Magistratura democratica
Magistratura e società

Una nuova edizione di "Italia occulta" di Giuliano Turone

di Edmondo Bruti Liberati
già procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Milano

A quarant’anni dalla scoperta della Loggia P2, Giuliano Turone pubblica una nuova edizione del suo libro Italia occulta (Chiarelettere, Milano, nuova edizione 2021) che contiene importanti aggiornamenti e rilevanti novità su due dei più tragici ed oscuri crimini della storia repubblicana: la strage di Bologna e l’omicidio di Piersanti Mattarella.

Nel quarantennale della perquisizione a Castiglion Fibocchi (17 marzo 1981) che portò alla luce la Loggia P2 esce la nuova edizione del libro di Giuliano Turone Italia occulta, con una appendice dedicata agli aggiornamenti sull’omicidio di Piersanti Mattarella e alla strage di Bologna.

L’A. in particolare tiene conto di quanto emerge dalla motivazione, depositata il 7 gennaio 2021, della sentenza emessa il 9 gennaio 2020 dalla Corte di Appello di Bologna con la quale Gilberto Cavallini è stato condannato all’ergastolo per concorso nella strage di Bologna. Dalla motivazione della sentenza, che non è definitiva, emerge, osserva l’A., come Cavallini abbia avuto, all’interno dei Nar, una posizione dominante e una funzione di trait d’union con gli ambienti ordinovisti e, per loro tramite, con i servizi segreti rigidamente controllati dalla loggia P2 e dal relativo sistema di potere” (p. 440).  E’ ora in corso davanti alla Corte di Assise di Bologna un ulteriore processo sui mandanti e finanziatori della strage che vede imputato Paolo Bellini, per concorso materiale nel delitto di strage.

Non si può che rimandare alla lettura della corposa appendice (pp. 439-484) alla nuova edizione che offre una analisi dettagliata delle novità emerse sull’omicidio di Piersanti Mattarella e sulla strage di Bologna.  

Su questa l’A. propone una «riflessione conclusiva. La falsa pista palestinese per la strage di Bologna è ancor oggi riproposta continuamente e con insistenza da ambienti interessati a tenere l’opinione pubblica il più possibile all’oscuro di ciò che sta realmente alla base degli eventi più agghiaccianti e vergognosi della strategia della tensione. Si tratta di una pista inventata frettolosamente dopo lo smascheramento dell’altrettanto falsa pista libanese, ed è stata costruita proprio sulla base artificiosa del provvidenziale pernottamento bolognese di Kram» (p. 484).

Lo studente tedesco dell’università per stranieri di Perugia effettivamente pernottò a Bologna la notte del 2 agosto 1980, ma il motivo «non aveva affatto quel risvolto truce che hanno cercato di attribuirgli i diabolici inventori della falsa pista palestinese, ma era semplicemente il risvolto innocente e poco fortunato di una fugace storia da fidanzatini alla Peynet. In altri termini, niente a che vedere con la strage di Bologna. E’ questa la conclusione alla quale perviene anche la sentenza Cavallini, dopo una disamina molto dettagliata». (p. 484, vedi anche p. 482-483).

Per l’omicidio di Piersanti Mattarella sono stati condannati all’ergastolo come mandanti i membri della cupola di Cosa Nostra, mentre i due esponenti del Nar, Gilberto Cavallini e Valerio Fioravanti, originariamente accusati come esecutori materiali sono stati assolti. Ma l’A. osserva che «nonostante queste due assoluzioni, non si può negare l’importanza che, almeno sul piano storico, vengono ad assumere i due “pezzi di targa” sequestrati nel covo Nar torinese di Monte Asolone il 26 ottobre 1982: infatti essi appaiono essere, […] una “targa virtuale” costruita operando sui resti dell’operazione di camuffamento delle targhe della Fiat 127 usata dai due assassini il giorno dell’omicidio. Quel reperto costruisce quindi un notevole anello di collegamento tra l’omicidio di Piersanti Mattarella e quel gruppo eversivo» ( p. 441).

L’A., sviluppando quanto già trattato nella prima edizione (pp. 225-256), espone in dettaglio gli elementi successivamente emersi, che non erano noti agli inquirenti palermitani degli anni Ottanta; valorizza in particolare gli spunti che già erano stati offerti dalla Relazione redatta l’8 settembre 1989 dal magistrato Loris D’Ambrosio, che all’epoca si occupava in particolare dell’eversione di destra.

La nuova edizione è lo stimolo a riprendere la lettura di un testo che nella prefazione Corrado Stajano efficacemente segnala come: «Una storia nera. Una storia purtroppo vera questa di Giuliano Turone, Italia Occulta, dove tutto è minuziosamente documentato da atti di giustizia, sentenze, ordinanze, confessioni, interrogatori, testimonianze, perizie balistiche, verbali magari a suo tempo sottovalutati o non compresi, qui invece analizzati con la furia certosina dello scrittore che spesso, come magistrato, è stato al centro di quel che racconta. Non è un’autobiografia» (p. vii).

Non è un’autobiografia, infatti. E, a dispetto di una suggestione che si potrebbe trarre dal titolo Italia occulta, non vi è alcuna indulgenza alla dietrologia e al complottismo, che spesso intorbidano altri scritti su questi argomenti.

E neppure alcuna enfasi, ma scrupolosa documentazione, nel riferire vicende che hanno drammaticamente segnato la storia recente degli ultimi quaranta anni della nostra democrazia.

A queste rimandano i titoli dei capitoli del libro: il caso Moro, Pecorelli, il «rapporto triangolare» fra Andreotti, Cosa Nostra e Sindona, l’assassinio di Ambrosoli, l’attacco giudiziario alla Banca d’Italia con la incriminazione di Baffi e Sarcinelli e il ruolo al riguardo svolto da Andreotti, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, gli assassini del capitano dei carabinieri Basile e del giudice Mario Amato e infine la strage di Bologna ed in particolare «I depistaggi sulla strage di Bologna. Il ruolo della loggia P2 e dei servizi segreti» (cap. XVI). Sul tema centrale dei depistaggi la nuova edizione presenta anche le efficaci sintetiche «Note a margine: fase 1 e fase 2 del depistaggio sulla strage» di Stefania Limiti.

Corrado Stajano nella prefazione si chiede «Perché tanto spazio alla loggia P2 nella prefazione a questo libro di Turone?». La risposta è nel capitolo conclusivo del libro intitolato «Il sistema P2 dopo la strage di Bologna».  

Un richiamo quanto mai opportuno poiché in questi quarant’anni trascorsi dalla perquisizione di Castiglion Fibocchi e ancora da ultimo sottovalutazione e negazionismo sono costantemente riproposti.

Il libro è dedicato a Tina Anselmi, Vincenzo Bianchi colonnello della Guardia di Finanza, Pasquale Juliano commissario di Polizia, Giorgio Manes generale dei Carabinieri, Giancarlo Stiz magistrato, semplicemente definiti «Servitori della Repubblica». Nel testo è documentato il ruolo svolto da ciascuno di essi, non meno che da coloro che li hanno ostacolati.

Non è solo per l’ordine alfabetico che in testa si trova il nome della onorevole Tina Anselmi, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, istituita con legge 23 settembre 1981 n,527. La Relazione finale è stata comunicata ai Presidenti delle Camere il 12 luglio 1984.

La magistratura è oggetto di particolare attenzione nell'ambito dei programmi della loggia, come emerge dal Piano di rinascita democratica del 1976 che viene sequestrato ad una figlia di Gelli al rientro in Italia il 4 luglio 1981.

La sezione disciplinare del Csm con la sentenza pronunziata il 9 febbraio 1983, depositata con grande tempestività nonostante la complessità della vicenda, poco più di un mese dopo il 16 marzo, dei tredici incolpati (alcuni dei magistrati nel frattempo si sono dimessi) ne proscioglie quattro e ne condanna nove: due, Domenico Pone ed Elio Siggia, alla rimozione, uno alla perdita di anzianità di due anni e trasferimento di ufficio, due alla censura e trasferimento di ufficio, quattro alla censura.

La sentenza disciplinare del Csm si segnala per gli approfonditi accertamenti sulla attendibilità complessiva degli elenchi sequestrati a Castiglion Fibocchi. A fronte di vari tentativi di far passare la tesi che gli elenchi degli iscritti e i documenti sequestrati a Gelli sarebbero privi di qualunque attendibilità, la sentenza afferma:

«Nell’ambito di competenza di questa Sezione Disciplinare e con riferimento alla posizione degli incolpati, invece, è stata riscontrata la attendibilità delle liste e della documentazione. […] Anzi non è stata trovata la domanda di persone […] che hanno certamente fatto parte della P2 percorrendo tutto l’iter di iniziazione»[1].

La attendibilità delle liste sarà, all'opposto, apoditticamente liquidata nella sentenza 12 luglio 1985 della prima sezione civile del Tribunale di Roma (presidente Filippo Verde) con la quale Ernesto Galli Della Loggia viene condannato al risarcimento dei danni nei confronti dell'on. Enrico Manca per un articolo pubblicato su Corriere della Sera nel quale si parlava della presenza del nome dell'on. Manca nelle liste della P2.

La relazione Anselmi tratta dei «Rapporti con la magistratura», facendo riferimento agli accertamenti svolti dalla sezione disciplinare del Csm. La relazione dà atto che nella requisitoria del procuratore della Repubblica di Roma Achille Gallucci «l’estensore mostra invece di non credete “alla veridicità delle liste degli iscritti”», ma, citata anche la opposta conclusione del Csm, conclude per l’autenticità e l’attendibilità dell’elenco delle liste, documento che rappresenta secondo il commissario Sergio Mattarella «la vita della loggia[2]». A tale conclusione la Commissione perviene anche sulla base delle perizie disposte e delle osservazioni sul punto del Commissario Mattarella, non senza aver polemicamente sottolineato che tali indagini non erano state disposte «da parte di altri organi inquirenti».

Con la decisione della sezione disciplinare del Csm, che segna una svolta verso un maggiore rigore in generale nella gestione dello strumento disciplinare, la magistratura, unico esempio nella pubblica amministrazione, mostra la determinazione di intervenire con fermezza nei confronti dei propri appartenenti. Infatti in altri settori della pubblica amministrazione, salvo alcuni indolori pensionamenti anticipati, non è stata inflitta alcuna sanzione significativa. Per quanto riguarda gli esponenti politici tutti gli iscritti alla P2 hanno proseguito indisturbati la loro carriera, taluno anzi con ulteriori rilevanti incarichi.

La Relazione della Commissione Anselmi viene lasciata cadere nel vuoto.

Restano inascoltati, anzi oggetto di critiche, i forti interventi del presidente della Repubblica Sandro Pertini nei messaggi di fine anno, nel 1980:

«I corrotti i disonesti sono indegni di appartenere al popolo italiano […]. Guai se qualcuno per amicizia o solidarietà di partito dovesse sostenere questi corrotti e difenderli. In questo caso la solidarietà, l’amicizia di partito diventa complicità ed omertà. Dev’essere dato il bando, ripeto, il bando a questi disonesti e a questi corrotti che offendono il popolo italiano».

Ed ancora l’anno dopo 1981:

«questa P2 che ha turbato, inquinato la nostra vita […]. Gli uomini politici non possono rimanere, non può rimanere al suo posto chi è stato indiziato in questa trappola della P2. La P2 si prefiggeva di compiere atti contro la Costituzione, contro la democrazia, contro la Repubblica […]. Le solidarietà personali, le solidarietà di partito diventano complicità[3]».

Il lavoro di Giuliano Turone nel ripercorrere la vicenda del “Sistema P2” è la migliore risposta a chi non ha voluto vedere e oggi vorrebbe rimuovere.


 
[1] Sentenza sezione disciplinare del Csm 9 febbraio 1983, rel. V.Zagrebelsky, p.26-27 e p. 51 dell’originale dattiloscritto, da cui saranno tratte tutte le successive citazioni. La sentenza è pubblicata in “Cassazione penale Massimario”, 1983, p. 750 ss.

[2] Relazione della Commissione parlamentare di inchiesta sulla loggia massonica P2, istituita con legge 23 settembre 1981 n,527, comunicata alle Presidenze delle Camere il 12 luglio 1984 , rispettivamente p. 36 e 43. 

[3] Discorsi di fine anno rispettivamente 1980 e 1981 citati in G, Crainz, Il Paese reale. Dall’assassinio di Moro all’Italia di oggi, Donzelli, Roma 2012 , p 103

05/06/2021
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