Magistratura democratica
Magistratura e società

Un palazzo nella "grande bellezza" di Roma, nato sotto una cattiva stella

di Leonardo Colicigno Tarquini
dottore in Storia dell’Arte nell’Università degli Studi di Firenze

Recensione a Pietro Curzio, Il Palazzo della Cassazione (Bari, 2021, Cacucci Editore).

In questo piccolo, ma intenso libro (pubblicato nella prestigiosa Collana Biblioteca di cultura giuridica, Breviter et dilucide, diretta dall’Autore), corredato da una galleria fotografica e completato da un testo tradotto in lingua inglese (con l’ottimo auspicio di una sua diffusione anche all’estero), Pietro Curzio, Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione, descrive magistralmente la storia e il programma iconografico del Palazzo di Giustizia di Roma, sede della Corte di Cassazione e del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati della capitale. 

Prima di parlare del libro cercherò di rievocare brevemente la storia della Corte di Cassazione, seguendo anche l’itinerario descrittivo dell’Autore; una storia che affonda le sue radici nell’epoca preunitaria: vorrei ricordare in questa sede l’istituzione, nella prima metà dell’Ottocento, delle Corti di Cassazione napoletana, toscana, piemontese e siciliana[1]. A seguito della proclamazione del Regno d’Italia continuarono a sopravvivere, oltre alle Corti di Cassazione di Torino, Firenze, Napoli e Palermo (alle quali poi si aggiungerà anche quella di Roma), i Tribunali superiori, o di terza istanza, distribuiti in varie città d’Italia[2]

Nel 1865 la capitale venne spostata da Torino a Firenze. Il 20 marzo e il 2 aprile di quello stesso anno furono emanate la  Legge per l’unificazione amministrativa del Regno d’Italia (legge n. 2248 del 20 marzo 1865), che cancellò tutte le magistrature preunitarie che, pur avendo operato per alcuni anni, lasciarono progressivamente il posto ad altre istituzioni che sono più o meno rimaste le stesse fino ad oggi, e la Legge per l’unificazione legislativa del Regno d’Italia (legge n. 2215 del 2 aprile 1865), che, fra l’altro, disciplinava la sola attività delle Corti di Cassazione preunitarie in terza istanza.

Passarono degli anni e la capitale e gli organi amministrativi e governativi del regno furono trasferiti, stavolta definitivamente, da Firenze a Roma[3]. La città all’epoca, che contava circa 200.000 abitanti, era costellata dai ruderi del suo glorioso passato e dotata di molte zone rurali. La spinta modernizzatrice e le forti tensioni speculative hanno purtroppo cancellato quel pittoresco ambiente bucolico che meglio caratterizzava l’ex capitale dello Stato Pontificio. «Così, alla fine hanno tolto Roma a noi esseri umani per darla ai politici. Dove rifugiarsi adesso? Roma era la sola città sacra d’Europa, l’unica che godeva di vera libertà, la libertà dalla tirannia della politica. Tutto quello che era attraente […] sparirà; per ogni ministro che spunterà fuori, [questi] affonderà un artista». Così il celebre drammaturgo norvegese Henrik Ibsen si confidava in una lettera indirizzata al danese Georg Brandes. In effetti Roma era una città che aveva qualche cosa di eterno e vitale, al tempo stesso, in cui rifugiarsi ed immergersi silenziosamente[4]. I dicasteri e gli altri uffici pubblici si insediarono in alcuni conventi e nei grandi palazzi signorili rinascimentali e barocchi e il governo e il comune promossero grandi opere pubbliche[5]. Cominciava a svilupparsi la Roma moderna. Nella Città Eterna si trasferirono anche molte famiglie straniere (alcune delle quali di fede protestante) che ottennero il permesso di costruire i propri palazzi e luoghi di culto: la prima chiesa non cattolica romana costruita dopo la fine del potere temporale dei papi fu quella di San Paolo entro le mura, situata nel rione Castro Pretorio, in Via Nazionale, costruita fra il 1873 ed il 1880 su progetto dell’architetto britannico George E. Street per gli episcopaliani americani, che fino ad allora (come tutti gli altri cittadini acattolici residenti in Roma) potevano celebrare il proprio culto solamente nelle cappelle delle sedi delle rispettive Legazioni, sedi sottoposte al rigido controllo delle autorità locali[6].

Nella nuova capitale, con la legge del 12 dicembre 1875, n. 2837, veniva istituita la Corte di Cassazione con due sezioni, una civile e l’altra penale, che si affiancavano alle altre Corti Supreme, nella prospettiva di una sua unificazione. L’anno seguente i membri dell’organo giudiziario celebrarono la loro prima riunione nella Sala di Pompeo di Palazzo Spada[7] (oggi sede del Consiglio di Stato e della bella Galleria Spada), un edificio costruito nel Cinquecento e ristrutturato in stile barocco nel secolo seguente da Francesco Borromini su commissione del cardinale Bernardino Spada. 

La Corte di Cassazione romana, alla quale furono assegnati, oltre ai distretti giudiziari della capitale, anche quelli di Bologna, Ancona, L'Aquila e Cagliari, assunse fin da subito alcuni compiti in esclusiva, fra i quali quello, molto importante, di dirimere i «conflitti di giurisdizione tra autorità giudiziarie già dipendenti da diverse corti di cassazione, tra tribunali ordinari e tribunali speciali»[8]. Con la legge del 31 marzo 1877, n. 3761, alle Sezioni Unite, nella capitale fu attribuita la risoluzione dei conflitti di attribuzione fra autorità giudiziarie e autorità amministrative; mentre con la legge del 6 dicembre 1888, n. 5825 si arrivò all’unificazione della Corte di Cassazione a Roma per i processi penali e anche per le questioni civili, da decidere a Sezioni Unite.

Il primo Presidente della Corte di Cassazione di Roma fu il mantovano Lodovico Mortara. Di origini ebraiche, classe 1855, avvocato e docente di procedura civile ed ordinamento giudiziario presso l’Università di Pisa, Mortara ricoprì l’incarico di presidente dell’istituzione dal 1915 al 1923, quando il regime fascista gli impose il pensionamento anticipato, col pretesto di realizzare proprio quella Cassazione unica che egli aveva sempre desiderato (insieme con lui fu “collocato a riposo” anche il suo fedele amico Raffaele de Notaristefani dei Duchi di Vastogirardi, presidente dell'Associazione Magistrati fino al 1922 e Procuratore Generale del Re d'Italia presso la stessa Corte di Cassazione). Infine, col Regio Decreto del 24 marzo 1923, n. 601, le Corti regionali furono unificate in una sola, con sede in Roma, e l’organo assunse  la denominazione di Corte Suprema di Cassazione. A questo proposito è interessante notare che un illustre giurista e uomo politico del nostro Novecento, Piero Calamandrei, fiorentino, si schierò per l’abolizione delle Cassazioni regionali, e quindi anche della Corte di Cassazione di Firenze[9].

L’edificio che ospita la Corte di Cassazione si trova in Piazza Cavour, nel rione Prati[10], e sulla piazza si affacciano il Tempio Valdese, il Palazzo De Parente (progettato da Gaetano Koch[11]), il Teatro Adriano e, appunto, il Palazzo della Cassazione. Esso è stato progettato dal perugino Guglielmo Calderini, anch’egli proveniente dall’ateneo pisano, uno dei più importanti architetti italiani del secolo XIX. Calderini fu attivo sia nella sua città natale[12], sia in altri centri della penisola: a Roma progettò il quadriportico antistante la basilica di San Paolo fuori le mura (ricostruita dopo il devastante incendio dell’estate del 1823[13]) e lo stesso Palazzo della Cassazione, considerato il suo capolavoro; quest’ultimo, figlio dell’ecclettismo ottocentesco, presenta degli elementi tratti dalle architetture tardo-rinascimentale e barocca. 

L’edificio è immerso nella “Grande Bellezza” e dalle sue finestre si gode una visione a 360 gradi della Roma antica, rinascimentale, barocca e contemporanea. Si tratta di uno dei più importanti ed imponenti edifici che siano mai stati costruiti dopo la proclamazione di Roma come capitale di un regno che richiedeva delle strutture governative ed amministrative ben più complesse di quelle dello stato pontificio. Esso è nato, purtroppo, sotto una cattiva stella, e non si è mai del tutto riscattato da quest’aura negativa. La posa della prima pietra si celebrò il 14 marzo 1889 alla presenza dei sovrani d’Italia Umberto I e Margherita di Savoia e del Guardasigilli Giuseppe Zanardelli, che caldeggiò la costruzione di un palazzo per poter riunificare in un’unica e prestigiosa sede, all’epoca del costruendo quartiere Prati, gli organi giudiziari della capitale. In quell’occasione, infatti, Zanardelli sottolineava il fatto che un «ad un popolo libero si addice il più splendido dei suoi palazzi alla Giustizia, poiché è la suprema guarentigia di tutti i diritti[14]». E così fu. Tuttavia, a causa della natura alluvionale del terreno, la fabbrica diede segni di cedimento già in corso d’opera e furono necessari importanti lavori di sostegno[15].

Un piccolo aneddoto. Durante i lavori di costruzione dell’edificio ritornarono alla luce alcuni interessanti reperti archeologici, tra i quali una bambola in avorio e un anello; questi reperti servirono come fonte di ispirazione per una poesia che Giovanni Pascoli scrisse per la figlia dell’allora Ministro della Pubblica Istruzione[16]

Il palazzo venne solennemente inaugurato da Vittorio Emanuele III nel gennaio del 1911.

I Romani l’hanno ribattezzato “Palazzaccio” perché, come scrive Pietro Curzio, oltre «alla drammaticità dei casi giudiziari trattati in quelle aule» (non a caso nelle sue austere sale furono girate nel 1962 alcune scene del film Il processo di Orson Welles), le sue decorazioni suscitarono numerose polemiche (furono coinvolti i migliori artisti presenti sulla piazza, nonché centinaia di fabbri, ebanisti e vetrai), anche da parte di importanti intellettuali dell’epoca (celebre fu la definizione datagli da Lionello Venturi: «una massa di travertino in preda al tetano»), al punto che venne istituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta, istituita con la legge del 4 aprile 1912, n. 317[17], perché tanto evidenti apparivano i sospetti di corruzione legati alla fabbrica. 

Guglielmo Calderini difese con vigore il suo lavoro, ma rimase talmente provato dall’umiliazione subita che si diffuse la diceria secondo la quale si sarebbe suicidato nel 1916, all’età di settantanove anni. Nelle cronache dell’epoca, tuttavia, non vi è traccia del presunto suicidio dell’architetto. Quello che doveva essere una sorta di “tempio” della Giustizia è finito per diventare una spina nel fianco per intere generazioni di politici, architetti ed urbanisti: ancora negli anni Sessanta del secolo scorso il palazzo mostrò altri segni di cedimento e all’inizio del decennio successivo furono necessari ulteriori lavori di manutenzione e consolidamento strutturale. Il rivestimento in travertino e le fitte decorazioni dell’imponente edificio non riuscirono a distogliere l’attenzione dai numerosi problemi che l’edificio porta con sé. 

Dopo aver rievocato la storia del “Palazzaccio” veniamo adesso alla parte prettamente artistica. Il suo vasto programma iconografico rappresenta un’apoteosi del Diritto: ai lati del monumentale ingresso sono state collocate le statue dei massimi giuristi dell’Antichità, del Medioevo e dell’epoca moderna: da Cicerone a Gaio[18], da Labeone[19] a Papiano[20], da Bartolo da Sassoferrato[21] a Gian Domenico Romagnosi[22]. La facciata rivolta verso il Tevere è sormontata da una «grande quadriga in bronzo con la Vittoria alata che innalza l’insegna del diritto romano e regge il globo dell’universo sottomesso alla legge». L’opera porta la firma dello scultore siciliano Ettore Ximenes[23], importante esponente dello stile Liberty, ed è stata qui collocata nel 1925. La facciata di Piazza Cavour, invece, è sormontata dallo stemma sabaudo, stemma che ricompare sia nelle sale, sia nei cortili del palazzo.

Entrando da Piazza Cavour ci imbattiamo nella monumentale Biblioteca Centrale Giuridica, le cui radici affondano nel materiale librario della cancelleria sabauda, integrato successivamente con altri fondi librari, soprattutto ecclesiastici. 

L’imponente Aula Magna, dove si svolgono alcune importanti udienze, convegni e cerimonie - la più importante delle quali è quella di inaugurazione dell’anno giudiziario alla presenza del Capo dello Stato - è decorata con gli affreschi di Cesare Maccari[24] (completati da Paride Pascucci) riproducenti gli episodi salienti della storia della Giurisprudenza occidentale: dall’emanazione delle Leggi delle XII Tavole, al Senatoconsulto che condannò la pratica dei Baccanali nel 186 a.C., dall’imperatore Giustiniano, affiancato dalla consorte Teodora, che riceve le Pandette, secondo nome di quella parte del Corpus iuris civilis voluta dallo stesso Giustiniano, un’opera che per secoli rappresentò la base del diritto occidentale, ad un altro imperatore, Ottone III di Sassonia, che consegna ai giudici quelli stessi libri giustinianei. La figura della Giustizia, riconoscibile dai suoi attributi inconfondibili (la spada, la bilancia, l’essere bendata)[25] domina la volta dell’aula.

Per concludere, il “Palazzaccio” viene descritto da Pietro Curzio con una approfondita ricostruzione storica e con una plasticità tale che, leggendo le sue pagine, si ha l’impressione di poter intraprendere una visita nelle sue austere stanze e contemplare il ricchissimo programma iconografico del palazzo, con le grandi statue collocate sulla facciata davanti al Tevere e nel cortile d’onore, e poi ancora gli splendidi affreschi del Maccari nell’Aula Magna e l’immensa Biblioteca centrale giuridica. 

Il libro consente all’ignaro lettore  non solo di conoscere la sede in cui i magistrati di legittimità svolgono le loro funzioni sotto gli sguardi severi di Labeone o di Ortensio, ma vuole puntare il riflettore anche sull’importanza di un patrimonio storico, artistico e librario di inestimabile valore, frutto, volendo citare un estratto di un famoso discorso del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella «della creatività e del genio degli Italiani ».  
 

Guglielmo Calderini, Palazzo della Corte di Cassazione, 1889-1911, Roma, Piazza Cavour, rione Prati

 

 

Ettore Ximenes, Vittoria Alata che innalza il vessillo del Diritto Romano e guida una quadriga, bronzo, collocata sulla facciata del palazzo nel 1925.

 

 

[1] La Corte di Cassazione del Granducato di Toscana fu istituita dal granduca Leopoldo II col Motuproprio del 3 agosto 1838, che conferì alla Consulta il diritto di costituirsi in “Corte di Cassazione”, ed essa assunse la sua forma definitiva nel 1841cfr. L’ordinamento giudiziario, I, Documentazione storica, a cura di N. Picardi e A. Giuliani, Rimini, Maggioli, 1985, pp. 705 sgg. e P. CALAMANDREI, La Cassazione civile, I, Storia e legislazioni, Torino, Bocca, 1920, n. 264, pp. 723 sgg.; mentre la Corte di Cassazione sabauda venne istituita col Regio Editto n. 638 del 30 ottobre 1847, anche se l’organo iniziò le sue attività il 1° maggio 1848; cfr. C. DIONISOTTI, Storia della magistratura piemontese, vol. II, Torino, Tipografia Roux e Favale, 1881, pp. 149 sgg. e 160 sgg.; Picardi-Giuliani (a cura di), L’ordinamento…, cit., I, pp. 649 sgg.; Discorso pronunziato dal senatore Giuseppe Borgini, Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione di Torino nella Assemblea Generale del 3 gennaio 1898, Torino, Tipografia Roux Frassati e C°, 1898; F. CIPRIANI, Le leggi di procedura nei giudizi civili del Regno delle Due Sicilie, Introduzione al Codice per lo Regno delle Due Sicilie, II/VIII, testi e documenti per la storia del processo, a cura di Picardi e Giuliani, Milano, 2004, pp. XXVII sgg.

[2] Cfr. M. MENCARELLI, Le Corti di Cassazione nell’Italia unita. Profili sistematici e costituzionali della giurisdizione in una prospettiva comparata (1865-1923), Milano, Giuffrè, 2005, pp. 43 sgg. Nel 1864 il Guardasigilli Vacca presentò un disegno di legge sull’unificazione legislativa che, all’art. 5, prevedeva l’abolizione delle Corti di Cassazione all’epoca funzionanti e la loro sostituzione con dei Tribunali di terza istanza o di Revisione, ma il progetto venne bocciato; P. CALAMANDREI, La Cassazione civile, II, Disegno generale dell’istituto, Milano-Torino-Roma, Bocca, 1920, nn. 130 sgg.

[3] Con la legge del 2 aprile 1871, n. 151, la città venne provvisoriamente sottoposta alla giurisdizione della Cassazione di Firenze.

[4] Cfr. L. VILLARI, Il conservatore ultraborghese profeta della libertà, in La Repubblica, 01/07/2006.

[5] L. BENEVOLO, Roma dal 1870 al 1970, Roma-Bari, Editori Laterza, 1992.

[6] Per un approfondimento sulla presenza e sulle condizioni degli acattolici nelle principali città dell’Italia preunitaria vedi M. CICOGNI, voce “Bibbia: la diffusione”, in Cristiani d’Italia, 2011, https://www.treccani.it/enciclopedia/bibbia-la-diffusione_%28Cristiani-d%27Italia%29/.

[7] Inaugurazione delle Sezioni della Corte di cassazione nella città di Roma il 4 marzo 1876, Roma, Stamperia reale, 1876, p. 3.

[8] G. SCARSELLI, Relazione La Corte di Cassazione di Firenze nell’incontro di studi organizzato dall’università di Palermo con la Regione Siciliana su La Corte di cassazione in Sicilia e le cassazioni regionali, nei giorni 10 e 11 febbraio 2012, p. 4.

[9] G. SCARSELLI, Relazione..., cit., p. 5, nota 15.

[10] Come scrive l’autore il quartiere presenta i caratteri tipici dell’edilizia piemontese, che a loro volta, si ispirano all’architettura napoleonica; per una panoramica sull’architettura napoleonica vedi R. MIDDLETON e D. J. WAKTIN, Architettura dell’Ottocento, Milano, Mondadori, 2001; A. FARA, Napoleone architetto nelle città della guerra in Italia, collana Arte e Archeologia- Studi e documenti, 29, Firenze, Leo S. Olschki Editore, 2006; T. ROLF, Néoclassicisme et Romantisme: architecture, sculpture, peinture, dessin: 1750-1848, Cologne, 2007, H.F. Ullmann.

[11] Architetto attivo durante la fine dell’Ottocento, Koch è stato uno dei più celebri architetti dell’epoca. Il suo nome è legato soprattutto al Palazzo della Banca d’Italia, situato in Via Nazionale, 91.

[12] Suoi sono i palazzi perugini Bianchi e Cesaroni, quest’ultimo sede del Consiglio regionale dell’Umbria.

[13] San Paolo fuori le mura a Roma, a cura di C. Pietrangeli, Roma, Nardini editore, 1988, pp. 36-83.

[14] Pel collocamento della prima pietra del Palazzo di giustizia in Roma. Discorso pronunziato dal Ministro Guardasigilli G. Zanardelli il XIV marzo MDCCCLXXXIX, Roma, Forzani e c. Tipografi del Senato, 1889.

[15] G. CALDERINI, La fiaba sulla deficiente stabilità delle fondazioni del nuovo palazzo di giustizia in costruzione a Roma, Roma, Camera dei Deputati, 1893.

[16] I reperti sono oggi conservati nella Centrale Montemartini di Roma.

[17] Commissione parlamentare d’inchiesta sulla spesa per la costruzione del palazzo di giustizia in Roma (legge 4 aprile 1912, n. 317): relazione ed allegati, Roma, Tipografia del Senato, 1913; si veda anche G. CALDERINI, Guglielmo Calderini direttore dei lavori del palazzo di giustizia in Roma agli illustri magistrati che dovranno giudicarlo, Roma, Casa editrice italiana, 1909.

[18] Celebre giurista romano del II secolo d.C. Le sue Institutiones furono scoperte all’inizio dell’Ottocento da Barthold Georg Niebuhr.

[19] Giurista di origini sabine vissuto nell’età augustea, fu un prolifico scrittore di opere giuridiche.

[20] L’erudito e santo Girolamo diede a Papiano la stessa autorità nel diritto civile che ha San Paolo nella dottrina cristiana.

[21] Vissuto nel XIV secolo, Bartolo da Sassoferrato fu uno dei più importanti giuristi dell’età di mezzo.

[22] Giurista, filosofo, economista ed accademico originario di Salsomaggiore Terme, vissuto a cavallo tra i secoli XVIII e XIX.

[23] Scultore specializzato in ritrattistica celebrativa e soggetti religiosi, Ximenes segnò il panorama artistico italiano della seconda metà del XIX secolo col suo realismo elegante, che ne fu un autore ricercato anche all’estero: a lui si deve la statua di Dante al Meridian Hill Park di Washington, scolpita nel 1921.

[24] Si aggiudicò la decorazione dell’aula del Senato (1881-1888) che oggi porta il suo nome a seguito di un concorso; cfr. Il Senato nell’età moderna e contemporanea, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1997.

[25] Vedi A. PROSPERI, Giustizia bendata. Percorsi storici di un’immagine, Torino, Einaudi, 2008.

10/07/2021
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