Milano, 16 ottobre 2026
Egr. dott. Direttore Nello Rossi
Questione Giustizia
Egregio Direttore,
Le scrivo per rappresentarLe lo sconcerto delle sig.re Silvia e Claudia Pinelli, figlie di Giuseppe Pinelli, per il tenore dell'articolo pubblicato su "Questione Giustizia" il 9 ottobre 2026 a firma dell'avv. Piola Caselli, nel quale si sostiene che la tesi, secondo cui Giuseppe Pinelli sarebbe caduto dalla finestra della Questura durante un maldestro tentativo di fuga, risulterebbe credibile e riscontrata da una serie di elementi logici e fattuali.
La tragica morte di Giuseppe Pinelli rappresenta una ferita mai rimarginata per la famiglia e una delle pagine più buie della storia repubblicana del nostro Paese, che pretende, ancora oggi, di essere trattata con estrema cautela e serietà.
Dichiarazioni testimoniali sconclusionate e prive del benché minimo riscontro, dense di "per quello che ricordo io", "però è una mia versione dei fatti", “secondo la mia versione, però ripeto è mia, non suffragata da niente", non rappresentano una "piccola perla rimasta sotto traccia" - come sostiene l'autrice ma un fatto meschino, che getta ulteriore confusione su una vicenda, purtroppo, mai chiarita.
Né dovrebbe essere consentito di attribuire a Giuseppe Pinelli una condotta illecita e sospetta, qual è la fuga dalla Questura, se non sulla base di fatti verificati e assolutamente inoppugnabili.
Ciò che sorprende non è che qualcuno rilasci dichiarazioni sconclusionate, benché in un'aula giudiziaria, ma che su queste, del tutto prescindendo dalla tragicità della vicenda, si discetti formulando mere ipotesi accademiche.
Come noto, Pinelli fu trattenuto illegalmente oltre i termini di legge presso gli uffici della Questura e in quella circostanza perse la vita. Con il rigore che impone questa vicenda, riteniamo necessario ricordare alcuni fatti - inequivocabilmente emersi dall'istruttoria condotta dal giudice istruttore D'Ambrosio - che dimostrano l'assoluta inconsistenza delle valutazioni esposte nell'articolo in oggetto.
E' innanzitutto intollerabile la descrizione di un clima amichevole e rilassato che avrebbe caratterizzato gli oltre tre giorni trascorsi da Pinelli negli uffici della Questura. Non è affatto vero, come sostenuto nell'articolo, che "nessuno ha mai messo in discussione che non fosse libero (niente manette, niente camera di sicurezza ma una brandina in corridoio, uscite al bar con gli operanti, telefonate alla famiglia)": questa è semplicemente la versione di Fainelli a cui acriticamente si è deciso di dare credito.
La ricostruzione di quei giorni come risulta dall'istruttoria del giudice D'Ambrosio è tutt'altra: Giuseppe Pinelli "dalle 18,30 del 12 dicembre sino a pochi minuti prima delle 24 del 15 dicembre, fu sottoposto ad una serie di stress, non consumò pasti regolari e dormi solo poche ore, una sola volta steso in una branda...
Alle 3 del mattino fu sottoposto al primo interrogatorio...
Rimase ancora nello stesso stanzone senza possibilità di stendersi e di beneficiare di un sonno ristoratore sino alle 23,30 del 13 dicembre, ora in cui venne accompagnato nelle camere di sicurezza della Questura...
La mattina del 14 fu ricondotto nel salone dell'Ufficio Politico e subì lo stress dell'attesa di un nuovo interrogatorio.
Finalmente dopo le 20,40 [...] subì ancora lo stress di un nuovo interrogatorio...
Alle ore 19 del 15 dicembre, senza che avesse potuto beneficiare di un sonno ristoratore in un letto, fu chiamato di nuovo per l'interrogatorio".
E ancora, si dà atto della "mancanza di sonno, di un'alimentazione adeguata (non aveva cenato ed i pasti da quando era in Questura erano costituiti da panini ripieni)...".
Dunque nessuna libertà, nessun pasto caldo offerto dagli operanti alla tavola calda, nessuna brandina su cui riposare, nessun clima amichevole.
A fronte di tale resoconto, non si comprende come ci si possa abbandonare a considerazioni inconsistenti e superficiali, secondo cui "un uomo può essere sottoposto a un interrogatorio serrato nelle sessioni specifiche e godere, negli intervalli, di libertà di movimento, di rispetto, finanche di un rapporto «quasi amicale»" (tanto più che Fainelli ha riferito, contraddicendo se stesso, di non ricordare un interrogatorio serrato).
Ma vi è di più. Seppur con inescusabile ritardo, alle ore 10,00 del 14 dicembre (ma con decisione che risale alle prime ore di quel giorno) venne emesso il verbale di fermo di Pinelli: come si può allora seriamente sostenere che "aveva libertà di azione, al punto che avrebbe probabilmente potuto allontanarsi sfruttando la confusione generale, se avesse ritenuto"?
Pinelli, dunque, non era affatto un "consulente" della Questura (i consulenti si invitano a pranzo, non i prigionieri, così si legge nell'articolo), ma una persona sottoposta a ripetuti e serrati interrogatori, caratterizzati anche dall'ingannevole esposizione di fatti non veri (si pensi alla falsa rappresentazione della confessione di Valpreda).
Quanto poi alla fantasiosa attribuzione, peraltro a una persona sottoposta a fermo, di un tentativo di fuga avvenuto "dopo la confessione di un fatto minore", è solo il caso di ricordare che come si legge nella sentenza del 27 ottobre 1975 “l'interrogatorio è terminato e nulla è emerso contro Pinelli". E sul punto va ancora ricordato che sempre il giudice D'Ambrosio scrisse che "è emerso che Pinelli era estraneo a tutti gli attentati di cui gli inquirenti fecero menzione nel corso dell'interrogatorio del 15 dicembre 1969".
L'istruttoria arrivò inoltre ad accertare che nella stanza dalla cui finestra precipitò, non era presente il Comm. Calabresi, mentre erano presenti ben quattro brigadieri della Polizia di Stato (oltre ad uno che si trovava sulla porta della stanza al momento della caduta) e un luogotenente dei Carabinieri. In Questura in quel frangente erano altresì presenti altri soggetti fermati e alcuni giornalisti, uno dei quali (Palumbo de L'Unità) "proprio mentre si accingeva ad attraversarlo [il cortile, n.d.r.] per recarsi agli Uffici della Volante a sentire le ultime novità, udì il rumore della precipitazione": ebbene, mai nessuno riferì di operanti alla ricerca affannosa di Pinelli datosi alla fuga.
Nella sentenza si legge inoltre che "la precipitazione avvenne terminato l'interrogatorio e mentre il commissario Calabresi stava sottoponendo al dott. Allegra, nell'ufficio di questi, il relativo verbale".
Come evidente, tale dato risulta del tutto inconciliabile con l'immagine, questa si da commedia demenziale, di quattro brigadieri che abbandonano Pinelli nella stanza e corrono verbale alla mano a vantarsi con il dott. Allegra del risultato investigativo ottenuto (quale?). E poi, la fuga sui tetti (che presupponeva un salto da una altezza di quattro metri da una finestra a un tetto, con il rischio concreto di precipitare per diciotto metri) sarebbe stata
portata a termine come? Per andare dove? Per darsi alla latitanza (rispetto a quale ipotesi di reato?) o per tornare dalla propria famiglia ed essere arrestato da lì a poche ore?
E ancora, non si comprende su quali basi esperienziali e per quali ragioni si affermi che appartenenti alle forze dell'ordine, che trattengono in violazione di legge un soggetto, ritengano più conveniente sostenere la tesi del suicidio (potenzialmente indotto proprio da quell'abuso di potere) rispetto all'incidente durante una fuga.
Né ha alcun fondamento la tesi secondo cui la fuga fu celata all'opinione pubblica perché poco credibile, considerato che dell'ipotesi del suicidio dubitarono, fin dal principio, tutti gli osservatori più attenti, tra cui Corrado Stajano, Camilla Cederna e Giorgio Bocca. Insomma, si sarebbe sostituita una versione poco credibile (la fuga) con una del tutto inverosimile (il suicidio).
L'articolo, senza evidentemente comprendere la gravità della condotta illecita attribuita a Pinelli, da un lato ignora completamente la sentenza del 1975 e dall'altro non si pone alcuno di questi interrogativi.
Negli anni sono molte le versioni e le novità che sono emerse e rapidamente evaporate, tutte ugualmente non riscontrate, tutte ugualmente dolorose per chi è impegnato, da oltre mezzo secolo, a far sì che questa vicenda sia trattata con il rigore che il rispetto per le persone coinvolte impone e senza che possa diventare il terreno per l'esposizione di fantasiose e inutili ricostruzioni.
In conclusione, Le chiediamo che sia dato atto in evidenza sul sito "Questione Giustizia" del contenuto della presente lettera e dell'integrale contestazione del contenuto dell'articolo da parte della famiglia Pinelli; Le chiediamo inoltre che, per le considerazioni sopra svolte, sia rimosso l'articolo in questione e che lo stesso non venga inserito nelle raccolte periodiche della rivista.
RingraziandoLa per l'attenzione, invio cordiali saluti
Avv. Ettore Zanoni
L’irrinunciabile libertà della ricerca storica
Gentile Avvocato Ettore Zanoni,
l’articolo dell’avvocata Benedetta Piola Caselli, significativamente intitolato Il privilegio del dubbio, si muove nel solco della ricerca storica e nella sua sfera di irrinunciabile libertà, intervenendo sulla vicenda della tragica morte di Giuseppe Pinelli, sulla quale giudici e storici non sono tuttora giunti ad affermare alcuna verità certa e incontestabile.
L’autrice parte da un documento relativamente nuovo – le dichiarazioni rese, in qualità di testimone, dal Sottufficiale di polizia Giordano Fainelli nel processo in corso a Brescia contro Roberto Zorzi per i fatti di Piazza della Loggia - e, dopo averne riportato integralmente il testo, analizza il racconto del testimone per valutarne il grado di plausibilità, anche facendo ricorso al metodo dei Criteria-based Content Analysis.
Data l’impostazione dell’articolo non vi è margine per rettifiche puntuali che sono possibili e doverose solo quando siano stati esposti dati certamente non rispondenti al vero (come ad esempio l’errata menzione di una sentenza di condanna o di una iscrizione nel registro delle indagini preliminari in realtà’ mai avvenuta et similia) e non quando si sia di fronte a ricostruzioni di eventi complessivamente non condivise e ritenute sbagliate o fuorvianti.
In questo caso solo i lettori possono essere i giudici degli articoli pubblicati e i lettori di Questione giustizia hanno capacità critiche che consentono loro di leggerli con il necessario discernimento.
E’ appena il caso di aggiungere che è del tutto priva di fondamento la richiesta di rimozione dell’articolo che suonerebbe come un inammissibile esercizio di censura incompatibile con la già richiamata libertà della ricerca storica.
Tengo a precisare che la sua lettera non viene pubblicata perché la Rivista si ritenga giuridicamente obbligata a tale pubblicazione ma per l’apertura al contraddittorio ed al confronto di opinioni che la caratterizza e per venire incontro alla sensibilità delle figlie di Giuseppe Pinelli duramente colpite dalla tragica morte del loro padre.
Un cordiale saluto
Nello Rossi
Direttore di Questione giustizia