Magistratura democratica
Tribuna aperta

Il privilegio del dubbio

di Benedetta Piola Caselli
avvocata del foro di Roma, dottoressa di ricerca in analisi comparata del diritto, dell'economia e delle istituzioni

Carlo Ginzburg, Gerardo D’Ambrosio e la morte di Pino Pinelli alla luce di una testimonianza inattesa nel processo di Piazza Loggia

Questo articolo potrebbe intitolarsi: «quando il processo finisce, la storia continua» e vorrei dedicarlo a due giganti - ognuno nel proprio campo - ormai scomparsi: Carlo Ginzburg e Gerardo D’Ambrosio, la cui storia si intreccia nel processo per la strage di Piazza della Loggia, tuttora in corso (e magnificamente condotto).

Perché?

Perché l’istruttoria contiene una piccola perla, rimasta sottotraccia in quanto estranea al tema della decisione, nonostante il suo grande interesse.

La piccola perla è questa: un testimone rende una versione alternativa e credibile della tragica morte dell’anarchico Pino Pinelli.

E’ qui che le strade di D’Ambrosio e Ginzburg si intrecciano un momento, per poi sciogliersi e correre parallele: entrambi lavorano su fatti contigui - il primo sulla morte dell’anarchico, il secondo sull’omicidio Calabresi che ne conseguì - ed entrambi lavorano per “piccole tracce” ma, mentre lo storico ha la libertà di chiudere la ricerca con un dubbio, con un “non lo so”, ecco che sul giudice grava il dovere di decidere, sostiene il peso della responsabilità: o sì, o no.

Ginzburg può chiudere la sua ricostruzione dicendo che le prove non sono decisive della colpevolezza di Adriano Sofri nell’omicidio del Commissario Calabresi, accusato della morte di Pinelli (Il giudice e lo storico, Einaudi, 1991), mentre D’Ambrosio deve trovare una spiegazione a quello che è successo, deve pronunciarsi: lo farà dovendo scrivere una delle sentenze più irrise della storia repubblicana, quella del malore attivo.

Forse vale la pena di fare un passo indietro e ricordare cosa è successo.

Ferroviere quarantunenne, padre di famiglia, figura di spicco del mondo anarchico e del circolo Il Ponte della Ghisolfa, Giuseppe Pinelli fu uno dei 120 fermi effettuati per la strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969 a Milano.

L’uomo era noto alle autorità ed aveva un rapporto cordiale con la Questura, dove era spesso chiamato per le sue attività politiche; il rapporto era amichevole con lo stesso Commissario Calabresi, con cui si erano addirittura scambiati dei libri (Pinelli regalerà a Calabresi L’Antologia di Spoon River, Calabresi a Pinelli Mille milioni di uomini); chiamato per informazioni sui fatti, si recherà in Questura in motorino, libero, non coartato.

Qualcosa però succede nella notte fra il 15 ed il 16 dicembre, dopo tre giorni interamente passati in custodia delle Forze dell’Ordine: il ferroviere precipita dall’ufficio dove è appena stato interrogato e perde la vita.

Cosa successe? Fu suicidio, fu omicidio?

Ad oggi non si sa.

Secondo le deposizioni dei presenti, Pinelli sarebbe saltato improvvisamente dalla finestra gridando «questa è la morte del movimento, questa è la morte dell’anarchia!», dopo che gli sarebbe stata opposta la confessione dell’anarchico Valpreda sulle responsabilità della strage (confessione peraltro mai avvenuta). Un suicidio, quindi, dovuto ad un mix di forte idealismo deluso unito a pressione psicologica, stanchezza fisica, timore per alcune incongruenze sul suo proprio alibi. Sul racconto del “salto volontario” dalla finestra si creerà la leggenda del Brigadiere Panessa che cerca di trattenerlo per un piede e rimane con una delle scarpe in mano; questo particolare - suggestivo e interessante a livello narrativo, perché l’uomo fu trasportato in ospedale con entrambe le calzature - non risulta però in nessuna dichiarazione verbalizzata.  

Secondo l’opinione che si andò formando a livello di movimenti giovanili, si trattò invece di un omicidio i cui contorni restano oscuri. Sul fatto cominciò una feroce campagna stampa contro il Commissario Luigi Calabresi, in seguito ucciso. Per l’omicidio verrà condannato Adriano Sofri - leader del movimento Lotta Continua, il cui settimanale era stato fra i più accesi accusatori di Calabresi - in concorso con i compagni Ovidio Bompressi e Giorgio Pietrostefani.

La perizia sul corpo e sul luogo della morte sembrò però escludere l’omicidio, sia volontario (Pinelli buttato dalla finestra) sia colposo (caduta accidentale mentre veniva sporto dal davanzale, magari per fargli “pressione” a parlare); parallelamente, sembrava poco credibile il suicidio di un uomo adulto, strutturato, che non aveva mai mostrato segni di fragilità psichica, anche se posto di fronte a un quadro probatorio schiacciante (ed irreale) quale la presunta confessione di Valpreda. In questo scenario complesso, di fronte ad un’opinione pubblica sconvolta dalla violenza degli eventi, D’Ambrosio sarà costretto ad argomentare che non si trattò né di suicidio né di omicidio, ma di un malore che, per sua natura, azionò dei muscoli e provocò lo scivolamento nel vuoto dell’anarchico.  

La soluzione scontenterà tutti.

Se la giustizia necessariamente ha un termine, la storia però continua e può accadere che nuove circostanze, nuovi particolari, emergano in modo imprevisto. E’ quanto è successo nel processo contro Roberto Zorzi per i fatti di Piazza Loggia, ancora aperto in primo grado a Brescia.

Il 2 dicembre 2025, sentito su altri fatti ma interrogato sul punto specifico, il Commissario Giordano Fainelli ha raccontato di essere arrivato alla Questura di Milano nell’immediatezza della “scomparsa” di Pinelli dall’ufficio di Calabresi, e quello che successe poi.

Riporto la trascrizione per non perdere il senso di alcun termine:

«D: Ricorda in particolare Pino Pinelli? 
R: Pinelli, sì, erano buoni rapporti con l'allora dirigente dottor Allegra. Era con una brandina vicino alla macchina del caffè e a turno ce lo portavamo a mangiare alla tavola calda di fronte alla questura pagando di tasca nostra…quindi senza manette… lui era lì come “consulente” e infatti non era ristretto né nella camera di sicurezza, ma veniva a mangiare con noi liberamente…  
D: Senta, le rilego quello che ha dichiarato nelle sit del 19 luglio 2012 davanti al dottor Mastelloni a Venezia: “[…] fu fermato tra i 120 soggetti anche il Pinelli. Quest’ultimo […] fu sottoposto a un interrogatorio serrato…” Mi pare che quello che ci racconta adesso difficilmente lo colloco all’interno del concetto di interrogatorio serrato… Fu un interrogatorio serrato oppure Pinelli era, come ha detto adesso, quasi un consulente della questura? 
R: Allora, per quello che ricordo io, c'è stato un interrogatorio serrato. Io quel giorno che lui è caduto stavo entrando in questura perché dovevo fare il turno di notte, che si faceva il turno di notte perché c'erano queste persone in uno stato, chiamiamo, tra il fermo di polizia e l'accompagnamento. Ed entrando in questura ho incrociato Mainardi che scendeva di corsa dalle scale dicendo: “hai visto Pinelli? perché è scappato” … e tutti a cercare sto Pinelli…. quelli dell'ingresso hanno detto “non è uscito di qua”… e dopo un po' qualcuno, sotto un pino, ha sentito dei lamenti ed era il Pinelli che era caduto dal terzo piano ed era insaccato per cui era ridotto… proprio…. insaccato.  
D: Facciamo questo punto, anche se non c'entra con il nostro processo, e com'è che è caduto dalla finestra? 
R: Per quello che ne so io, però è una mia versione dei fatti, il terzo piano della Questura, che era l'ufficio politico allora, è sovrastante il secondo piano attivo, per cui era un piano sopra il tetto. Il Pinelli quella sera era stato interrogato, perché era stata fatta anche una perquisizione a casa sua… era stato interrogato da quattro marescialli all'epoca a pari grado e aveva ammesso di aver fatto un tragitto ferroviario sull’adriatica, perché lui era un ferroviere, e aveva dei timbri che giustificavano questo tragitto sul biglietto gratuito in possesso dei ferrovieri. I quattro, se ben ricordo: Caracutta, Mainardi, insomma, pari grado, a un certo punto hanno lasciato il Pinelli nella stanza per portare il verbale firmato da lui al capo ufficio che era Allegra e che era tre stanze più in là del corridoio e, quando sono rientrati, Pinelli non c'era più.  Per … se voi, quando hanno fatto tutte le prove con i manichini ripetute eccetera… bastava saltare dalla finestra dell'ufficio di Calabresi, l'ufficio che si arrivava sul tetto del secondo piano e si andava addirittura sul tetto dei francescani… C’era padre Eligio, all’epoca (che è appena deceduto), quindi secondo la mia versione, però ripeto è mia, non suffragata da niente, lui se ne stava andando. 
D: (…) E Calabresi quindi non c'era, non c'era per niente.  
R: No, Calabresi non c'era in ufficio, anche se si usava il suo ufficio…. Però ecco, essendo pari grado, c'era l’ambizione… l'han fatto confessare. Secondo me è stata una noncuranza perché...  
D: Ma non aveva confessato niente!  
R: Aveva firmato che aveva fatto quel tragitto in concomitanza con gli attentati sulla linea adriatica!  
D: E non era un alibi? Gli attentati sulla linea adriatica, dice? Sì. Non c'entrava Piazza Fontana?  
R: Non c'entrava con questo. Non c'entrava niente con Piazza Fontana. 
D: (…) Mi aveva colpito questa affermazione, perché in realtà noi sappiamo dagli atti dei processi che in realtà la caduta cosiddetta di Pinelli dalla finestra viene alla presenza dei suoi carcerieri, di coloro che lo stavano interrogando. Tanto che addirittura c'è una dichiarazione che dice: “ho cercato di afferrarlo e non ci sono riuscito.” Allora, mentre la dichiarazione del teste e le spiegazioni date oggi hanno uno scenario completamente diverso, cioè quello addirittura è abbastanza vuota, tanto che lo cercano dappertutto per la questura.  
D: Non ci avrebbe creduto nessuno a questa… 
R: Sì, ecco, Panessa si chiamava, quello che dice che l'aveva tenuto per una scarpa, gli era rimasta la scarpa in mano.  
D: Ma se almeno uno che dice che l'ha tenuto per una scarpa, per sbagliato che sia, diventa incredibile che lo cerchino per la questura, è evidentemente la finezza.  
R: Esatto, io ripeto non c'è, però se tutti lo cercavano, ma tutti… Cioè, a parte che non c'era motivo di buttarlo, perché proprio... 
D: Ah beh, questo poi è un altro processo, non lo facciamo oggi. Niente. Basta, grazie. Niente. 

La dichiarazione di Fainelli deve essere presa con dubbio metodico, ma aggiunge una prospettiva interessante all’analisi dei fatti: Pinelli (che possiamo immaginare in stato confusionale per lo stress, la fatica, le privazioni di quei tre giorni), dopo la confessione di un fatto minore, potenzialmente incriminante, sarebbe caduto accidentalmente cercando di scappare, saltando dall’ufficio di Calabresi al convento dei francescani; un piccolo salto semplice per un ventenne, ma molto meno semplice per un quarantenne sedentario. 

Un incidente, insomma, che non chiarisce per intero la dinamica dei fatti, ma che sembra compatibile con i luoghi, la posizione del cadavere, la ricostruzione dei rapporti interpersonali e psicologici per come è possibile farla e farla oggi. Questa versione non sarebbe stata data ai tempi perché non avrebbe diminuito le responsabilità dei Colleghi (anzi), né sarebbe stata creduta; le bugie si sarebbero poi avvitate l’una con l’altra in una spirale di menzogne da cui diventava difficile uscire.  

L’ipotesi di una fuga verso il convento non fa parte delle ipotesi considerate in sentenza da D’Ambrosio né di quelle comunemente vagliate.  

Non è però una novità assoluta: Fainelli infatti l’aveva già resa ad un piccolo giornale nel 2006 ed era circolata poi, anche se in modo parziale, nel mondo giornalistico, suscitando qualche ilarità: secondo Adriano Sofri, «uno che tenti la fuga dal balcone del quarto piano oltre che colpevole, è anche scemo».

 Il processo di Piazza Loggia l’ha però cristallizzata solo ora in un pubblico dibattimento.

Quale che sia l’opinione che se ne ha, la deposizione merita attenzione perché è riscontrabile sia esternamente che internamente. In effetti, come dimostra la foto qui prodotta, dalla finestra dell’ufficio di Calabresi sembrerebbe possibile passare sul tetto del convento dei francescani con un rischio contenuto; qualora nel salto il soggetto avesse mancato il bersaglio, il corpo sarebbe precipitato più o meno nella posizione riportata in perizia.  Quanto al piano, fonte di ironia ma soprattutto di confusione (secondo gli atti l’ufficio del Commissario Calabresi era al quarto piano, mentre Fainelli riporta costantemente il terzo), l’immagine suggerisce una risposta senza scomodare il difetto di memoria: dipende da come si contano i piani. Se si contano tutte le finestre, l’ufficio è addirittura al sesto piano; se non si considerano gli ammezzati è invece al secondo; se si considerano i piani per blocchi, è effettivamente al terzo (come dice Fainelli); se si considera l’ammezzato del piano terra come primo, e si conta il primo piano come secondo escludendo l’ammezzato che, in quella parte di facciata, è murato, l’ufficio di Calabresi è effettivamente al quarto piano.

Anche i rapporti “amichevoli” con il Pinelli sono stati ampiamente riscontrati, provati dalla dinamica degli eventi e confermati dalla vedova; nessuno ha mai messo in discussione che non fosse libero (niente manette, niente camera di sicurezza ma una brandina in corridoio, uscite al bar con gli operanti, telefonate alla famiglia). La stessa madre, andata a trovarlo in Questura, dichiarerà di averlo visto libero, sereno e rilassato, anche se stanco; a lei il ferroviere consegnerà tranquillamente la tredicesima, appena riscossa. Insomma: Pinelli non pareva sentirsi minacciato e aveva libertà di azione, al punto che avrebbe probabilmente potuto allontanarsi sfruttando la confusione generale, se avesse ritenuto. Il tentativo di fuga dalla finestra si spiegherebbe quindi solo come effetto di un momentaneo sperdimento dovuto allo stress, alla stanchezza, alla paura di una incriminazione potenzialmente gravissima.   

Il racconto pare credibile anche da un punto di vista della coerenza interna. Va rilevato che: 1) Fainelli non ha una ragione apparente per modificare la storia di Pinelli, soprattutto dopo una verità giudiziaria consolidata da 57 anni e la morte di quasi tutti i soggetti coinvolti. Inoltre, la deposizione viene resa nell’ambito di un procedimento che non riguarda Pinelli, Calabresi o Piazza Fontana ed è un avvocato di parte civile a introdurre il tema. Fainelli risponde, ma non pare affatto interessato a riaprire il caso o a sostenere una tesi revisionista; 2) la testimonianza non è guidata da domande suggestive; 3) distingue continuamente i fatti dalle proprie deduzioni («per quello che ne so io», «secondo la mia versione, per  ripeto, è mia, non suffragata da niente», etc…), cosa che appare segno di onestà e di un buon ancoraggio alla realtà: chi vuole costruire una falsa narrazione generalmente tende ad affermare e vuole presentarsi come testimone privilegiato, mentre Fainelli è esplicito nel dire cosa sa e cosa suppone; 4) Infine, la versione resiste all’obiezione. Il Presidente della Corte, Roberto Spanò, gli oppone apertamente la ricostruzione processuale: «noi sappiamo dagli atti…», ma il teste non modifica il proprio ricordo per adeguarlo alla versione ufficiale e ribadisce semplicemente: «io ripeto… però se tutti lo cercavano…», cosa che dimostra che il ricordo è stabile e non si adatta opportunisticamente all’interlocutore. 5) Analogamente, quando viene confrontato con una propria dichiarazione precedente - quella resa il 19 luglio 2012 davanti al dottor Carlo Mastelloni a Venezia, in cui aveva parlato di un «interrogatorio serrato» a carico di Pinelli - di nuovo non ritratta né adegua: conferma che l’interrogatorio fu duro e prosegue il racconto, lasciando intendere, senza doverlo argomentare, che le due cose non sono incompatibili: un uomo pu  essere sottoposto a un interrogatorio serrato nelle sessioni specifiche e godere, negli intervalli, di libertà di movimento, di rispetto, finanche di un rapporto «quasi amicale». Il punto è interessante e viene aggiunto a quello precedente, invece di costituirne solo un secondo esempio, perché psicologicamente sembra più difficile per il teste sostenere la tenuta del ricordo sulle sue proprie dichiarazioni rispetto ai fatti generali. Infatti, spesso sembra che gli resti l’idea di una sorta di sovranità sulle proprie dichiarazioni, che lo fanno sentire in qualche modo legittimato a correggere, modificare il tiro, non ricordare, apertamente ritrattare. Questo, nel caso di Fainelli, non avviene.

Dal punto di vista della psicologia della testimonianza, mi pare però che ci sia un altro tema di estremo interesse: la presenza di forti “elementi di realtà”, cioè quei particolari innecessari, estremamente specifici, che il soggetto inserisce nella storia e che difficilmente potrebbero essere inventati a tavolino.  

Sull’analisi degli elementi di realtà si gioca, secondo il metodo del Criteria-based Content Analysis, la scommessa sulla genesi autobiografica del ricordo piuttosto che su una costruzione successiva, vale a dire che non sono garanzia della veridicità della storia di per sé, ma sono utili per capire se il ricordo è autentico o suggestionato - cosa fondamentale specialmente nelle testimonianze che avvengono a grande distanza di tempo.

Ora: i particolari spontaneamente narrati dal teste sono precisi, curiosi, a volte apertamente sconvenienti e, per questo, appaiono sinceri. Il loro esame fa emergere un quadro, presuntivo ma coerente, di quello che potrebbe essere successo e conferma il clima di quei giorni, sia verso Pinelli che interno alla Questura. Alcuni hanno una grande forza evocativa.

Ad esempio, quando en passant Fainelli accenna al fatto che gli operanti portassero Pinelli a mangiare alla tavola calda «pagando di tasca loro», l’ascoltatore percepisce ancora il fastidio, l’intrinseca recriminazione, del poliziotto che deve impegnare una parte del suo magro stipendio per sfamare qualcuno sotto custodia, peraltro non si sa bene a che titolo, e che sa che non sarà rimborsato. E’ proprio quel fastidio, quella recriminazione non esplicitata, che resiste dopo sessant’anni a rendere realistico il narrato; con la conseguenza implicita però - andando a ritroso - che i rapporti dovevano essere davvero buoni se Pinelli, in Questura, veniva portato alla tavola calda e invitato a pranzo. Quel “pagar di tasca propria” giustifica e fonda anche l’idea che l’anarchico fosse lì «quasi come una sorta di consulente», affermazione che sembra apodittica visto il tragico epilogo, ma che ha senso nel contesto: i consulenti si invitano a pranzo, non i prigionieri. O ancora, quando racconta del ritrovamento di Pinelli, Fainelli lo descrive come «insaccato… proprio insaccato». Il particolare di realtà qui è nella forza evocativa del termine, peraltro inusuale anche considerata la qualità di linguaggio - corretto ma elementare - del testimone, e sembra troppo specifico per non essere riferito a qualcosa di visto davvero. In quell’«insaccato» c’è tutto lo stupore dello spettatore che percepisce l’anomalia prima della drammaticità della scena. Sì: ma se Pinelli era «insaccato», è facile immaginare che fosse caduto perpendicolare al suolo e non di testa, visto anche che «si lamentava». Anche questo particolare è compatibile con un salto mal riuscito e non con una “scivolata” - volontaria, non volontaria, per malore - giù dalla finestra; ed è compatibile con un incidente in cui il corpo resta nella posizione del trauma, prima della perdita di coscienza e del rilassamento muscolare.   

Infine, l’atmosfera in Questura. Sono giorni drammatici, di super lavoro, di grande confusione, perfettamente rappresentati dalla scena dell’incontro:

«ho incrociato Mainardi che scendeva di corsa dalle scale dicendo: “hai visto Pinelli? perché è scappato” …e tutti a cercare ‘sto Pinelli…. quelli dell'ingresso hanno detto “non è uscito di qua”, e dopo un po' qualcuno, sotto un pino, ha sentito dei lamenti ed era il Pinelli (…)». 

Questa scena sembra presa da una commedia demenziale e, ad un tempo, ha una connotazione iperrealistica: l’ascoltatore è immediatamente proiettato nel mondo della piccola umanità, delle reazioni spontanee, un po’ isteriche, all’errore sciocco (chi è stato disattento? come ha fatto a scappare?), alla punizione che forse verrà, alla mancanza di coordinamento, alla solidarietà («tutti a cercare ‘sto Pinelli»).  

Un quadro tutt’altro che onorifico per la Questura meneghina, al cui interno, tre piani (o quattro) più su, si sta svolgendo una lotta fra fratelli coltelli per chi riuscirà ad imporsi nei tragici eventi di quei giorni, magari traendone un profitto di carriera: «(…) era stato interrogato da quattro marescialli all'epoca a pari grado e aveva ammesso di aver fatto un tragitto ferroviario sull’adriatica, perché lui era un ferroviere, (…) a un certo punto hanno lasciato il Pinelli nella stanza per portare il verbale firmato da lui al capo ufficio che era Allegra e che era tre stanze più in là del corridoio (…) …. Però ecco, essendo pari grado, c'era l’ambizione… l'han fatto confessare. Secondo me è stata una noncuranza perché... (…)». 

Ed anche qui pare di vederli, i quattro marescialli che interrogano, forzano la mano, fanno confessare, e corrono tutti insieme dal superiore con in mano il risultato del loro lavoro e la speranza nel cuore di un encomio. Intanto lasciano solo l’interrogato (tanto è Pinelli! Cosa mai ci si può aspettare?), imperdonabile - ma umana, troppo umana - negligenza, per coprire la quale si inventeranno fandonie d’ogni tipo.   

La ricostruzione di Fainelli non è certa, ma è certamente verosimile e molto suggestiva nella sua banalità: stress, fatica, disorganizzazione, negligenza, imprevedibilità del comportamento umano; e poi, in seguito all’incidente, paura della responsabilità (il fatto è grave), una versione inventata lì per lì per evitare conseguenze personali e dare un senso ad un atto apparentemente insensato, la cristallizzazione di quella versione man mano che la polemica sale. D’altronde, siamo tutti piccole cose.

Il caso Fainelli, però, non si esaurisce nella ricostruzione della caduta: come spesso accade nel metodo indiziario che fu di Ginzburg, una piccola traccia ne rivela un'altra, e conduce altrove. Il Commissario infatti è un teste importante nella ricostruzione degli eventi di quegli anni anche per quel che riguarda una vicenda a cavallo fra Piazza Fontana e gli anni successivi: la controinchiesta sulla strage fatta dalle Brigate Rosse. Come è noto, l’organizzazione di lotta armata fece un’indagine “da sinistra” per capire cosa fosse realmente successo il 12 dicembre 1969, giungendo alla conclusione che c’era stato almeno un coinvolgimento parziale degli anarchici, peraltro responsabili di numerosi attentati dinamitardi in quell’anno. La controinchiesta non fu diffusa per non appesantire un quadro politico già complesso e, per qualche anno, circolò fra pochi militanti; venne però parzialmente trovata nel 1974 con la perquisizione della base di Robbiano di Mediglia, assieme ad altri materiali di inchiesta e lotta.  

Oggi è possibile ritrovarla presso l’Archivio storico del Senato come: «parziale ritrovamento dei reperti di Robbiano di Mediglia e la controinchiesta Br su piazza Fontana» Il materiale ritrovato include una parte relativa alla morte di Pinelli, integrata dall’Avvocato Guiso, storico difensore dei brigatisti, in Commissione stragi.

Durante la sua audizione, il presidente Pellegrino legge questo passo: «Caso Pinelli. Sulle bombe del 12 dicembre 1969 il nostro fa un discorso piuttosto confuso. Dice che in effetti ha svolto un ruolo importante Freda. Ciò non toglie che qualche parte abbiano avuto anche gli anarchici. Quanto a Pinelli, in particolare, dice che si sarebbe buttato dalla finestra quando apprese che per gli attentati era stato usato esplosivo procurato da lui. Gli era stato detto che esso sarebbe dovuto servire per attentati innocui a monumenti della resistenza» (Comm. Stragi, audizione del 16 marzo 1999).

Ma chi è la fonte delle Brigate Rosse?

Chi è «il nostro» che fa un discorso confuso?

E’ qui che entra in gioco nuovamente il nome di Fainelli.

In effetti, il materiale delle Brigate Rosse non identifica la fonte; non dice se sia un poliziotto, un militante, una fonte esterna. Però, durante l’audizione di Antonino Allegra, quando il Presidente Pellegrino domanda esplicitamente come faceva l’organizzazione ad avere quelle informazioni, il capo dell’Ufficio Politico risponde testualmente: «Mi chiedo anch’io come fosse possibile (…). Personalmente ho sentito parlare di Fainelli, visto che costui frequentava l’ambiente di via Brera; tra l’altro si trattava di un ottimo sottufficiale, probabilmente credo che si sia svolta una discussione su questi argomenti e che ne sia stato riferito il contenuto alle Brigate rosse con cui non credo che Fainelli fosse in contatto diretto» (Comm. stragi, audizione del 5 luglio 2000).

Si tratta ancora di una supposizione.  

Adriano Sofri invece ne è convinto. A sua conoscenza, «il grosso degli appunti del cosiddetto archivio delle Brigate Rosse scoperto a Robbiano di Mediglia nel 1974 (poi dilapidato scientemente e scandalosamente) derivava da informazioni passate deliberatamente dalla Questura, e personalmente da Fainelli». (A. Sofri, La notte che Pinelli, Sellerio, 2009).  

Sofri non cita la sua fonte, e quindi le sue affermazioni non sono verificabili; sarebbe però stato interessante chiedere a Fainelli se fosse stato davvero in contatto con le Brigate Rosse, e su quali temi e con quali risultati.  

Ma si trattava di un altro processo, di altre questioni - ed ecco qui che il limite dell’accertamento giudiziale torna con tutta la sua forza. La storia invece progredisce, passo passo, per piccoli indizi gettati allo sguardo dell’interprete che possa sapere coglierli, fino a che le vicende non siano completamente chiarite, oppure completamente dimenticate.   

E qui ci lasciamo, con un pensiero alle due figure scomparse, al loro lavoro comune su questa storia, condotto con lo stesso scrupolo anche se consegnato ad esiti diversi.

Forse non è un caso che il nome di Fainelli sia riemerso in un’aula di Tribunale e non da un lavoro storico: è lì, nel contraddittorio, che i fatti continuano a essere messi alla prova anche quando nessuno li cercava.  

La sua deposizione non riscrive la sentenza di D’Ambrosio, né la smentisce; piuttosto le si affianca, come un’ipotesi in più che la storia, a differenza della giustizia, può permettersi di lasciare aperta. Questo è il punto in cui il mestiere dello storico e quello del giudice, dopo essersi divisi, tornano idealmente a toccarsi: entrambi sanno che la verità a cui arrivano resta esposta alla prossima piccola traccia. Il giudice deve decidere comunque, e la sua sentenza chiude il processo; ma decidere non è la stessa cosa che sapere per sempre, e forse è proprio questa differenza, cinquantasette anni dopo, la lezione più utile che il caso Pinelli continua a offrire a chi la giustizia la amministra ogni giorno.

09/10/2026
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