Magistratura democratica
Eventi

Un mare di vergogna

di Emilio Sirianni
presidente di sezione della corte d'appello di Catanzaro

Dai respingimenti informali all’omissione dei soccorsi: l’inabissarsi dei diritti fondamentali. Prende il via oggi 1 ottobre il convegno organizzato da Magistratura democratica in collaborazione con ASGI – Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione

Il Tribunale di Roma lo scorso gennaio ha accolto il ricorso di un cittadino pachistano «sprovvisto di accoglienza e di alcun tipo di supporto», respinto alla frontiera slovena da parte dell’autorità di pubblica sicurezza italiana. Ha ritenuto sufficientemente provato il suo racconto delle modalità di «riammissione» informale in territorio sloveno, poi in quello croato ed infine bosniaco, ad opera di agenti di polizia in borghese, con l’omissione di ogni formalizzazione della sua richiesta di asilo orale, l’induzione alla firma di documenti e con successivo rosario di violenze d’ogni genere subite ad opera delle polizie di tali Stati. Il provvedimento è stato fondato, tra l’altro, sulle «informazioni …elaborate …sulla base dei dati forniti …dall’UNHCR [ed] altre agenzie ed enti di tutela dei diritti umani operanti a livello internazionale», così come previsto dall’art. art.8 co.3 dlgs. 25/08[1] (Amnesty International, IPSIA-ACLI, ICS e BVMN, ASGI, report del dipartimento di stato degli Stati Uniti, Human Rights Watch) nonché su un precedente comunitario specifico, riferito ad una riammissione in Grecia[2] (in esecuzione di un accordo bilaterale con quello Stato analogo a quello sottoscritto dall’Italia con la Slovenia) e sulle dichiarazioni del Ministero degli Interni che in risposta a una interrogazione ha riconosciuto che «procedure informali» sono eseguite «anche qualora sia manifestata l’intenzione di chiedere la protezione internazionale».

In sede di riesame il Tribunale di Roma in composizione collegiale ha revocato il provvedimento negando il diritto a vedere esaminata la domanda in Italia, ritenendo non provati la richiesta orale di asilo nel territorio italiano e l’accompagnamento alla frontiera senza alcuna considerazione delle fonti di conoscenza esterne al fascicolo processuale, agevolmente disponibili per chiunque e di assoluta obbligatoria valutazione da parte del giudice in forza dell’art. 8 D.Lgs. n. 25 del 2008 relativo al dovere di cooperazione istruttoria incombente sul giudice, che costituisce il cardine del sistema della prova a base dell'accertamento giudiziale delle domande di protezione internazionale. 

La cifra che connota la decisione di revoca rispecchia una concezione del processo civile strutturato rigorosamente sul confronto logico formale delle tesi e degli oneri di prova che astrae da quanto non è scritto nel fascicolo, dove il giudice è un mero regolatore del flusso dialogico che conduce alla sintesi finale del giudizio. Il processo è agito come luogo separato dal contesto sociale esterno, perché questo varrebbe a garantirne il corretto funzionamento. Meccanismi molto spesso inconsciamente recepiti ed è proprio questo che spiega la frequente discrasia nei provvedimenti fra le declinazioni anche forbite di principi costituzionali e l’eccentricità delle decisioni rispetto a quegli stessi principi.

Matilde Betti ha ricordato recentemente che circa la metà delle pendenze di un Tribunale medio sono costituite da procedimenti del giudice tutelare e della sezione della protezione internazionale, relativi a diritti fondamentali della persona, in «… rapporti, non di parti autonome e uguali ma di parti in relazione asimmetriche», così che «il giudice che decide in queste materia non deve solo conoscere il diritto ... ma prima deve essere capace di comprendere il fatto, il rapporto, la relazione in modo completo e privo di quei preconcetti inconsapevoli che lo guidano nella comprensione dei fatti da decidere», con una capacità di «empatia cognitiva o intellettuale» consistente «nella capacità umana priva di valenza emotiva di comprendere i desideri, le emozioni e i sentimenti dell’altro». Procedimento cognitivo «particolarmente utile nelle decisioni in materia di protezione internazionale, dove la differenza e l’alterità del richiedente è massima e dove – conseguentemente – è altissimo il rischio nel giudicante di inconsapevoli preconcetti e fraintendimenti»[3]. Una modalità di cognizione che guida il giudice nella ricerca del fatto sottoposto al suo giudizio, ancorché estraneo alla sua esperienza diretta, perché è solo nella conoscenza dei fatti della vita destinati ad essere incisi dalla propria decisione che egli può trovare la luce idonea a trarre i principi astratti declamati nelle Carte dei Diritti. 

Questa consapevolezza è da sempre parte del patrimonio culturale di Magistratura democratica e del suo impegno di politica della giurisdizione ed è in questa prospettiva che abbiamo organizzato già nel marzo scorso un momento di riflessione fra magistrati, avvocati, giornalisti, operatori di ONG e agenzie umanitarie sulle vicende reali di donne ed uomini che cercano di raggiungere il continente europeo attraverso la rotta balcanica, esistenze che si muovono tra contrapposte azioni di solidarietà e soprusi, strumentalizzazioni e violenze in loro danno[4]. E ancora in questa prospettiva della conoscenza dei fatti della realtà che ci occuperemo della tragedia epocale delle traversate della speranza e della disperazione nel nostro Mediterraneo nel convegno, organizzato in collaborazione con l’A.S.G.I. e che si terrà nei giorni 1 e 2 ottobre a Reggio Calabria dal titolo Un mare di vergogna[5], che chiunque fosse interessato a partecipare potrà seguire di persona o su piattaforma Zoom, al link https://zoom.us/j/93118375869

Il punto di vista è naturalmente quello di un’associazione di magistrati: proveremo a misurarci con l’intrico di norme penali, civili ed amministrative, di diritto sostanziale e processuale, di rango primario e secondario, internazionale, costituzionale ed ordinario che orbitano intorno alle operazioni di soccorso in alto mare e a tracciare punti cardinali che orientino nei conflitti fra la norma incriminatrice del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (art.12 T.U. sull’immigrazione), da un lato e gli obblighi che discendono da quelle fonti internazionali e sovraordinate oltre che alcune norme cardine dei sistemi penali europei, prima fra tutte quella che scrimina le azioni compiute per stato di necessità, dall’altro. 

Allargando, però, il confronto a chi, per professione o per passione civile, ha indagato sugli inferni dei luoghi di provenienza dei migranti e degli Stati cui abbiamo appaltato il controllo dei flussi e a chi in prima persona si è adoperato per salvare uomini, donne e bambini dai flutti. 

L’evento non sarà quindi strutturato come un “convegno per giuristi”, sarà un incontro “per magistrati”, giuristi e non giuristi ovvero mosso dall’intento di un dialogante scambio di conoscenze fra chi lavora all’interno dei Palazzi di Giustizia e chi vi accede per domandare tutela, fra chi è chiamato per funzione a “dire” il diritto e chi agisce quotidianamente i diritti nei mille luoghi in cui essi sono negati od offesi. Un accesso ai fatti di realtà per una magistratura culturalmente orientata dai principi costituzionali e volta a maturate la empatia cognitiva che dovrebbe orientare l’agire di un giudice imparziale sì rispetto alle parti del suo giudizio, ma non neutrale rispetto ai valori in gioco. 

 
[1] Con disposizione riferita all’esame di richiesta asilo da parte delle commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, ma pacificamente applicabile anche nei procedimenti davanti all’Autorità Giudiziaria.

[2] Corte EDU causa Sharifi e Altri c. Italia E Grecia del 21 ottobre 2014.

[3] https://www.questionegiustizia.it/articolo/quali-riforme-per-una-giustizia-civile-in-cambiamento  

[4] https://www.magistraturademocratica.it/articolo/in-mezzo-al-fango-e-alla-neve-la-rotta-balcanica-fuori-e-dentro-i-tribunali

[5] https://www.magistraturademocratica.it/articolo/un-mare-di-vergogna 

 

01/10/2021
Altri articoli di Emilio Sirianni
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
E' nata!

Breve storiella edificante su come è nato il logo di Magistratura Democratica

14/07/2022
Il coraggio

Leggendo Per motivi di giustizia di Marco Omizzolo

02/07/2022
Md e il caso Tortora. Ma l’errore interroga tutti i magistrati…
a cura di Nello Rossi

Nei suoi molteplici e tragici aspetti il caso Tortora ci dice “anche” che la magistratura italiana non è mai stata un monolite e che l’esistenza, nel suo seno, di scelte e pensieri diversi rappresenta il più efficace antidoto alle chiusure corporative ed all’intolleranza verso le critiche. Ripubblicare, a distanza di decenni, documenti che attestano le posizioni assunte da Md sulla vicenda giudiziaria di Enzo Tortora e le veementi reazioni che suscitarono nella corporazione concorre a ristabilire la verità sulle radici lontane del garantismo dei magistrati democratici. Questa “operazione verità” è indispensabile per contrastare una vulgata ingannevole, che dura sino ad oggi, sulla natura e sulla fisionomia di questo gruppo di magistrati. Ma ciò non significa che ci siano magistrati che si possano sentire estranei rispetto a quell’errore e agli altri che si sono verificati negli anni. L’errore giudiziario è un evento che inquieta e percuote anche coloro che non l’hanno commesso perché è sempre una sorta di errore collettivo, il frutto avvelenato della disattenzione, della superficialità, dello spirito burocratico con cui si accusa e si giudica. Caduta dalle terribili conseguenze - perché si ripercuote sulla libertà, sull’onore, sulla reputazione del cittadino - che nei limiti dell’umanamente possibile può essere evitata solo essendo consapevoli della drammaticità di ogni giudizio e applicando con scrupolo e intelligenza gli strumenti di lavoro di pubblici ministeri e giudici: rigore professionale, responsabilità sociale e cultura del dubbio. 

29/06/2022
L’emersione tardiva della vicenda di tratta nel procedimento giurisdizionale per il riconoscimento della protezione internazionale

Il decreto in commento riprende ancora una volta il tema del riconoscimento della protezione internazionale alle vittime di tratta in assenza di una previa auto-identificazione da parte della persona interessata nella procedura amministrativa dinanzi alla Commissione Territoriale. Affronta dunque nello specifico il tema della qualificazione giuridica della domanda di protezione internazionale e dell’ammissibilità degli elementi nuovi emersi nel corso del procedimento grazie alla procedura di referral e all’identificazione tardiva e, in ultimo, l’aspetto del tipo di protezione da riconoscere alla persona.

05/05/2022
Giurisdizione e cittadinanza: questioni di vocabolario?

Osservazioni a margine di Cassazione, S.U., ord. n. 29297/2021: assenza di discrezionalità, situazioni soggettive, giurisdizione di riferimento

18/01/2022
Diritti umani, diritto disumano

La relazione al convegno di Magistratura democratica Un mare di vergogna, svoltosi a Reggio Calabria l’1-2.10.2021

25/10/2021