Magistratura democratica
Magistratura e società

“Per gelosia d’amore”, di Licia Badesi *

di Giuseppe Battarino
giudice del tribunale di Varese

La violenza sulle donne in atti di processi tra il 1862 e il 1928 (con un’intervista all’Autrice)

 

E’ nella prima delle storie tratte dagli atti processuali di corti pre- e postunitarie (l’arco di tempo va dal 1862 al 1928) che si trova l’espressione da cui Licia Badesi ha tratto il titolo del suo nuovo libro, pubblicato nel settembre 2020.

Teodolinda M., detta Linda, viene uccisa da Francesco B.  a colpi di falcetto. Ma, si leggerà nella sentenza, quel delitto, premeditato, fu commesso «sotto l’influenza di una passione per gelosia d’amore sì forte da attenuare la sua imputabilità»: la pena irrogata, già «minimale», si riduce, per la riconosciuta parziale incapacità, a dieci anni di reclusione.

In quella, e nelle altre storie, risolte narrativamente in maniera scorrevole ma sempre fedele agli atti di indagine, a quelli dei processi e alle sentenze, si assiste alla ricostruzione di un mondo in cui l’atteggiamento di uomini violenti, infingardi, gonfi della loro esibita superiorità ma pronti alla fuga, alla menzogna e alla dissimulazione quando indagati, si salda con un contesto sociale che dà per acquisita e insuperabile la subordinazione della donna. 

Non è tanto la soluzione giuridica data ai singoli casi che rileva: quanto la sensazione che emerge progressivamente nel lettore di un “comune sentire” tra gli autori dei delitti, le famiglie, il vicinato, gli investigatori (sottufficiali di piccole stazioni dei Carabinieri, delegati di Polizia), giudici togati di diversi uffici e giudici popolari delle Assise.

Le pagine del libro sono affollate da questi personaggi, di cui appare, nel corso della lettura, la frequente ostilità o al più l’indifferenza nei confronti delle donne, giovani, giovanissime o mature che siano: soprattutto di quelle “indocili”, perché non si sottomettono all’autorità dell’uomo (padre, marito, fidanzato) o perché rifiutano le “passioni d’amore” di cui sono oggetto.

Oggetto, appunto: sono riportate in più casi, perché acquisite agli atti dei processi, le lettere degli appassionati uomini: piene di luoghi comuni, di prosa da “segretario galante”; e prive di reale empatia.

D’altro canto ci sono donne, anche molto giovani e prive di sostegno, che sanno dire i loro no; costrette spesso a cercare nella fuga la tutela che sindaci, parroci, carabinieri e pretori – di volta in volta sollecitati a intervenire - non riescono a garantire loro. Ma il più delle volte raggiunte dagli uomini a cui hanno cercato di sfuggire, che si trasformano da persecutori in aggressori.

L’uomo che non sopporta di essere respinto o quello che non tollera di non essere obbedito hanno dalla loro l’opinione pubblica, il conformismo dell’assoggettamento femminile e dello scandalo da evitare.

L’applicazione della legge scritta si sintonizza su quelle leggi non scritte. C’è un costante fondo di comprensione per l’uomo che passa all’atto violento, che si esprime lungo tutto il percorso processuale. Inizia spesso con indagini benevole e paternalistiche in cui il punto di vista o anche la dichiarazione puntuale della donna-vittima vengono svalutati o messi in dubbio; e trova compimento in sentenze nelle quali si fa largo uso degli istituti – variamente disciplinati nei diversi codici che l’arco temporale della ricerca incrocia – della provocazione, della reazione ad atto ingiusto altrui (l’atto della donna indocile), dell’incapacità o semi-incapacità di intendere e volere (per passione, per gelosia).

E’ l’atto violento che diventa giustificazione di se stesso, attraverso il percorso della ritenuta inevitabilità prodotta dalla passione o della ritenuta necessità di reazione a una inammissibile disobbedienza.

Il tentativo di autodeterminazione della donna, nell’uno e nell’altro senso, è considerato una stravaganza, a sua volta talora oggetto di valutazioni psichiatriche.

Con scelta opportuna, nella seconda parte del libro sono sintetizzate vicende di reati procedibili a richiesta di parte in cui la querela non viene presentata o viene rimessa: violenze domestiche e violenze sessuali che rimangono prive di sanzione, per le pressioni familiari, i “buoni uffici” di taluni personaggi, o, semplicemente, per una consapevole sfiducia delle vittime nella giustizia.

Le considerazioni sull’evoluzione delle leggi, che aprono e chiudono il libro[1], inducono a riflettere sui tempi lunghi della risposta normativa alla questione di genere e, insieme, sui tempi lunghi e incerti dell’evoluzione culturale che la deve precedere e accompagnare.

 

INTERVISTA ALL’AUTRICE, LICIA BADESI

 

Il libro è frutto di una accurata ricerca nell'Archivio di Stato; ed è stato preceduto da studi di analoga impostazione: come nasce l'interesse per questo tipo di ricerca?

Il mio scopo era quello di compiere una ricognizione  nella storia della gente comune, che firma i verbali con una croce, che non sa niente di codici e di giustizia, che si adegua alla tradizione senza porsi domande, che lascia traccia di sé solo quando incappa nei rigori del codice.

In particolare volevo approfondire la condizione della donna non attraverso lo studio delle leggi del tempo, ma attraverso il vissuto, il caso per caso, con l’intento di  raccogliere impressioni, situazioni, stati d’animo per quanto sia possibile ricavarne da documenti giudiziari.  

Anche negli studi precedenti ho interrogato i documenti d’archivio con questo intento. Un dato emergeva con evidenza: i reati per cui le donne erano trascinate  davanti alla giustizia riguardavano aborto, infanticidio, abbandono di infante, stupro, seduzione alla libidine, incesto. Insomma la loro sfera sessuale.

Ebbene soltanto negli ultimi decenni sono state approvate leggi che hanno spazzato via delitto d’onore e matrimonio riparatore, riformato il diritto di famiglia, affermato il diritto delle donne ad accedere a tutte le professioni compresa la magistratura, promulgato le norme per la tutela della maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza, e contro la violenza sessuale.  

 

L'opinione pubblica, il conformismo, l'applicazione della legge: come si compongono nelle storie di Per gelosia d'amore?

Il conformismo ha radici robuste. I frequenti femminicidi di cui ci parla la stampa sono la prova del fatto che le leggi non bastano.  Io amo ricordare due libri che ebbero successo agli inizi degli anni Settanta: Dalla parte delle bambine di Elena Belotti, e Maschio per obbligo, di Carla Ravaioli. Ecco: vi si poneva il problema dell’educazione alla libertà fin dalla prima infanzia. 

Quel problema non sembrava urgente quanto il rinnovamento delle leggi. E si capisce.  Così il problema di un’educazione non conformista è ancora sul tappeto.  

 

Il clima sociale descritto nel libro è quello dei sessant'anni compresi tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento in una provincia lombarda: ma ci sono indici analoghi in altri luoghi e in epoche diverse?

Non sono in grado di dire se in altre regioni italiane si sia verificato lo stesso clima sociale che ho rilevato nei documenti che si riferiscono al territorio comasco. Tuttavia  mi sembra interessante la ricerca  di una studiosa di Siracusa, Renata Russo Drago (ricerca relativa a un periodo assai ampio che  va dal XVI secolo al fascismo), che delinea un quadro inquietante della condizione della donna. Ricordando  per esempio che verso la fine del ‘700 le donne incinte nubili erano denunciate e diffamate pubblicamente. 

Ma mi sembra più interessante quello che accade ai nostri giorni nei paesi più diversi. Penso a Malala, pakistana, colpita  da un’arma da fuoco in pieno volto per aver rivendicato il diritto allo studio; penso a Nawal El Saadawi, una figlia di Iside (come lei si definisce) che si ribella «a una società in cui la nascita di una femmina equivale a una sventura». 

 

Si può dare una valutazione storica complessiva del movimento delle donne?

Il movimento delle donne è stato definito come la sola rivoluzione  vincente del Novecento.  Una rivoluzione che investe tutti i continenti. 

Mi piace  immaginare il movimento delle donne  come un fiume carsico che  non sempre scorre in superficie. Si inabissa qualche volta. Ma non muore. E torna a scorrere impetuoso quando serve.

Ogni 25 novembre celebriamo in tutto il mondo la Giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne: buon segno.

 

[1] Viene citata l’utile pubblicazione della Fondazione Iotti, Le leggi delle donne che hanno cambiato l’Italia, 2013 (http://www.fondazionenildeiotti.it/docs/leggi_donne.pdf)  

[*]

Licia Badesi ha partecipato al movimento femminista a Milano negli Anni ’70; è stata deputata del PCI nella IX legislatura dal 1983 al 1987; ha collaborato con le riviste Rinascita e Donne, parlamento e società; è stata dirigente dell’Unione Donne Italiane. Le sue ricerche storiche hanno prodotto i libri Donne davanti alla giustizia nel Lombardo-Veneto, NodoLibri, 2013, in cui si ricostruiscono casi di “stupro, aborto, esposizione di infante” nel periodo 1818-1862; e Separati di letto e di mensa, Elpo, 2017, in cui analizzano gli sviluppi delle separazioni coniugali tra il 1865 e il 1928. Per gelosia d’amore. Dai documenti dell’Archivio di Stato di Como 1862-1928 è stato pubblicato nel settembre 2020 a cura di Soroptimist International Italia al fine di destinare integralmente i ricavi delle vendite a un progetto di sostegno a donne vittime di violenza (è ordinabile su IBS o con mail all’indirizzo segreteria.soroptimist.como@gmail.com ).

09/01/2021
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