Magistratura democratica
Magistratura e società

Magistratura, cultura, buonsenso e "buonsensismo"

di Daniele Mercadante
giudice del Tribunale di Pisa

Una riflessione che si vorrebbe costituzionale, con qualche spunto relativo al processo civile, sull’imbarbarimento del discorso pubblico sul diritto e sulla giustizia

L'affanno di una costituzione è facile da percepire, ma complicato da definire in maniera abbastanza dettagliata: la sensibilità giuridica, politologica e costituzionale necessaria per farlo è elevata, e la descrizione della malattia è questione che oltrepassa di molto i limiti di questo scritto(rello). Più semplice è dedicarsi a una semeiotica euristica, tentando di elencare i sintomi più appariscenti. La rule of thumb che propongo si riassume nell'osservazione per la quale una costituzione dovrebbe considerarsi in (pericolo di) affanno quando, nel discorso pubblico, il numero di riferimenti ad essa come al quadro comune di sovra-regole socio-politiche di una comunità indipendente è superato dalla somma dei riferimenti che a questa vengono fatti dileggiandola (volontariamente o involontariamente) e degli appelli alle sue regole diretti, in ultima analisi, a scardinarla (rovesciamento della "tolleranza - dei tolleranti - verso gli intolleranti" in una temporanea "tolleranza degli intolleranti - in ascesa - nei confronti della – ancora strumentalmente utile - tolleranza"). L'ultimo sintomo citato è talmente evidente e discusso che non mi ci attarderò in questa sede. Concentrandosi invece un poco sul 'dileggio', quello volontario è consistito principalmente nel free-riding che sui valori costituzionali (meglio: su una loro "parodia" addomesticata e omeopatica) è stato operato dall'ultra-liberismo morente (ma attualmente imperante), imponendo, negli ultimi trent'anni, una retorica che ha fatto della coquille vide di un costituzionalismo devitalizzato, ridotto a pura declamazione formale, l'utile veicolo dell'imposizione di una società totalmente "altra" rispetto alla democrazia partecipativa, una "democrazia azionaria" dove la partecipazione è quella incorporata in un titolo di credito, e "società" diventa non solo sinonimo, ma quasi equivalente di "impresa". Il free-riding attuato dall'ultra-liberismo ha operato un'imponente "estrazione di valore" (economico) da una società faticosamente resa "ricca" proprio dalla cooperazione sociale generata dal costituzionalismo des anciens, curandosi di quello che avrebbe lasciato dopo la "durata utile dell'investimento" quanto i proprietari dei malls i cui cadaveri arrugginiti infestano il devastato paesaggio urbano degli Stati Uniti. Lo stadio finale di questa "estrazione" ingenera il disorientamento di massa che porta, come detto, al neo-autoritarismo e a quel fenomeno al quale ho fatto riferimento come al dileggio involontario della costituzione. Questo dileggio involontario si incarna nell'approccio che definirò "buonsensismo" (il buonsenso come unica virtù della quale ciascuno sente di essere provveduto nella giusta misura, ecc.), consistente nella psicosi esasperata ed esasperante che vede nella discussione tecnica, nell'analisi savant dei problemi (anche costituzionali, anche della giustizia) la copertura di una cospirazione ordita da chi vorrebbe impedire "l'impiego del semplice buonsenso che risolverebbe (quasi) tutto". In base al buonsensismo i problemi costituzionali e quelli della giustizia, in quanto, al contrario (per esempio) degli spazi topologici o della radiazione cosmica di fondo, suscettibili di (una qualche) "dialettica" da parte di chiunque, sarebbero altresì suscettibili di essere risolti o, quantomeno, di essere trattati con competenza da ciascuno. L'errore di prospettiva è evidente, se si pone mente al fatto che la versione "pura" del buonsensismo soffre dell'aveuglement di chi ritiene che la differenza tra Maradona e lo scapolo quarantenne che gioca al calcetto con i colleghi d'ufficio, tra l'Etre et le Néant di Sartre e il trasporto filosofeggiante di due conversatori alticci al termine di un pranzo di nozze, tra Stefano Rodotà e un laureato in giurisprudenza con la media del diciannove sia, in definitiva, trascurabile. Il buonsensismo, il neo-autoritarismo e il free-riding ultra-liberale non sono, purtroppo, mutuamente escludenti: il buonsensismo è, al pari del neo-autoritarismo, la scia della cometa del free-riding ultra-liberale, e questi ultimi due, a loro volta, sono permeati da una vena di buonsensismo, che, grazie all'imbarbarimento della dialettica sociale, diviene altresì un utile strumento di mistificazione del discorso pubblico.

I magistrati hanno giurato sulla Costituzione italiana e, dovessero pure rimanere gli ultimi non solo a rispettarla, ma ad aderire ai suoi valori, si onoreranno di farlo, per dignità oltreché per obbligo. Cosa che non è resa semplice dalla proliferazione del buonsensismo, nella sua versione unadulterated e in quella strumentalmente impiegata dal neo-autoritarismo e dal free-riding ultra-liberale.

Nobili, alti prelati cattolici, università dell'Ivy League, college di Cambridge e Oxford e altre persone e istituzioni sono tenuti a scegliersi un "motto". Suggerirei sommessamente, nell'affrontare qualche aspetto della mistificazione buonsensista applicata alla giustizia e, in particolare, al processo civile, di adottare il seguente: "Sì, le cose sono davvero più complicate".

1. Una legge elettorale per il Consiglio Superiore della Magistratura che riduca il peso delle correnti: affascinante divisa buonsensista. Peccato che il concetto di una legge elettorale che obliteri il ruolo dei raggruppamenti intorno ai quali si coagula il consenso sia inerentemente contraddittorio (neppure il maggioritario uninominale britannico, applicato a collegi dove si viene eletti con trentamila voti, è riuscito a "cancellare le correnti" - i partiti - a profitto dell'individuo-candidato). E infatti il buonsensismo "puro" si libera volentieri dell'orpello costituzionale (senza neppure pretendere di riformarlo secondo le procedure richieste) e grida: sorteggio!, mentre il buonsensismo strumentale promuove forme sempre più 'maggioritarie' di scrutinio. Ora, le elezioni per il CSM possono immaginarsi come le elezioni di un piccolo municipio di circa diecimila abitanti, un municipio un po' particolare, peraltro, dove tutti sono laureati (e tutti nella stessa materia), tutti hanno un reddito decoroso e tutti condividono determinati interessi "di classe" (perché fanno tutti lo stesso lavoro). Se le elezioni si vogliono abolire, si modifichi la Costituzione. Altrimenti, non mi viene in mente un caso più ovvio di applicabilità del sistema proporzionale puro. Può ben darsi che l'intera filosofia politica, da Platone a Hannah Arendt, abbia preso un abbaglio; resta comunque più probabile che, a fronte delle obiezioni buonsensiste, sia il caso di rispondere: sì, le cose sono davvero più complicate.

2. Più decisioni, udienze più ravvicinate, meno formalismi, tempi più brevi: la (non)soluzione buonsensista per il processo civile. Nella sua forma pura, il buonsensismo abbandona la considerazione dell'esito del processo, della decisione, per concentrarsi, in consonanza con l'approccio ultra-liberale, sull'output di un processo produttivo: mattoni, se si vuole. Quanti più ne vengono "sfornati", tanto più il faraone è contento. E, chiaramente: sì, le cose sono davvero più complicate.

3. E' meno utile di quanto appaia a prima vista continuare a concentrarsi sul codice. All'esito di una stagione riformista lunga oltre un ventennio, non poco animata, mossa da visioni sufficientemente coerenti, ragionate e limpide, il processo civile on paper è essenziale, flessibile, rapido. Non è sempre tale nelle aule, per via di quei fastidiosi 2,8 milioni di procedimenti arretrati (peraltro dimezzati negli ultimi anni, a testimoniare che di "mattoni" ne vengono fabbricati davvero tanti, e forse il problema non è tutto qui), distribuiti molto poco equamente tra i vari tribunali. Ma le prassi di quei luoghi dove l'arretrato è (quasi) scomparso dimostrano che l'attuale codice non ha bisogno di venire sfigurato, come per reazione stizzosa e irriflessa a una realtà indocile al "semplice buonsenso", bensì necessita di un'opera di "sapiente" (da non intendersi come 'opportunista', ma come non-buonsensista) maquillage.

4. Da dove cominciare, allora? Per esempio, da un approccio contrario all'intuizionismo naif buonsensista, un approccio non a caso adottato da quasi tutti i late comers di successo: studio, comprensione e imitazione delle buone idee estere. Prima di legiferare, prendiamoci la briga di andare a chiedere a chi ha fatto il lavoro prima di noi come si elimina un arretrato civile monstre (e, molto più importante, come si fa a impedire che si accumuli di nuovo). E sia chiaro: non basta accendere il computer e fare analisi comparata su internet. Come novelli funzionari del Giappone Meiji, imbevuti di una profonda conoscenza dei nostri problemi, dobbiamo immergerci nelle culture che hanno messo in opera sistemi processuali più avanzati e capire (in un senso radicalmente non-buonsensista) cosa possiamo "importare", in quale "traduzione", quale resistenza il nostro "carattere nazionale" opporrà ai cambiamenti, e come superarla, o integrarla, nel percorso riformista.

5. Quanto precede significa capire che cosa ancora non va con il processo civile italiano. Lo sappiamo davvero? Per il buonsensista la risposta è ovvia (e, naturalmente, semplicissima): sì, troppi processi, troppo lunghi. Interessante esempio di sciamanesimo infantilista, attraverso il quale si pretenderebbe di identificare la malattia con il suo sintomo più evidente ( il “mi fa male qui!” come enciclopedia medica, insomma). Faccio un esempio: le statistiche più recenti relative alle pendenze ultratriennali pubblicamente disponibili su internet si fermano al 31 dicembre 2015. Questi dati non significano quasi più nulla, e invano se ne cercherebbero di più aggiornati. E, in ogni caso, si tratterebbe di dati grossolani. Il fatto è che non possediamo statistiche "utili": quante cause, di quale tipo (contenzioso in materia di appalti, bancario, opposizione a sanzioni amministrative ecc.), con quale andamento annuale, quinquennale, decennale, tribunale per tribunale, corte d'appello per corte d'appello, con incrocio dei dati con quelli relativi alle scoperture medie nelle varie sedi, alla loro durata media, al numero di magistrati (sia in pianta organica che effettivamente presenti) per numero di abitanti, per numero di procedimenti di nuova iscrizione, per numero di procedimenti arretrati e questo, ancora, su base annuale, quinquennale, decennale. Senza un'analisi permessa da dati come questi non ha senso porsi il problema di partenza, non più di quanto lo avrebbe il cercare di dipingere il ritratto di un incappucciato in una camera oscura.

6. Accade che il buonsensismo più chiaramente riconducibile agli spasmi del free-riding ultra-liberale si manifesti sotto la forma della mascherata incongrua e comica (eppure di enorme successo) che vorrebbe "il tribunale come un'azienda". Tralasciando, in questa sede, le confutazioni propriamente costituzionali a tale approccio (che sono le più importanti e si rivelano del tutto decisive, riassumendosi nella constatazione per la quale un tribunale – come un parlamento, un governo, un partito politico, un ospedale, una scuola, una comunità democratica, uno Stato - non è un'azienda, perché il suo scopo non è fabbricare più "mattoni") si constata che, presa sul serio, la formula si rivela profondamente ipocrita. Come accennato, il free-riding ultra-liberale è consistito in una "scalata ostile" di tale ideologia nei confronti dei sistemi di potere – trattati alla stregua di consigli d'amministrazione - dei paesi occidentali, trasformati in colonie di un dominatore de-territorializzato (à la Deleuze e Guattari) costituito da entità, di diritto o di fatto, offshore (dove lo shore sarebbe l'approdo a una legge uguale per tutti), le quali, esaurita o in via di esaurimento la ricchezza che poteva essere estratta dall'occidente stesso, ripetono ora il ciclo con i paesi "emergenti", suscettibili di una "valorizzazione" maggiore. Ora, se il finanziarismo free-rider "coltiva" i territori controllati senza preoccuparsi troppo di renderli sterili (perché nel mondo globalizzato è possibile una "rotazione delle colture" secondo cicli di lungo periodo, e il prezzo del "lasciar riposare" i territori esausti non sarà pagato dal coltivatore), esso è però assai attento alla propria efficienza e alla propria efficacia: i suoi apparati (tutti di diritto privato) devono assicurare un ciclo di monitoraggio, elaborazione, esecuzione e follow-up impeccabile e, per questo, non devono mai essere carenti di mezzi, strutture, personale qualificato. Da questi apparati proviene il mistificante buonsensismo per il quale, al contrario, la virtù del "settore pubblico" consisterebbe tutta nel saper fare sempre di più in condizioni di privazione sempre maggiori (il "lavorerò di più" orwelliano, che lascia intravedere più o meno lo stesso finale del personaggio che lo pronuncia).

Dietro alla retorica stucchevole della "costernazione" nell'assistere agli inevitabili (perché ideologicamente presupposti) "fallimenti" del settore pubblico, vi è un sostanziale disinteresse per la sorte di apparati, come quello della giustizia (ma infine lo stesso può dirsi per la democrazia tout court), che contraddicono mediante la loro stessa esistenza l'assioma per il quale "le marché fait la loi" (De Maillard, Onfray).

Da qui il triviale buonsensismo delle "nozze coi fichi secchi", cerimonia seriosamente officiata dalle ultime vestali del sistema tramontante.

In reazione a questo, a una riaffermazione "costituzionale" del ruolo del giudice, e del giudice civile non meno di altri, quale effettivo Potere (democratico) dello Stato (di diritto e dei diritti), deve accompagnarsi una matura risposta alle domande di efficienza ed efficacia, basata (anche) questa su una conoscenza non ingenua dei bisogni da soddisfare e ad un "saper organizzare" sistemico che, a oggi, manca.

E' necessario, in questo senso: capire, al di là dell'impressionismo, cosa significa lavorare in tribunali con sei giudici e in tribunali con quasi trecento giudici, e in quale senso le diverse performance di tribunali così differenti possano essere comparate e, soprattutto, conciliarsi col principio per il quale la giustizia offerta a ciascun cittadino deve essere la stessa su tutto il territorio nazionale; capire, al di là del volontarismo "con il sudore degli altri", che i concorsi per il personale amministrativo dei tribunali devono tenersi tutti gli anni, e tutti gli anni nella stessa settimana, di modo che il fabbisogno sia governabile con un modesto incremento o decremento annuale dei posti a concorso, senza che si generino voragini, con conseguenti "traversate del deserto" e necessità di maxi-concorsi; capire che una scuola della magistratura che ospita i neo-magistrati per meno di sei mesi, e mai tutti insieme, ma a gruppi di cento per volta, perché "non c'è posto", abdica alle funzioni che alla scuola sono conferite; capire che le date e la durata dei concorsi in magistratura, la date dei bandi di trasferimento e la durata dei tirocini, devono essere sincronizzati, e mantenuti fermi per decenni, in modo tale che la durata delle scoperture non sia più imprevedibile; capire che il "fascicolo elettronico" non sostituisce ma si affianca a quello cartaceo (e, sia consentito, ad un fascicolo cartaceo degno di un paese civile), perché la sentenza la scrive un essere umano, non un software (e così deve essere); capire che, in queste materie, una riforma che non è scritta per sopravvivere cinquant'anni si riduce a un espediente dannoso e, spesso, in malafede; capire che ai neo-magistrati, con la riforma del reclutamento e con la ghigliottina del pensionamento a 70 anni, sono stati tolti 10 anni nella magistratura, e che questa soperchieria alimenta ancora di più il senso di precarietà e fatalismo dei giovani.

E capire, come capiscono benissimo i masters of the universe, semplicemente guardandosi attorno, negli uffici dorati o in audace vetrocemento delle loro banche d'affari e società di consulenza, che quello che "vale" necessariamente "costa". Che dotarsi di un apparato che sappia capire cosa non funziona, immaginare cosa potrebbe essere fatto, reclutare il personale più adatto per farlo, insegnargli come utilizzare proficuamente il tempo, metterlo nelle condizioni materiali di operare, costa, costa molto, in termini monetari e in termini di assunzione di una responsabilità che il buonsensismo finisce con l'impedirci di fare autenticamente nostra.

E questo non è che un inizio, perché sì, le cose sono davvero più complicate.

13/07/2020
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