Magistratura democratica
Magistratura e società

Isole carcere. Un atlante di pensieri sulla detenzione

di Riccardo De Vito
giudice del Tribunale di Nuoro

Recensione a Isole carcere. Geografia e storia, Edizioni GruppoAbele, 2022, di V. Calzolaio

1. Abbondano le riflessioni sul carcere. Troppe volte sono limitate alla commiserazione del presente detentivo, atteggiamento intellettuale remunerativo a condizione che non si accompagni a una proposta engagé di trasformazione del sistema penitenziario così come lo conosciamo, del volto quotidiano della pena e della sua fisionomia normativa.

Si sottrae a questo destino Isole carcere. Geografia e storia, di Valerio Calzolaio, preziosa mappatura – concettuale prima che geografica – dei luoghi di detenzione in mezzo ai mari, nonché originale prospettiva di approccio alla tematica della punizione.

Un progetto culturale inedito, che scava in un terreno fecondo e in qualche modo preparato alla coppia isola/carcere, alla metafora della prigione come isola. 

Nell’immaginario collettivo conquistato dalla celluloide quasi ogni evasione è una Fuga da Alcatraz. Non c’è scrostatura di intonaco che non riporti alla mente il cucchiaio-scalpello utilizzato per bucare la prigione da Frank Morris e dai fratelli Anglin nella realtà (11 giugno 1962) e da Clint Eastwood nella finzione (un racconto di entrambe le avventure si trova nella parte seconda del libro: da Alcatraz si parte per un appassionante viaggio tra le isole carcere più significative). 

Allargando lo sguardo (tendendo l’orecchio), riflessi del binomio si ritrovano nella canzone d’autore italiana. La casa in riva al mare – sublime inno di Lucio Dalla all’amore e alla libertà che non si arrendono al fine pena mai – è quella a cui guarda un ergastolano dalla sua cella: dal carcere si «vedeva solo il mare» e, appunto, «una casa bianca in mezzo al blu», miraggio e sogno di una risocializzazione che si allontana man mano che «gli anni stan passando, tutti gli anni insieme» (inimitabile definizione del tempo senza verso del carcere). 

Curioso e simbolico che, nel 1971, la canzone esca su un 45 giri insieme a un altro brano dedicato alla più famosa delle isole, Itaca. Carcere e isola sono fenomeni correlati, lato a e lato b dello stesso disco, dritto e rovescio di una medaglia. Mostra di saperlo bene anche il legislatore, che quando vuole punire in maniera più rigorosa, costruire il carcere del carcere, differenziare i regimi, punta tutto sulle isole: «i detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari». È l’incipit del comma 2-quater dell’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario.

A questo stretto intreccio tra le realtà e i concetti di isola e di carcere sono dedicati il libro e il progetto di Valerio Calzolaio: «non si dovrebbe separare la questione delle carceri sulle isole da quella più generale delle carceri, nei suoi numerosi rilevanti profili: il precetto costituzionale, la legislazione penale, il concreto sistema giudiziario, l’amministrazione generale e la gestione dei singoli istituti penitenziari, qualità e quantità della popolazione carceraria, la concreta durata della detenzione e la concreta occupazione degli spazi, la vita materiale e affettiva dei detenuti e delle forze di polizia, la specificità familiare e geografica dell’adolescenza».

 

2. Da dove nasce questa «persistente tentazione» dei sapiens di costruire carceri nelle isole e di fare delle stesse isole carceri a cielo aperto? 

L’analisi storica e biogeografica che occupa i primi paragrafi del libro ci mette di fronte a un dato inquietante. La scimmia nuda ha in qualche misura copiato dalla biologia evoluzionistica: «il processo di riduzione delle dimensioni di grossi animali (quasi sempre mammiferi) avviene sia sulle isole vere e proprie che sulle isole di habitat (cime montane, foreste residue o inaccessibili, valli marginali, oasi nel deserto)… Noi, Homo sapiens, ci abbiamo aggiunto arte e scienza, sapienza e una maggiore intenzionalità sociale». 

E così abbiamo capito, da prima che il carcere venisse inventato come pena, che lo spostamento coattivo di singoli e gruppi nelle isole era il miglior modo per ridurre e depotenziare nemici, avversari politici, oppositori, folli, malati, in genere le persone che «il potere dominante nel gruppo considera minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa». 

Adultere, anche: la figlia maggiore di Augusto, Giulia, subisce la condanna ad insulam, a dimostrazione che «come ogni ecosistema e ogni fenomeno umano, anche l’isolamento detentivo ha una vicenda sessuata», da indagare nei suoi intrecci «con la riproduzione e il patriarcato, con il matrimonio e la famiglia». 

È anche dalla relegazione per adulterio che inizia la storia dell’isola quale luogo di pena. Una storia che mai si incaricherà di fare troppe distinzioni tra condannati all’esito di un processo e ostracizzati da un regime politico, perché l’isola è funzionale in entrambi i casi. Ne è un esempio l’arcipelago delle Isole Pontine: nel raggio di poche miglia marine un vero e proprio carcere – l’ergastolo dell’isola di Santo Stefano, tra i primi e più puri esempi di architettura panottica rivolta al controllo della mente sulle menti – sta accanto a luoghi deputati all’esilio romano (a Pandataria, l’odierna Ventotene, saranno spedite Giulia, ma anche Agrippina e, da ultima, Flavia Domitilla, rea di conversione al verbo dei seguaci di Cristo) o al confino fascista (Altiero Spinelli a Ventotene, Giorgio Amendola a Ponza, per citarne alcuni). 

Al di là delle tipologie del singolo reietto, o delle comunità di isolati, spostare forzatamente esseri umani sulle isole è azione che rende in termini di differenziazione sociale e di gerarchie di potere. Il nanismo dei viventi in quegli ecosistemi diventa nanismo politico degli oppositori e degli avversari ovvero minorità e degradazione dei condannati.

Sotto quest’ultimo profilo l’isola lavora davvero «come acceleratore evoluzionistico» e «laboratorio cognitivo» di una sanzione criminale basata sul concetto di sottrazione: punire, nella sua manifestazione oggettiva ed effettiva, significa ancora amputare l’essere umano. Non più di parti del corpo, come accadeva nell’epoca dello splendore dei supplizi, ma di ogni relazione umana autonoma e, nel caso di edifici costruiti su isole, del territorio di riferimento. Il “doppio isolamento” è la migliore metafora di un carcere che, indipendentemente da dove sia costruita la prigione, non si arresta alla privazione della libertà e mira all’incapacitazione della persona. 

In questa direzione di approfondimento il libro diventa una potente e originale occasione per ragionare sulla funzione della repressione penale, sul carcere della Costituzione e su quello della realtà, sul paradosso, caro a Radbruch, di (ri)educare i condannati a nuotare nel mare della società tirandoli fuori da quello stesso mare (a proposito di isole), sull’urgenza di un cambio di paradigma. Accanto al progetto di chiusura e trasformazione delle isole carcere – «facciamo parchi sulle isole […] fabbriche di natura o, meglio, fabbriche di vita, ricca produzione ed equilibrata riproduzione delle esistenze dinamiche e sostenibili di ogni fattore biotico» – è come se l’autore suggerisse l’ormai evidente necessità di sperimentare un metodo meno violento e crudele di risolvere i conflitti sociali e di rispondere al crimine. 

Anche perché «resta il fatto che il carcere non è tanto una risposta alla criminalità quanto piuttosto alla malattia psichiatrica, alla dipendenza da alcol o da droghe, alla povertà disperata»; e, inoltre, produce morte: «non si può omettere di ricordare che negli ultimi venti anni sono morti in carcere circa 3.300 detenuti (età media 45 anni), dei quali oltre 1.200 probabilmente suicidi (età media 41)».

 

3. Abbiamo sinora parlato delle isole carcere senza fare alcuna distinzione, senza proporre alcuna definizione. Tutte le isole che ospitano uno o più carceri sono isole carcere o soltanto alcune di esse, magari quelle che ospitano il carcere e null’altro? 

Un punto di indiscutibile forza scientifica del libro sta nel tentare una classificazione, nel proporre un parametro descrittivo e, sulla scorta di questo, delineare un primo atlante di 270 isole (l’elenco è nella parte terza del volume). 

Il criterio quantitativo scelto dall’autore è quello del “doppio cento”. Per abbinare insularità e detenzione occorre che le isole che ospitano una struttura detentiva o sono destinate a funzione di restrizione – comunque la si voglia intendere – abbiano una superficie massima inferiore a 100 km2 o, se superiore, una distanza dalla terraferma pari o superiore a 100 km (salvo il caso delle isole stato). 

Siamo di fronte a un parametro che l’autore invita a integrare (di qui il valore di progetto dell’opera), ben consapevole che è difficile non tenere in considerazione anche «il rapporto fra popolazione civile e popolazione carceraria (non solo i detenuti), la densità dell’eventuale popolazione locale, la grandezza del carcere e il tipo di detenzione», nonché una serie di ulteriori fattori. Nonostante il pungolo di questi ulteriori elementi di valutazione, il criterio individuato ha una sua razionalità e una misurabilità che reggono alla prova della mappatura. È inevitabile, d’altronde, che dimensione e distanza giochino un ruolo decisivo «nel determinare il doppio isolamento insulare, il peso materiale, sociale, culturale, psicologico della detenzione in un’isola carcere». 

Leggere l’elenco delle isole e, soprattutto, affrontare la rappresentazione fotografica e narrativa di quelle emblematiche (la parte seconda del libro) è una esperienza di lettura suggestiva, un viaggio tra luoghi dai nomi evocativi. È sufficiente citare Santo Stefano, Asinara, Pianosa, Favignana, Gorgona dentro i confini del nostro Paese; Alcatraz, Robben Island, Isola del Diavolo, If, Imrali, Garden Key fuori dell’orizzonte nazionale.

La storia di alcune di quelle isole ha valore di denuncia. 

Nocra, ad esempio, è lì a ricordare il nostro feroce passato di colonizzatori, di italiani brava gente. Ubicata nel Mar Rosso al largo delle coste eritree, fu adibita a penitenziario dai militari italiani al comando del generale Tancredi Saletta, che nel 1887 individuò personalmente il luogo. Sulla base delle testimonianze dei sopravvissuti e di quanto rinvenuto negli archivi, Nocra è considerata «una delle isole carcere peggiori di tutti i tempi, con anni in cui il tasso di mortalità raggiungeva il 58%, un vero e proprio campo di sterminio di massa» (ancora oggi il carcere risulta ciclicamente attivo per detenere oppositori, soprattutto donne, al regime eritreo).

Altre isole, come Chios e Lesbo, raccontano invece il dramma del presente, la capacità dei poteri di “rifunzionalizzare” la missione detentiva delle isole. Non trasformandole in parchi, come nella proposta dell’autore, ma assegnando loro «un ruolo di confine terrestre, circondate da navi militari, con grandi spazi occupati per il blocco dei migranti: un vero e proprio filtro detentivo esercitato sulla base di straordinarie regole nazionali, nell’inosservanza delle norme internazionali, della Convenzione sui rifugiati e del Global Compact sulle migrazioni». Alla detenzione dei migranti nelle isole, spesso priva di basi normative, sono anche dedicati paragrafi della prima parte del libro che, nel porsi il problema della detenzione all’arrivo dei flussi migratori, interrogano da vicino il giurista. 

 

4. C’è spazio, a questo punto, per una nota personale, che costituisca anche il ponte per una riflessione sul valore che il libro assume agli occhi del giurista. Lavoro in Sardegna e qui ho svolto per oltre dieci anni le funzioni di magistrato di sorveglianza, il giudice del carcere insomma. Man mano che approfondivo la conoscenza di alcuni reparti detentivi e della popolazione che li occupa – di alta sicurezza o di 41-bis i primi, di provenienza continentale la seconda – mi andavo convincendo che il futuro dell’isola era anche legato agli insediamenti penitenziari. Su questa traiettoria mi hanno ulteriormente spinto tre giovani studiosi (un giurista, uno psicologo, un architetto) arrivati nell’isola per una ricerca-viaggio attraverso carceri, persone, città. Decido di accompagnarli e, appena sbarcati, mappe alla mano mi mettono sotto gli occhi un dato inconfutabile: la Sardegna ospita dieci istituti penitenziari attivi ed è la prima regione italiana per il rapporto tra numero delle carceri e densità abitativa. I numeri della detenzione parlano chiaro, la Sardegna è territorio di immigrazione detentiva, forse l’unica immigrazione oltre quella turistica transitoria. 

Leggo il libro e subito mi rendo conto che siamo fuori dal concetto di isola carcere. La Sardegna è una regione autonoma di uno Stato, misura poco meno di 25.000 km2 (siamo dunque al di fuori dei criteri dimensionali), i processi di carcerizzazione sono tutto sommato una caratterizzazione recente della sua territorializzazione. 

Tuttavia, questo fatto di essere isola di tante carceri destinate ad accogliere detenuti “di fuori” – soprattutto di criminalità organizzata, destinati ai reparti di alta sicurezza –, ha fatto della Sardegna una lente di ingrandimento per osservare i processi di de-territorializzazione della pena e ha imposto a tutti gli operatori del penitenziario di confrontarsi con quella che nel volume è descritta come la necessità di «comprendere l’anima (corpi, senso, comunicazione, poesia, mito) dell’isolamento insulare e, di pari passo, il significato antico e moderno dell’isolamento detentivo insulare». 

Non è un sapere fine a sé stesso. Il doppio isolamento incide, negandolo, sul fondamentale principio di territorialità dell’esecuzione penale. Per provare a definirlo, questo criterio cardine, è sufficiente leggere la chiarezza cristallina dell’art. 22 del neonato ordinamento penitenziario minorile (d. lgs. 2 ottobre 2018, n. 121): «Salvo specifici motivi ostativi, anche dovuti a collegamenti con ambienti criminali, la pena deve essere eseguita in istituti prossimi alla residenza o alla abituale dimora del detenuto e delle famiglie, in modo da mantenere le relazioni personali e socio-familiari educativamente e socialmente significative». 

Vale anche nella penalità degli adulti, era intrinseco all’ordinamento penitenziario del 1975 ed è ora scolpito soprattutto dal comma 1 dell’art. 14 del medesimo ordinamento, introdotto dal d.lgs 2 ottobre 2018, n. 123: «I detenuti e gli internati hanno diritto di essere assegnati a un istituto quanto più vicino possibile alla stabile dimora della famiglia o, se individuabile, al proprio centro di riferimento sociale, salvi specifici motivi contrari». Fa da pendant l’art. 42, comma 2, dello stesso ordinamento, anche in questo caso modificato dal decreto del 2018: «Nel disporre i trasferimenti i soggetti sono comunque destinati agli istituti più vicini alla loro dimora o a quella della loro famiglia ovvero al loro centro di riferimento sociale, da individuarsi tenuto conto delle ragioni di studio, di formazione, di lavoro o salute». 

Si può con sicurezza affermare che il dover essere della pena tratteggiata negli ordinamenti penitenziari degli adulti e dei minori, sul binario dell’art. 27, comma 3, della Costituzione, è una lotta permanente contro l’isolamento, sia esso all’interno di edifici isole o in edifici collocati su isole, e per la riaffermazione della necessità del contatto e dello scambio con la società esterna. 

Non si intende trascurare la cogenza di alcuni motivi ostativi (in primo luogo, la pervasività della criminalità organizzata nei contesti in cui agisce), ma anche in questi casi la tutela dei diritti dei detenuti – a partire da quello di realizzare e ricostituire la propria identità nel proprio contesto sociale – deve passare attraverso l’adozione di contromisure all’isolamento. 

In questa direzione qualcosa di buono è uscito dalla pandemia, che ha per forza di cosa trasformato tutti gli istituti in isole non comunicanti con i territori circostanti. Dentro il carcere, però, ha messo finalmente piede la tecnologia: smartphone per fare videochiamate ai parenti, video colloqui Skype, posta elettronica, un maggior uso delle reti. 

L’importanza della tecnologia, quale veicolo per far fuoriuscire il carcere dalla bolla spaziale (e temporale) nel quale è confinato, è stata ben presente alla Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario istituita di recente presso il Ministero della Giustizia (dm 13 settembre 2021). Prendiamo un piccolo passaggio della Relazione finale del 17 dicembre 2021: «Al fine di agevolare il mantenimento delle relazioni affettive» si prevede «la disponibilità di telefoni cellulari», naturalmente a determinate condizioni, con precise esclusioni e con specifici accorgimenti tecnici (assenza di scheda, pre-impostazione di numeri autorizzati). 

Tra le tante proposte della Commissione si cita questa perché assume un valore di straordinaria importanza sia in termini di concreta riappropriazione da parte del detenuto delle relazioni affettive sia sul piano simbolico.

Basta poco, la concessione del telefono (copyright della citazione: Patrizio Gonnella), per iniziare a ripensare alla pena come qualcosa di diverso dall’isolamento, per disgiungere il concetto di pena da quello di separazione. 

Per fare del carcere e delle isole carcere ecosistemi a misura di relazione umana, copiando il meglio e non il peggio della natura (ammesso che la natura, senza intenzionalità umana, abbia un “peggio”)[1].
 

[1] È una recensione e le note appesantiscono, basta qualche appunto di chiusura. La canzone di Lucio Dalla citata nel testo è di Lucio Dalla: sua la musica, suo il pathos con cui ha fatto entrare nelle radio una storia di carcere, amore, morte, sogni. Non bisogna dimenticare i magnifici parolieri: Gianfranco Baldazzi e Sergio Bardotti. A loro si devono quelle frasi da manuale di sociologia dell’istituzione totale. Il viaggio in Sardegna tra città, persone e carcere è di Mattia Battistelli, Lorenzo Cremonini, Giovanni Scionti. Se si vuole andare fuori rotta con loro, in vespa e a un ritmo umano, si può fare riferimento a https://www.fuorirotta.org/progetti/sardegna/
A proposito di telefono: la Rai ha trasmesso il film tratto dal libro di Camilleri, La concessione del telefono, proprio il giorno in cui, in tempi di pandemia e per la prima volta nella storia penitenziaria, gli smartphone facevano ingresso nelle sezioni. Il racconto lo si trova nell’articolo di Patrizio Gonnella, La concessione del telefono, in L’Espresso, 24 marzo 2020. La Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario è stata presieduta da Marco Ruotolo, ordinario di diritto costituzionale, ma non lo si cita per questo. È anche ideatore e artefice instancabile del Centro di ricerca Diritto penitenziario e Costituzione – European Penological Center, con sede a Roma e nell’isola Ventotene/Santo Stefano. In quell’isola, infatti, ha preso avvio il progetto di recupero e valorizzazione dell’ex Carcere borbonico, intitolato a David Sassoli (Commissaria straordinaria: Silvia Costa). Si deve a Marco Ruotolo la pubblicazione delle riflessioni di Eugenio Perucatti, Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata. Documenti, polemiche, esperienze. Nuovi orizzonti dell’esecuzione penale, Editoriale Scientifica, 2021. Eugenio Perucatti è stato direttore del carcere di Santo Stefano tra il 1952 e il 1960. Conosceva le isole, combatteva gli isolamenti.

 

 

 

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23/07/2022
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