Magistratura democratica
Magistratura e società

Formazione dei magistrati e giustizia riparativa*

Questione Giustizia ha dedicato il secondo numero trimestrale della sua stagione digitale interamente al problema della pena e ai quarant’anni dell’Ordinamento penitenziario. Lo ha fatto con lo sguardo fisso sull’art. 27, comma 3, della Costituzione, bussola di un diritto penale orientato al recupero integrale della persona condannata.

Quando si parla di rieducazione ai valori costituzionali non vengono in questione sentimentalismi, pietismi, né atteggiamenti di altero buonismo intellettuale. Si mette sul tappeto, piuttosto, l’unico efficiente metodo che uno Stato democratico ha a disposizione per reagire al crimine, difendere i suoi cittadini e tutelare, per dirla con Alessandro Margara, le esigenze della sicurezza e quelle del progresso.

In quest’ottica, del tutto laica, abbiamo dato la parola, per primo, a un condannato alla pena dell’ergastolo il quale, dal carcere, ci ha parlato del mondo dei reclusi e della sua personale metamorfosi. Lo abbiamo fatto perché la giurisdizione rieducativa o è prossimità alle vite e alle voci dei detenuti o non è. Non si danno alternative.

Non possiamo, pertanto, evitare di confrontarci con le polemiche suscitate dalla recente iniziativa della Scuola superiore della magistratura, che avrebbe voluto proporre, nell’ambito di un corso di formazione, l’esame scientifico di un percorso di giustizia riparativa che ha visto protagonisti ex terroristi e parenti delle loro vittime. Usiamo a proposito il verbo avrebbe, perché l’incontro è stato annullato in quanto ritenuto inopportuno.

Non siamo d’accordo con questa decisione e, soprattutto, non siamo d’accordo con le pressioni, a dire il vero inedite, esercitate dal Comitato di presidenza del Consiglio superiore della magistratura sul Comitato direttivo della Scuola.

Sgombriamo subito il terreno da equivoci: non intendiamo ascrivere al campo dei detrattori delle istanze rieducative coloro i quali, e solo questi, con argomenti costruttivi e pacati, hanno polemizzato con la scelta della Scuola.

Al contrario, molti di loro hanno una storia lavorativa, personale e culturale che testimonia la difesa di quei principi. Per non parlare, poi, dei colleghi che hanno sulle spalle il peso di un dolore che richiederebbe un silenzio superabile solo dalle esigenze del dibattito pubblico. È proprio la levatura delle critiche che ci spinge al confronto, certi che sulla scelta di un dialogo reciproco e argomentato siamo tutti concordi.

Allineiamo i fatti. La Scuola della magistratura ha affidato ad insigni giuristi, criminologi ed educatori (Adolfo Ceretti, Claudia Mazzucato e Guido Bertagna) il compito di strutturare un evento formativo che avrebbe dovuto rievocare le tappe e il metodo di un percorso di riparazione e conciliazione tra autori di reati gravissimi e i parenti delle loro vittime.

Si tratta di un percorso durato otto anni, vissuto al di fuori di ogni clamore mediatico e che ha visto protagonisti (insieme ai nomi di prima e con garanti del calibro di Valerio Onida e Gherardo Colombo) alcuni ex terroristi, tra i quali Adriana Faranda e Franco Bonisoli, e alcune persone offese, tra cui Agnese Moro, Sabina Rossa e Manlio Milani. Già questi elementi consentono di rispondere a una prima obiezione, relativa al perché della scelta di quei reati, di quegli autori e di quelle vittime: molto semplicemente, perché dietro questo peculiare percorso ripartivo vi era un lavoro epistemologico di altissimo livello, tale da metterlo al riparo da ogni rischio di strumentalizzazione e deriva inaccettabile.

Leggere il programma del corso, reperibile sul sito (accessibile qui), consentiva a nostro avviso di avere chiaro che non vi sarebbe stato spazio per ambiguità, rivisitazioni di quella stagione tragica, conciliazioni fittizie e giustificazionismo; che vi sarebbero stati da una parte i rei con le giuste condanne espiate, dall’altra le vittime con le loro ferite.

In mezzo un percorso volontario di recupero che intende dare sostanza concreta all’art. 27, costruire una risocializzazione efficace dei responsabili, ridare centralità alla vittima e alle sue esigenze di fuoriuscita dal dolore. Altra garanzia, inoltre, era fornita da coloro che avevano ideato il corso, tra cui colleghi da una vita impegnati nella lotta al terrorismo.

Un percorso di recupero, peraltro, calibrato su autori di reato che hanno da tempo espiato le condanne e che non sono mossi da ambizioni premiali. Reati gravi, certo, ma è su questi che si misura il funzionamento della giustizia riparativa. E, soprattutto, è con questi rei – terroristi, mafiosi, assassini – che molti magistrati, anche di sorveglianza, si devono confrontare ogni giorno con le maggiori difficoltà; che ogni giorno devono per forza, per Costituzione, incontrare nei loro Uffici nel tentativo di strutturare ipotesi rieducative.

Nella Scuola dei magistrati non possono entrare? Dubitiamo che un Istituto di alta formazione possa operare simili rimozioni e così pretendere di insegnare a nuotare fuori dall’acqua. Un approccio scientifico quale quello proposto, al contrario, avrebbe consentito a molti colleghi di acquisire un sapere critico utile a tenersi lontano da tentazioni retribuzioniste o da buonismi gratuiti, questi sì pericolosi per tutte le vittime.

Crediamo di aver perso un’occasione. Autori di reato, vittime e mediatori sarebbero entrati nella Scuola per testimoniare i risultati di un cammino di omaggio della Costituzione e della magistratura.

Gli autori di reato, in particolare, per riconoscere che la magistratura, trattandoli come persone, li ha fermati e salvati. Avremmo potuto parlare di una vittoria dello Stato democratico e degli articoli 3 e 27. Sarebbe stato un modo non rituale di esercitare la memoria e sarebbe stato un successo, soprattutto, per quelle vittime che hanno scelto di partecipare a quell’esperienza e che, con il rifiuto opposto, temiamo di aver offeso ulteriormente (qui la lettera pubblica di Manlio Milani, Agnese Moro e Sabina Rossa).

Siamo mossi dall’intenzione di capire. Per questo non sottovalutiamo le perplessità di chi ha criticato la presentazione, in sede di formazione, di un’esperienza di giustizia riparativa con persone una volta legate a una stagione che presenta ancora ombre, lacune e molti non detto da parte dei protagonisti. Tuttavia, l’approfondimento avrebbe forse potuto consentire di capire che i soggetti coinvolti non avevano altri saperi spendibili sul piano della giustizia ordinaria.

E in ogni caso, ribadiamo, avremmo preferito una scelta diversa, rivolta alla critica a valle e non alla censura a monte*.

 

*La redazione di Questione giustizia è consapevole dell’esistenza di punti di vista diversi, anche all’interno di Magistratura democratica, ed è perciò pronta ad ospitare in futuro contributi di chiunque volesse motivatamente esprimere sulla vicenda in esame un’opinione in tutto o in parte differente.

 

Link:

Il programma del corso

Reazioni e polemiche (dal Sole 24 Ore)

L'annullamento dell'incontro (da Repubblica.it)

La lettera pubblica di Manlio Milani, Agnese Moro e Sabina Rossa

 

 

 

 

 

05/02/2016
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La riforma Cartabia: la disciplina organica della giustizia riparativa. Un primo sguardo al nuovo decreto legislativo

Con il decreto legislativo in attuazione della legge delega 27 settembre 2021 n. 134 è stata definitivamente approvata la "disciplina organica" della giustizia riparativa. 
L’idea di una giustizia della riparazione, nella sua contrapposizione alla tradizionale giustizia punitiva, ha un che di indubitabilmente rivoluzionario, in quanto modello di giustizia fondato essenzialmente sull’ascolto e sul riconoscimento dell’altro. Il tempo era ormai maturo per sviluppare e mettere a sistema le esperienze di giustizia riparativa, già presenti nell’ordinamento in forma sperimentale e che stavano mostrando esiti fecondi. La giustizia della riparazione introduce nel sistema una dialettica "tripolare": non c’è più solo lo Stato che punisce e l’autore del reato che subisce la pena, c’è anche la vittima che è sparita dal processo a causa della tradizione del garantismo, ispirato allo scopo di impedire la vendetta privata e che vede la vittima sostituita dallo Stato ma neutralizzata nel processo, spettatrice e spesso vittima due volte. Il paradigma riparativo permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, se entrambi vi acconsentono liberamente, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale.
La scelta italiana è stata quella di un percorso "parallelo" volto alla ricomposizione del conflitto: non una giustizia alternativa alla giustizia tradizionale (con superamento del paradigma punitivo), e nemmeno un modello sussidiario, bensì complementare, volto alla ricomposizione del conflitto poiché compito dello Stato è anche quello di promuovere la pacificazione sociale. 
Anche il ruolo del Giudice muta: egli si mette non sopra il conflitto ma dentro di esso per risolverlo, non si limita ad assolvere o a condannare e, senza perdere la sua neutralità, compie il difficile cammino verso una ricomposizione che riqualifica sia il senso di un processo giusto che il senso stesso della pena inflitta.

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