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ETS. Chi inquina paga: o no?

di Gianfranco Amendola
già magistrato e parlamentare europeo

Molto si parla in questi giorni del sistema ETS (Emissions Trading System) a norma del quale tutti gli impianti grandi emettitori di gas serra, quali centrali elettriche, acciaierie, cementifici, raffinerie, aviazione, trasporto marittimo (oltre 1.000 installazioni in Italia e più di 10.000 in Europa), devono munirsi di una autorizzazione con obbligo di compensare annualmente le proprie emissioni attraverso quote apposite da acquistare sul mercato se non rispettano i limiti massimi fissati annualmente dalla UE; quindi, più inquinano e più devono pagare; peraltro con buoni risultati (calo del 50% delle emissioni coperte da questo sistema). 

Oggi, tuttavia, a fronte dei pesanti rincari di petrolio e gas indotti dalla crisi petrolifera, il sistema ETS è stato rimesso in discussione per far fronte alla concorrenza internazionale (specie di Cina e USA). Il nostro Ministro per l’ambiente, Gilberto Pichetti, ha infatti chiesto «una revisione del sistema ETS, che ne limiti gli effetti sul prezzo dell’energia, riduca la volatilità e prezzo delle quote e limiti le dinamiche speculative, così che il meccanismo possa guidare efficacemente la transizione». La nostra Presidente del Consiglio è andata oltre affermando che «l’ETS va sospeso» subito per le centrali elettriche a gas, in attesa di una «profonda riforma» del sistema, che metta un tetto al prezzo delle quote (a gennaio avevano toccato i 92 euro, dovrebbero stare a meno della metà). E nello stesso senso si è espressa Confindustria il cui presidente Orsini abbina alla richiesta di sospensione dell’ETS anche quella di «costruire un mix equilibrato a livello europeo», accelerando in particolare sulle rinnovabili; non solo eolico, fotovoltaico e idroelettrico, ma anche energia nucleare (scelta già bocciata dall’Italia con referendum popolare); in contrasto, peraltro, con BusinessEurope, l’associazione delle imprese europee, la quale ha indicato come priorità misure «più forti» per ridurre i costi dell’energia, agendo sulle cause strutturali dell’erosione economica; mantenendo però «un ruolo centrale dell’ETS», accompagnato da maggiore flessibilità per gestire eventuali volatilità. 

A livello comunitario, la richiesta di sospendere ETS ha provocato una profonda spaccatura: è stata, infatti, condivisa e sostenuta da diversi paesi europei mentre altri, tra cui Francia, Germania, Spagna e Olanda si sono dichiarati contrari in quanto la sospensione «costituirebbe un passo indietro molto preoccupante», «distorcerebbe le condizioni di concorrenza, penalizzerebbe chi ha già investito nella decarbonizzazione e rallenterebbe nuovi investimenti». Tanto più che la UE deve ridurre le emissioni inquinanti del 55 per cento entro il 2030 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. La diatriba è, quindi, arrivata ai vertici comunitari, dove la Commissione si è subito dichiarata contraria alla sospensione, evidenziando che «è di fondamentale importanza continuare con l’ETS perché è uno strumento cruciale per la politica climatica dell’UE e per il raggiungimento di una maggiore indipendenza energetica», il quale ha contribuito in venti anni a ridurre il consumo di gas in Europa di 100 miliardi di metri cubi favorendo lo sviluppo delle rinnovabili; aprendo, tuttavia, ad alcune modifiche: rafforzare la riserva stabilizzatrice del mercato per contrastare la volatilità dei prezzi delle quote di CO2; regole più flessibili sugli aiuti di Stato per le industrie energivore; definire una traiettoria di decarbonizzazione meno severa nei prossimi anni. E, nello stesso solco, il Consiglio europeo ha invitato in questi giorni la Commissione a presentare una riforma dell’Ets «entro luglio» ma «preservandone il ruolo fondamentale» nella transizione energetica. 

Vedremo come andrà a finire, considerando anche che questa vicenda va inquadrata nell’attuale clima di crescente insofferenza generalizzata verso i vincoli ambientali visti come un ostacolo allo sviluppo ed alla crescita. Basta ricordare, in proposito che recentemente, all’assemblea Onu, del 23 settembre 2025, Trump si scagliava contro l’Unione Europea e le sue politiche sul cambiamento climatico, che definiva «la più grande truffa mai perpetrata al mondo»; negli stessi giorni, peraltro, in cui l’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti pubblicava, con abbondanza di dati, un rapporto che diceva esattamente il contrario. E, appena insediato, decretava il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi sulla decarbonizzazione, considerato un attacco alla sovranità economica degli Stati Uniti, una sorta di «nuova truffa verde» volta a penalizzare le nazioni industrializzate a favore di attori come la Cina e l’India; adottando, quindi, con lo slogan «energy pride», misure che favoriscono i combustibili fossili; definendo, nel contempo, una «barzelletta» le energie rinnovabili, soprattutto eolico e fotovoltaico, mentre il carbone è «bello e pulito» e concludendo che gli USA non si sarebbero più «sottomessi» alle politiche climatiche internazionali. 

In ogni caso, una cosa da fare subito è adeguarsi al più presto al dettato comunitario secondo cui i proventi ETS (18 miliardi di euro) dovrebbero essere interamente destinati a finanziare la transizione, mentre, al contrario, l’Italia ne ha destinato il 50% al Fondo per l’ammortamento del debito pubblico, impiegando solo 1,6 miliardi - il 9% del totale – per renderci meno esposti a crisi energetiche.

E, soprattutto, anche se nessuno lo ha fatto, appare, a questo punto, opportuno considerare verso quali scelte sono orientate la nostra normativa e la nostra giurisprudenza, ricordando in primo luogo che nel 2022 il diritto all’ambiente è stato introdotto nella nostra Costituzione, il cui art. 41 oggi stabilisce che «l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi … in modo da recare danno …alla salute e all’ambiente». E che la nostra Corte costituzionale si è più volte preoccupata di valorizzare e salvaguardare il principio di precauzione con «chi inquina paga». In particolare, già prima delle modifiche del 2022, la Consulta, in una sentenza, -se pur datata e riferita ad una questione di bonifiche e di competenza a decidere- premetteva che l'ambiente è protetto come elemento determinativo della qualità della vita e che «la sua protezione non persegue astratte finalità naturalistiche o estetizzanti, ma esprime l'esigenza di un habitat naturale nel quale l'uomo vive ed agisce e che è necessario alla collettività e, per essa, ai cittadini, secondo valori largamente sentiti; è imposta anzitutto da precetti costituzionali (artt. 9 e 32 Cost.), per cui esso assurge a valore primario ed assoluto», evidenziando con chiarezza che «il danno ambientale è certamente patrimoniale, sebbene sia svincolato da una concezione aritmetico-contabile e si concreti piuttosto nella rilevanza economica che la distruzione o il deterioramento o l'alterazione o, in genere, la compromissione del bene riveste in sé e per sé e che si riflette sulla collettività» (Corte Cost. 30 dicembre 1986, n. 641). E più recentemente, nello stesso solco, la Cassazione a sezioni unite, -dopo aver richiamato la modifica costituzionale del 2022-, ha messo in rilievo che «non appare allo stato irragionevole il sistema distributivo della responsabilità ambientale tuttora vigente, imperniato proprio sul perseguimento della riparazione». (Sez. Unite civ., sent. 1 febbraio 2023, n. 3077). Considerazioni che si pongono in totale contrasto con una eventuale disciplina di esenzione o ammorbidimento della ETS e ricordano opportunamente che il valore ambiente non è, comunque, monetizzabile se non in via eccezionale e temporanea in quanto, di regola, deve godere di una protezione totale con cessazione dell’attività inquinante e riparazione dei danni prodotti. 

Appare chiaro, quindi, in conclusione, che la questione ETS non è solo una questione tecnica di rilevanza economica ma sollecita ben più profonde considerazioni di natura squisitamente politica. Insomma, chi inquina paga. Ma è giusto che chi ha più risorse finanziarie possa inquinare di più, arrecando danni alla salute e all’ambiente in un paese la cui Costituzione sancisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi in modo da recare danno alla salute e all’ambiente? 

25/03/2026
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