Magistratura democratica
Magistratura e società

Giacomo Matteotti: l’antagonista

di Giuseppe Battarino
già magistrato; presidente del Comitato comasco per il centenario di Giacomo Matteotti

Il libro di Marzio Breda e Stefano Caretti Il nemico di Mussolini sin dal titolo colloca Giacomo Matteotti nella corretta posizione storica e politica che le sole celebrazioni rischiano di far dimenticare. Attraverso un’ampia e documentata narrazione, lo restituisce al suo ruolo di principale ed efficace oppositore del nascente autoritarismo fascista; e, dopo il suo omicidio, prodotto dall’odio (e dal timore) che Mussolini e i fascisti e nutrivano verso di lui, di “grande ombra” sul regime.

Il libro di Marzio Breda e Stefano Caretti Il nemico di Mussolini (Solferino, 2024) risponde alla necessità di una conoscenza della vita e dell’opera Giacomo Matteotti che vada al di là della semplice celebrazione come vittima del fascismo.

Sin dal titolo Giacomo Matteotti viene collocato nella sua corretta posizione politica e storica: quella di vero e proprio antagonista di Mussolini, che con lui si confronta con fermezza ed efficacia nelle originarie scelte politiche, nella fase dell’uso da parte dei fascisti di mezzi violenti e della conquista mediante essi del potere, nella percezione del nascente autoritarismo attraverso la legalità formale, nella denuncia dei brogli e delle violenze che garantirono a Mussolini la maggioranza elettorale nel 1924.

La vita politica di Giacomo Matteotti e la sua rilevanza persistente nel pensiero contemporaneo - dall’iscrizione, giovanissimo, al Partito socialista, sino al sequestro e all’omicidio del 10 giugno 1924, e oltre - viene seguita dagli autori sulla base di questa completa e necessaria lettura, basata su una piena conoscenza delle fonti, che si palesa non solo nello sviluppo di una narrazione che contempera il piano cronologico con quello tematico ma anche nelle numerose citazioni di interventi e documenti meno noti, che forniscono un’utile descrizione del contesto che accompagna le vicende politiche e personali di Matteotti.

Tutti gli aspetti di queste vicende sono sviluppati in maniera leggibile (esigenza fondamentale perché di lui si possa parlare, lo abbiamo detto, non solo come “martire” ma anche come ispiratore di una difesa contemporanea della democrazia): la vocazione socialista maturata nel poverissimo Polesine di inizio ‘900; gli studi giuridici; la fondamentale importanza della figura di Velia Titta, che sarà sua moglie; la difficile ma chiara collocazione nella sinistra riformista dell’epoca, stretta tra massimalismo socialista e scissione comunista, ma sempre con riferimenti marxisti alla dialettica tra capitale e lavoro; il pacifismo concreto e la non comune proiezione internazionale; la capacità organizzativa del partito e il valore della formazione dei militanti e amministratori socialisti; la qualità del lavoro parlamentare.

La centralità del delitto del 10 giugno 1924 viene affrontata nella prospettiva complessa delle modalità di esecuzione, delle indagini, dei (due) processi e del movente.

Le questioni del movente e della riferibilità al capo del governo Mussolini dell’omicidio, sono impegnative e sono state in qualche modo viziate – tra i contemporanei dell’evento e in seguito – da ricostruzioni talora eccedenti la corretta composizione delle fonti di conoscenza, talora deliberatamente fuorvianti.

Marzio Breda e Stefano Caretti affrontano con la necessaria brevità l’ipotesi più lontana dai fatti, quella – adombrata strumentalmente dallo stesso Mussolini – di un delitto “contro” il nascente regime: mentre esso è terribilmente “fondativo” del regime fascista.

Immediati furono del resto i depistaggi posti in essere per ostacolare le indagini del giudice istruttore Mauro Del Giudice, invece efficacemente svolte (un ordinamento giudiziario debole nella tutela dei magistrati consentirà in seguito al regime di “allontanarlo”) e che si sviluppano in maniera lineare: individuata l’auto del sequestro, identificata la squadra fascista autrice del delitto, acquisiti gli elementi che collegavano gli autori materiali ai più alti livelli del governo.

Gli autori si soffermano, utilmente, sulla cosiddetta “pista affaristica” che un certo seguito ha avuto anche in tempi recenti.

Vengono esplicitamente richiamati gli studi di Giampiero Buonomo, che affrontano una tra le ricostruzioni più suggestive ma anche potenzialmente fuorvianti del movente del delitto, quella della citata “pista affaristica”, fondata sulle vicende della “convenzione Sinclair”: vale a dire l’ipotesi che al deputato socialista si fosse voluto impedire di rivelare torbidi affari legati alle concessioni petrolifere. Il capitolo «Pista affaristica al tramonto» prende posizione su questa ipotesi, superandola a favore netto di quella – basata su evidenze documentali ma anche politiche in senso stretto – della maturazione finale dell’avversione di Mussolini per il suo antagonista dopo il discorso alla Camera del 30 maggio 1924, in cui con forza di ineludibili argomenti, in sede di convalida delle elezioni, Giacomo Matteotti aveva messo in dubbio la legittimazione elettorale della maggioranza fascista.

Ma, come abbiamo detto, oltre ad affrontare con chiarezza questo snodo storico fondamentale, il libro di Marzio Breda e Stefano Caretti ricostruisce l’intera vicenda umana e politica di Giacomo Matteotti e la sua permanenza, nel sentire popolare, dopo la morte.

A questo proposito, si deve probabilmente circoscrivere la portata del sottotitolo del libro: «Giacomo Matteotti, storia di un eroe dimenticato». Non dimenticato ma piuttosto soggetto, come molti personaggi di grande levatura, dopo la sua morte, a fasi di maggiore o minore interesse, anche in funzione di vicende politiche generali: ma si può confidare che l’occasione del centenario consolidi, come si è detto, una lettura della sua opera in chiave ispiratrice di una difesa contemporanea della democrazia . 

Va ricordato – e ne Il nemico di Mussolini la situazione è descritta con efficacia – che il nascente regime mussoliniano vacillò dopo il sequestro di Matteotti. Il capo del governo è nel panico, come scrivono Breda e Caretti. Ma accade che l’opposizione democratica, “aventiniana” e non, si perda in sottili distinguo - vizio mai sopito – mentre i fascisti riorganizzano la loro presenza politica, anestetizzano il Parlamento, forzano in direzione illiberale le norme e infine, con il passaggio fondamentale del discorso di Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925, giocano con successo – nella pavida inazione della Monarchia – la carta finale della rimozione delle libertà costituzionali statutarie, costituendosi in vero e proprio regime autoritario.

Si è detto della capacità degli autori di individuare, nell’ampiezza delle fonti, quelle che consentono di entrare nel contesto che accompagna le vicende politiche e personali di Matteotti.

La percezione di sintesi verso la quale la lettura consente di orientarsi è quella di una persistenza della violenza fascista, di un fascismo che non è non riducibile a fenomeno politico ordinario, eventualmente incorso in errori, bensì costituisce un movimento fondato su uno strutturale esercizio di violenza e prevaricazione, fino all’omicidio – quello di Matteotti, quelli che lo hanno preceduto e seguito - come strumenti di conquista e mantenimento del potere.

E’, del resto, quello che lo stesso Matteotti aveva intuito e comunicato con il suo Un anno di dominazione fascista, titolo che Marzio Breda e Stefano Caretti riprendono per un capitolo del loro libro. L’instant book, diremmo oggi, di Matteotti, dedicato a descrivere la condotta del governo di Mussolini dall’ottobre 1922 in poi, provoca esplicite e gravi minacce fasciste nei suoi confronti, un’acuzie della persecuzione ai suoi danni comprensibile laddove si consideri l’efficacia del contenuto della pubblicazione, le cui citazioni offerte ne Il nemico di Mussolini sono illuminanti:  i fascisti che «avevano eccitata tutta la demagogia antifiscale delle classi abbienti»; «i prefetti e i questori [che] si piegano alla volontà dei dirigenti locali dei fasci»; i cittadini divisi a secondo delle loro opinioni filo o antigovernative «in dominatori e sudditi», tanto che «l’essere fascisti è insomma una seconda e più importante cittadinanza italiana».

E’ significativa la citazione di un intervento di Roberto Farinacci, squadrista, deputato fascista, avvocato difensore degli assassini di Matteotti nel primo, benevolo processo a loro carico, il quale chiede l’acquisizione come prova documentale del libro di Matteotti “Un anno di dominazione fascista” per contribuire a dimostrare che egli come «acerrimo e implacabile oppositore del fascismo», si fosse meritato quello che gli avevano fatto gli imputati. 

Anche le vicende successive al delitto e alle indagini, per come esaminate da Breda e Caretti, consentono una lettura unificante: Giacomo Matteotti diventa la “grande ombra” sul regime, che Mussolini deve cercare di far scomparire: così come, secondo gli originari piani del delitto, rivelati da uno degli autori, avrebbe dovuto scomparire il suo cadavere.

Di qui la persecuzione verso le sue spoglie («Il sepolcro negato» secondo il titolo di uno dei capitoli del libro), le oscene profanazioni squadriste, le restrizioni e lo spionaggio nei confronti dei familiari, le pesanti condanne del tribunale speciale fascista per chi citasse Matteotti o anche solo ne conservasse immagini.

Colpiscono, anche in questo caso, alcune delle citazioni contenute nel libro.

Indro Montanelli che racconta di uno zio, squadrista della prima ora, che abbandona polemicamente il fascismo dopo il delitto Matteotti e anzi si reca ripetutamente a Roma per portare mazzi di fiori sul Lungotevere, nel punto del sequestro, dove altrettanto ripetutamente viene manganellato dai fascisti.

Amalia Villarini, portinaia romana, invitata pressantemente dalla polizia a spiare Velia Matteotti, che rifiuta: «Ci promettevano di tutto, case popolari, soldi. Eravamo poveri, abbiamo saputo restare poveri. Abbiamo sempre detto di no, siamo rimasti fedeli».

L’operaia bolognese Elena Borghi, licenziata per avere aderito a una sospensione dal lavoro di dieci minuti in onore di Matteotti, che nella stamberga in cui s’è ridotta corre il rischio di tenere un suo ritratto con un garofano rosso di carta davanti.

Gli anacronistici carabinieri che a Firenze il 27 luglio 1943, a fascismo caduto, arrestano due operai della Galileo per avere tracciato una «scritta sovversiva»: «W Matteotti».

E’, dunque, il libro di Marzio Breda e Stefano Caretti una lettura di sicuro interesse e uno strumento di grande utilità per conoscere ciò che è necessario a evitare per il futuro che la narrazione della storia, della storia di Giacomo Matteotti e di come egli abbia contribuito alla storia d’Italia, si impoveriscano nell’unico fotogramma degli assassini fascisti sul Lungotevere.

10/06/2024
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