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FORUM / GIUSTIZIA DEL LAVORO (2/5): L'avvocato, il cliente, il giudice e il processo

di Emanuele Mancini
Giudice del Tribunale di Foggia
La seconda puntata del forum dedicato alla giustizia del lavoro

Abbiamo chiesto a un avvocato, un docente universitario e tre magistrati di rispondere ad alcune domande sullo stato della giustizia del lavoro. La sintesi del forum è pubblicata sul numero 4/2014 della rivista trimestrale, attualmente in distribuzione. Qui pubblicheremo le risposte integrali: di seguito il secondo contributo.

LA PRIMA PUNTATA: L'AVVOCATO

 

L’11 aprile 2011 ho finalmente iniziato a svolgere le funzioni di magistrato.

Come per molti colleghi e miei coetanei, questo lavoro era davvero il sogno di una vita, maturato all’esito di un percorso giovanile di impegno sociale, accesosi per un sentimento di reazione alle stragi dei primi anni Novanta, quando si sentiva ripetutamente dire che nulla poteva più cambiare. Un sentimento poi alimentato durante il periodo del Liceo e dell’Università, concentrandomi sul volontariato e l’associazionismo studentesco.

In realtà, l’unica ragione per cui mi sono iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza presso l’Università “Statale” di Milano era già la speranza di superare il concorso in magistratura.

Inutile forse precisarlo: se uno sogna questo lavoro, almeno da ragazzino si vede P.M. o in ogni caso applicato al settore penale. Già durante gli studi universitari e soprattutto quelli per il concorso, mi sono fortunatamente accorto che quell’entusiasmo da solo non può essere sufficiente ed, anzi, determina il rischio di comportamenti da “paladino della giustizia” che ora cerco di rifuggire il più possibile nelle mia attività quotidiana.

Mi sono, quindi, accorto che per essere un bravo giudice e tutelare realmente i diritti dei cittadini bisogna sforzarsi di essere anche profondamente tecnici, fino a giungere talora ad assumere comportamenti che possono apparire “distanti” dal modello di soggetto sociale impegnato e vicino alle istanze delle parti formalmente o apparentemente deboli. Viviamo in una società ed in un'economia liquida, in cui i rapporti di forza spesso si scambiano e si invertono e, fino ad un certo livello economico ed organizzativo, anche le strutture ed i ruoli formali, quali quello di datore e lavoratore dipendente, sono tanto contigui da sovrapporsi e da meritare identica attenzione e tutela.

E dunque solo così, raggiungendo o avvicinandomi, attraverso un percorso di consapevolezza di quali siano i diritti e le moderne parti deboli, ad un modello di giudice indipendente, mi sembra che queste ultime possano davvero essere tutelate laddove subiscano delle lesioni nella propria sfera giuridica.

E’ con quest’approccio culturale che ho quindi iniziato svolgere le funzioni di giudice del lavoro presso il Tribunale di Foggia.

E qui mi sono scontrato con la realtà di alcuni uffici territorialmente marginali, complessi e lasciati alla volontà ed alle capacità organizzative del singolo, a volte inesperto, magistrato. Il ruolo inizialmente assegnatomi era così composto:

  • cause pendenti complessive n. 23.131;

  • cause pendenti di lavoro circa n.1.200;

  • cause pendenti di previdenza ed assistenza circa n. 21.931;

  • cause (lavoro, previdenza ed assistenza, opposizione a cartelle esattoriali) in attesa di fissazione prima udienza n. 701, di cui n. 80 cartelle esattoriali con istanza di sospensione; si specifica che in aggiunta a queste sono risultate da doversi ancora fissare per prima udienza circa n. 200 di ricorsi depositati nell’anno 2009 e rinvenuti “soltanto” in data 14 aprile 2011.

  • cause (lavoro, previdenza ed assistenza, opposizione a cartelle esattoriali) in attesa di essere rimesse sul ruolo circa n. 400; tra queste risultavano n. 150 con un’ultima data di udienza del 13 e 14 aprile 2010 e tuttavia rinvenuti in cancelleria il 14 aprile 2011.

  • ricorsi per decreti ingiuntivi n. 105, di cui 10 per il mese di dicembre 2010; n. 23 per il mese di gennaio 2011; n. 31 per il mese di febbraio 2011; n. 40 per il mese di marzo 2011; n. 1 per il mese di aprile.

Tale ruolo era già distribuito, quindi, per udienze fissate sino al 26 marzo 2014 con un numero medio di fascicoli da trattarsi ad udienza di almeno 200 procedimenti.

A titolo esemplificativo in questo senso, si consideri addirittura che per l’udienza del 13 luglio 2011 era già stata fissata la trattazione di n. 306 procedimenti; per l’udienza del 20 luglio 2011 n. 242; per l’udienza del 29 settembre 2011 n. 252; per l’udienza del 20 ottobre 2011 n. 486; l’ultima udienza fissata in calendario del 26 marzo 2014 considerava la trattazione già di ben 43 procedimenti.

Infine, dopo qualche mese dalla presa delle funzioni mi veniva assegnata la trattazione del ruolo “specialistico” in materia di cancellazioni, mancate iscrizioni degli operai agricoli a tempo determinato negli elenchi anagrafici del Comune di residenza e prestazioni temporanee collegate, con un numero complessivo di procedimenti iscritti pari circa a 10.000 fascicoli ed una media di nuovi depositi inizialmente pari a circa 150-200 procedimenti ogni dieci giorni. Anche con riguardo a tale ruolo, trovavo una situazione del tutto abnorme con un numero di procedimenti già fissati per udienza che variava dai 200 ai 500 fascicoli a fronte di una definizione media di “sole” 30 controversie … ed il tutto in un’aula con almeno 30/40 persone, tra Avvocati, CTU, parti … tutti, tranne ovviamente il Cancelliere.

Nel primo semestre di attività, mi è sembrato opportuno, quindi, procedere alla riorganizzazione del suddetto arretrato puntando su un lavoro di lungo periodo, ritenendo fondamentale confrontarsi e coinvolgere in tale attività sia il personale amministrativo sia il Foro.

In tale contesto, il mio sforzo è stato rivolto in particolar modo verso una nuova organizzazione e gestione delle udienze previdenziali e ciò si è reso possibile soprattutto grazie alla sottoscrizione di un Protocollo, cui ha aderito lo stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Foggia.

Rinviando – per chi ne fosse interessato - alla lettura di questo documento in ordine alle modalità attuative della nuova gestione di udienza, pare utile sottolineare, in questa sede, che attualmente le udienze prevedono un numero massimo di fascicoli pari a 100 unità, con la presenza di soli tre procuratori per le parti ricorrenti, oltre al difensore dell’Inps: ciò consente la trattazione dei procedimenti ad orario ed in stanza. Inoltre, la media dei procedimenti definiti è di fatto raddoppiata rispetto al passato, considerando che almeno i due terzi dei procedimenti trattati vengono definiti durante la camera di consiglio.

Con riguardo alla organizzazione e gestione del ruolo di lavoro, deve, invece, rilevarsi che sin dall’inizio quest’ultimo ha presentato minori problemi; si è, perciò, proceduto alla definizione delle cause già mature per la decisione secondo il criterio dell’iscrizione a ruolo ed dell’oggetto della domanda principale, individuando, già prima dell’introduzione della l. 92/2012 (c.d. Legge Fornero), una corsia preferenziale di trattazione delle controversie aventi ad oggetto la materia dei licenziamenti.

La suddetta situazione era pressoché analoga anche per gli altri 4 (solo 4!!) colleghi di Sezione.

Tuttavia, devo dire che gli sforzi profusi da tutti e l’arrivo finalmente di un Presidente di sezione, avvenuta nel novembre del 2011; l’aumento dell’organico sino a quello attualmente in servizio di 10 unità e la previsione di un altro protocollo su un altro “filone” previdenziale, tutto ciò ha consentito all’Ufficio di raggiungere risultati – dal mio modesto punto di vista e quantomeno sotto un profilo organizzativo – sorprendenti.

Si consideri, infatti, che – da dati ufficiale e forniti dal Presidente di questa Sezione con la propria “Relazione sull’amministrazione della giustizia per l’anno 2014”- all’1.7.2011 le pendenze ammontavano a 124.304 cause, con una sopravvenienza di 10.240 procedimenti, mentre al 31.03.2014 pendevano n. 71.051 + 5.861 provenienti dalla Sezione Lavoro del Tribunale soppresso di Lucera, per complessivi76.912 procedimenti.



Probabilmente corro il rischio di essermi dilungato troppo su numeri che sono propri e, forse, esclusivi dell’Ufficio in cui opero e che potrebbero quindi, risultare anche di scarso interesse rispetto ai temi che qui stiamo trattando; tuttavia, proprio a fronte dei dati relativi alle pendenze ed ai risultati mi pongo spesso due domande.

La prima è più legata alla gestione interna dell’Ufficio e riguarda i timori ed i dubbi che in questa esigenza di razionalizzazione sia elevatissimo il rischio di non riuscire a garantire “una giusta giustizia” dovendosi puntare a realizzare con priorità “una efficiente giustizia” che tuttavia può mietere quelle che potremmo definire le vittime della serialità. L'approccio quantitativo sacrifica ovviamente le unicità delle situazioni specifiche e possono di fatto venire compromessi diritti di cittadini che invece possono sperare ed attendere risposte e soluzioni ancora soltanto dal sistema giudiziario.

Una tale prospettiva deve essere tuttavia rimodulata. Sarebbe forse il caso che si iniziasse ad associare il concetto di organizzazione a quello di garanzia dei diritti e non più soltanto al numero di provvedimenti depositati o, più in generale, alla produttività dell’Ufficio. Organizzazione, funzionalità della struttura giudiziaria e tutela dei diritti sono concetti invece strutturalmente legati, in una logica di reciproca funzionalità. La celerità della decisione, l'essenzialità motivazionale e la riduzione delle formalità possono assicurare una tutela reale, attuale, efficace; ma tutto ciò, a patto che vi sia una vera concorrenza tra forma e sostanza, che l'organizzazione non si esaurisca in se stessa.

Ce lo diciamo tante volte che non dobbiamo essere associati ad un servizio Bancomat, ma poi finiamo un po’ tutti e sempre in quella logica del “Yes, we can” che piace tanto ai nostri Legislatori e che, talora, per seguire la ratio legis di provvedimenti normativi dettati da esigenze del momento, di logiche contingenti ed eccezionali ci allontana dal dettato costituzionale.

In questo senso, leggo ed interpreto negativamente il venire meno della gratuità del processo del lavoro, le modifiche sempre più a carattere punitivo del regime delle spese di giudizio, il folle sistema delle doppie decadenze, unico – credo - nell’intero sistema civilistico ed applicato proprio al principale tipo di controversie giuslavoristiche relative alla materia dei licenziamenti.

Infine, un cenno particolare va dato a quella schizzofrenica esigenza legislativa di riformare di continuo le tutele del lavoro ed, in particolare modo, quelle c.d. “in uscita” (dalla Riforma c.d. Fornero al Job Act), con una tendenza esasperata alla monetizzazione del posto di lavoro, senza più distinguere tra le varie professionalità -ad esempio quella di un dirigente e quella di un operaio – ma sostenendo che la flessibilità sia un concetto unico, universalmente attuabile e con esclusivi vantaggi per tutti.

Un'altra peculiarità che rilevo, almeno nel settore del diritto del lavoro, è una accentuata tendenza a trasfondere nel rapporto tra Pubblica amministrazione e cittadino quel rapporto di conflittualità tradizionale tra datore di lavoro e dipendente, con una preoccupante inversione di metodo da parte della giurisprudenza, disposta sempre più frequentemente a giustificare e a non sanzionare abusi da parte dello Stato in un’ottica di salvaguardia delle relative “ragioni di spesa pubblica”.

E’ ormai chiara la visione ideologica che sta alla base di tutte queste riforme; si potrebbe definire come logica del prendere o lasciare, secondo cui “se vuoi lavorare, devi rinunciare ad alcuni diritti e, se non lo fai, resti a casa, poichè ne troveremo degli altri disposti a fare quello che tu rifiuti di fare”, oppure, come quella usata da Marchionne per convincere gli impiegati di Pomigliano a votare sì al referendum aziendale del 2010 (quello in cui si votava per un lieve aumento in busta paga a fronte della rinuncia al diritto alla pausa e, soprattutto, della la compressione del diritto di sciopero in relazione alcune materie), la logica delnon ci sono alternative”.

Dobbiamo, quindi, riappropriarci del vero senso di fare il giudice, quello previsto nella Carta costituzionale, avendo ovviamente come principali linee guida della nostra attività quello di garantire un servizio efficiente e veloce nonché l’applicazione puntuale delle leggi ordinarie, ma misurando e verificando sempre la loro congruità ai principi del nostro Ordinamento, applicando sempre un rigoroso controllo dubitativo per non finire ad essere dei meri esecutori di scelte politiche transitorie e spesso del tutto slegate dall’intero sistema costituzionale e codicistico (in questo senso, la Riforma Fornero, sebbene abbia ulteriori aspetti positivi che vanno riconosciuti, è un chiaro esempio di totale assenza di coordinamento con le regole generali del processo).

Se non tuteliamo l'essenza funzionale del nostro ruolo, prima o poi ci diranno che il Giudice non ci deve più “metter becco” nelle decisioni dell'imprenditore… ah no, scusate, ce l’hanno già detto!!



La seconda domanda che mi pongo frequentemente nella quotidianità dell’attività, invece, attiene alle scelte organizzative operate a livello nazionale, anche dalla magistratura. Come è possibile che un Tribunale con i numeri sopra indicati – ed immagino che ve ne siano degli altri in analoghe situazioni in giro per l’Italia – sia del tutto o quasi dimenticato quando si tratta di pianificare una distribuzione dei posti in pianta organica dove far operare i colleghi? Certo, un problema è sicuramente dato dalla mancata assunzione, ormai fisiologica, di almeno altri mille magistrati che sicuramente consentirebbero di risolvere parzialmente tali problemi.

Ma – ricorrendo e celandosi dietro al concetto di scarsità delle risorse – non è che forse anche a livello interno alla magistratura c’è una chiara ed evidente volontà di marcare il territorio tra “centro” e “provincia”?

Purtroppo, la risposta che mi dò è positiva e ciò conduce inevitabilmente - almeno per chi sta in “provincia”- alla formazione di una giustizia di serie A ed una di serie B.

In questo giudizio, c’è chiaramente anche una valutazione soggettiva di tipo professionale che si esplica nel “rammarico” di non potere mai approfondire con serenità una questione giuridica, ma doversi troppo spesso arrestare alla superficie di alcuni problemi per mancanza di tempo e di strumenti; tuttavia, quello che nel mio caso rammarica seriamente è la maggiore difficoltà dei cittadini di “provincia” di ottenere una giustizia “efficiente” ed allo stesso tempo “giusta”.

Da questo punto di vista, mi farebbe piacere che si discutesse con maggiore lealtà e visione d’insieme di una equa distribuzione delle forze sul territorio, senza bloccarsi sempre a vari distinguo, di fatto legati a localismi e sensi di appartenenza prevalente all’Ufficio nel quale si opera. Si potrebbe ragionare di piante organiche e tabelle flessibili, da individuare mediante programmi di definizione legati ad una precisa tempistica. Se un Ufficio ha un numero esorbitante di controversie radicatesi in una precisa fase patologica, ma raggiunta una situazione fisiologica non richiederebbe l’impiego di molti magistrati, allora il Presidente di quell’Ufficio dovrebbe poter indicare i tempi e le modalità di trattazione dei quel contenzioso “patologico”; dovrebbe poter ottenere, per il tempo di realizzazione dell'obiettivo programmato, la disponibilità di un adeguato numero di magistrati, da “liberare” non appena si esaurisce quella esigenza.

Ciò consentirebbe di garantire un buon servizio ed eliminerebbe altresì quegli alibi, che pur ci sono in alcuni colleghi, di non potere fare nulla o bene il proprio mestiere perché ci sono troppi fascicoli.

Concludendo, ritengo che –come spesso si dice- stiamo davvero attraversando una fase di incertezza socio-economica tra le più gravi per il Paese dal Dopoguerra in poi, incertezza che necessariamente si riversa anche nelle nostre decisioni e prima ancora nel modo di intendere la figura del giudice. In questo contesto la figura del giudice del lavoro è messa a dura prova in quanto operatore di emergenza strettamente coinvolto dai mutamenti economici dell’ambito territoriale nel quale lavora.

Si può, anzi, si deve decidere come svolgere la propria attività: se come tutore di un’Economia e di uno Stato senza guida certa, ponendo prevalenza ai suoi fragili equilibri economici mantenuti anche sul filo degli abusi, ovvero se come baluardo indipendente di uno Stato di diritto, evitando di subire condizionamento, più o meno latente, dalle conseguenze cui eventualmente dovrebbe porre rimedio la Politica, invece sempre più latitante.

In questo senso, allora lo sforzo che ritengo che dobbiamo continuare a perseguire è quello di rimanere interpreti meticolosi dei fatti oggetto di conflitto, attenti alle vicende ed alle vite, applicando la legge per quanto compatibile con i principi dell’Ordinamento e la Costituzione, garantendo soltanto in tal modo la vera salvaguardia dello Stato-Comunità.

 

15/06/2015
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