Magistratura democratica
Magistratura e società

Commento alla Relazione al Parlamento 2020 del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale

di Riccardo De Vito
presidente di Magistratura democratica

Presentata il 26 giugno la Relazione al Parlamento 2020 del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. Il commento del Presidente di Magistratura democratica

Perché pubblicare anche su questa Rivista la Relazione al Parlamento 2020 del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale? 

Mi sentirei di avanzare almeno due motivi. 

Il primo è indubbiamente collegato all’esigenza di moltiplicare le occasioni di diffusione di un testo davvero prezioso per chi, nelle aule di giustizia e nelle prigioni, si trova a dover "maneggiare con cura" quei beni fragili che sono la libertà personale e la dignità degli esseri umani. 

Il secondo, forse il più importante, è collegato al proposito esplicito di sposare il metodo empirico, critico e dialettico che permea tutta la relazione. È raro trovarsi di fronte a un testo che, nel riaffermare sacrosanti principi costituzionali e convenzionali, è capace allo stesso tempo di interrogare i fatti, di investigare le norme e le decisioni giudiziarie – anche quelle più trascurate dal ceto dei giuristi –, di mischiare con profitto codici, vocabolari e culture e di scandagliare, attraverso uno sguardo inquieto, le contraddizioni delle istituzioni totali. 

Le certezze che possiamo trarre dalla lettura non sono mai il portato di una visione ideologica delle cose, interessata a realizzarsi nella propria purezza, ma di un sapere nato dall’esperienza, dunque credibile e documentato. 

Per avere immediata percezione di questa conclusione è sufficiente soffermarsi sulla lettura del paragrafo intitolato “Nel corso di un anno”. Si tratta di un calendario che, da marzo 2019 sino a maggio 2020, mette assieme la Storia e le storie: accanto al decesso di Mubarak possiamo leggere della morte di quaranta persone annegate al largo delle coste libiche il 27 agosto 2019; possiamo scorrere la vita istituzionale e legislativa di questo Paese, dall’approvazione dei decreti sicurezza sino all’avvento del Conte-bis, e scoprire i riflessi di questa "cronaca di palazzo" sulla vita delle persone, a iniziare da quelle a bordo delle navi delle Ong. 

Scorgiamo, soprattutto, le consistenti e differenziate attività del Garante, anche quale meccanismo nazionale indipendente (NPM): dalle visite ai luoghi di privazione di libertà (carcere e luoghi di polizia, Centri per il rimpatrio e Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), ai monitoraggi dei rimpatri, dai rapporti e le raccomandazioni agli incontri e ai dialoghi con altre istituzioni. È da questo patrimonio empirico di un anno che scaturisce la ricchezza di approfondimenti contenuti nella Relazione. 

Si tratta, come noto, di un anno vissuto pericolosamente. Covid-19 ha fatto irruzione nella società e nel carcere. È significativa la descrizione che l’introduzione della Relazione fa di questa irruzione, paragonata alla «sfera che irrompe tra i suonatori nel finale del film Prova d’Orchestra di Federico Fellini». Forse non è un caso che, a cento anni dalla nascita del regista, la Relazione lo citi, e lo faccia, peraltro, andando a pescare uno dei film più discussi – Prova d’Orchestra (1978) –, ma con un valore di denuncia e simbolico in riferimento alle istituzioni totali. Mi tornano subito alla mente, in proposito, le parole con cui Carlo Ginzburg, in una lettera a Fellini del 12 marzo 1979, descriveva la contraddizione che riteneva essere il lievito di quel film: «Esprime un’idea a mio parere preziosa e indispensabile accanto a quella della vita umana associata – un’idea di profonda asocialità per cui il prossimo è visto contemporaneamente con passione e repulsione. Ogni individuo ha la sua ricchezza irripetibile, e il risultato è spesso una spaventosa coabitazione coatta».

Sono frasi, queste, che contengono gli interrogativi fondamentali sulla penalità penitenziaria e sull’esecuzione della pena. Dobbiamo rassegnarci a un sistema che passa sopra il nucleo di ‘ricchezza irripetibile’ della persona, per far suonare a tutti gli uomini-strumenti la litanìa egemonica di una rieducazione intesa come raddrizzamento del legno storto, oppure possiamo adeguare la realtà di fatto alla Costituzione, e pensare a un insieme di pratiche e culture tese a valorizzare la personalità singola, ma responsabile e relazionale, dei condannati?

Sono domande alle quali si può provare a dare risposta dopo aver letto la parte di riflessione della Relazione, quest’anno dedicato alle "soggettività".

Dopo le riflessioni di autorevoli osservatori esterni, ci imbattiamo nelle attribuzioni che al sostantivo "persona" vengono associate dalla materialità delle proprie condizioni o dai processi di istituzionalizzazione dei luoghi monitorati dal Garante: minore, vecchia, straniera, vulnerabile, disabile, migrante, colpevole, reclusa, malata, tutelata, espulsa, impaurita, bloccata, anonima.

Subito dopo, in un gioco di specchi assunto come premessa metodologica, scopriamo le possibili identità «date alla persona dal suo dover agire per limitare o per prendersi cura della libertà di altre persone». Ed ecco comparire sulla scena la persona che osserva, che prende in carico, che assicura, che tutela, che fa da ponte e, naturalmente, che giudica.

Compito difficile quest’ultimo, lo sappiamo bene. Ma sono documenti come questa Relazione a far venire allo scoperto i nervi sensibili, a inchiodare a scelte, ad accendere la luce sulla falsa neutralità del formalismo giuridico.

È anche compito del giudice, infatti, capire che uso fare di tutte quelle aggettivazioni delle persone con le quali entra in contatto. Se utilizzarle come etichette per adeguare gli uomini alle cornici legislative o se provare a sollevare le "maschere", far emergere i bisogni materiali e di relazioni e trasformarli in diritti.

Qui si colloca la delicatezza dello sforzo del magistrato di sorveglianza – più in generale del giudice – che mai deve muovere dall’etichettamento dell’opinione pubblica, di uno show televisivo, della politica e che, al contrario, sempre deve garantire la possibilità dinamica di ogni persona condannata di formarsi un nuovo bagaglio di diritti, opportunità, relazioni.

Non resta dunque che augurare buona lettura, ma non senza prima aver ringraziato l’autorità del Garante per il suo compito e per come lo svolge. Conviene farlo con le parole di Domenico Sartori, uno dei protagonisti (persona? personaggio?) di Prima di noi, epopea familiare di Giorgio Fontana: «Eppure lo intuiva che si trattava di un compito importantissimo, stare di fianco agli ultimi e agli ultimi fra di essi, quelli cui nemmeno i santi vogliono tendere una mano».

 

La Relazione al Parlamento 2020 del Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale può essere consultata e scaricata qui:

Parte prima (pp. 1-207)

Parte seconda (pp. 208-408)

 

29/06/2020
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