Magistratura democratica
Magistratura e società

Giustizia e bambini, rami e radici *

di Daniela Piana
professoressa ordinaria di scienza politica nell'Università di Bologna

Riflessioni sui metodi e linguaggi di una qualità della giustizia evolutiva, a partire da tre recenti pubblicazioni 

Ciò che hanno da dire passa da una strada che non è necessariamente fatta di parole, spesso non di parole scritte (non le sanno scrivere ancora, talvolta). Ciò che hanno da dire non passa nemmeno da gesti formalizzati, ossia standardizzati dentro a forme “formanti” che siano chiaramente sommate le une alle altre, per fare un tutto uno. I bambini sono uno. L’“uno” lo portano di dentro. Anche se spesso non ce lo saprebbero dire. Ma lo sanno. Da qualche parte. In modo così fermo e certo che sono in grado di riconoscere al volo un gesto sincero, una voce dal tono accogliente, un ambiente dove sentirsi al sicuro. Mancano di una proiezione strategica sul futuro, le azioni non hanno un significato in quanto foriere di positività o negatività future. Ma hanno una fervida, vivida, ineludibile esperienza del presente. Così forte, così fervida, che attraverso il “solo” presente imparano a parlare, a camminare, ad andare in bici e ad interagire con l’altro, un altro di una altra modalità di vivere, un’altra lingua, un’altra storia, un’altra traiettoria, un’altra famiglia. Mai elaborano giudizi. Magari sorpresa, fors’anche meraviglia. 

Questi sono i bambini. Durante gli ultimi due anni ne abbiamo ripreso a parlare in modo altamente mediatizzato. E ne abbiamo ben donde. Sono quelli che avendo meno detto, meno espresso, meno verbalizzato, protestato, hanno certamente più assorbito l’impatto sottile di tutte quelle dirompenti nuove regole e nuove parole che dal marzo 2020 ci siamo trovati a dovere accogliere nella nostra quotidianità. Cosa c’entra tutto questo con la giustizia? 

C’entra eccome. C’entra perché la giustizia non è soltanto la risposta del giudice ad un problema, non è nemmeno soltanto la definizione, per quanto necessaria e vitale, di forme dell’agire sociale attraverso categorie che sono quelle del linguaggio giuridico. Certo la giustizia è questo. Ma in modo più fondativo essa ha a che vedere con la sacralità e con la pace sociale. E i bambini, la capacità e la forza di conservare, ripristinare, pensare, la pace sociale bisogna proprio che la ricevano in dotazione da chi è arrivato prima di loro. Perché solo attraverso quella eredità saranno messi nelle condizioni di potere condurre – timonieri in oceano aperto – la loro vita verso quello che passo, passo vorranno farne. 

C’è un gran parlare di resilienza e di mondo nuovo, e di rilancio e di rinascita. Non ci sono dubbi. Quello che facciamo oggi significherà mondo nuovo per i bambini, sarà la rinascita per loro. Noi non lo sappiamo adesso quali sono i conflitti di lavoro, i problemi di impresa, i conflitti di famiglia, le tensioni fra le norme e i loro diritti che si manifesteranno nel futuro. Non lo possiamo proprio prevedere. E al contempo dobbiamo uscire dalla trappola di potere decidere noi ora quali saranno i loro destini e quindi i loro bisogni domani e dopo domani. Dunque, che fare? 

Ascoltare, ma visto che i bambini non parlano tanto con le parole, più dicono con i fatti, più che ascoltare sarà necessario osservare. E forse farli esprimere nelle modalità che sono le loro. Il gioco, la creatività, la fantasia. Cose inutili? Affatto. Senza prezzo? E per fortuna. Abbiamo bisogno di immaginare che nelle nostre politiche pubbliche di qualità della giustizia vi sia una visione della giustizia sensibile ai bambini, per quelle che sono adesso le loro radici e per quelle che saranno in futuro le loro ali. 

Trasversalmente alle culture e ai paesi è facile riconoscere un filo rosso che accomuna le azioni collettive di natura istituzionale aventi come ambito quello della qualità della giustizia: si tratta della centralità riconosciuta alla persona. Una persona che si declina in modo universale e che al contempo assume connotazioni specifiche – quindi salienti per l’organizzazione dei servizi legali e della giustizia – riguardanti soprattutto reddito, istruzione, ruolo economico e sociale, posizionamento geografico, storicità del rapporto con le istituzioni giudiziarie – siano esse civili o penali. Più di rado la riflessione sulla giustizia e sulle qualità che siamo pronti ad accettare come dirimenti per asserire che “sì, questo un sistema di giustizia di qualità” attengono alla traiettoria di vita dei minori. Non che non vi sia una letteratura sulla giustizia minorile. Al contrario. Essa esiste ed è amplissima. Nemmeno potremmo dire che non vi sia una attenzione tecnica alla questione dell’interfaccia fra diritto e famiglia. A guardare in via comparata a quello che i paesi, per i loro diversi ordinamenti, hanno portato avanti, troviamo che il tema del rapporto fra giurisdizione e infanzia si incunea al centro di un ampio e complesso intreccio di questioni processuali e di fattispecie di diritto sostanziale dove il bene del bambino è intrecciato in vario modo con: 

- La proiezione dell’equilibrio durevole interno alla famiglia ovvero all’esterno della famiglia quando questa non è valutata idonea alla cura e alla crescita del minore – fattispecie divorzile, affido, ecc. 

- La proiezione della integrazione dello sviluppo del minore nella società di accoglienza quando siamo dinnanzi a profili di immigrazione, ovvero di rifugiati, ovvero ancora di accoglienza a fronte di una cesura per via drammatica della vita del minore da quella della famiglia di origine di tipo alloglotto o di nazionalità diversa da quella del paese di arrivo dei migranti

- La presa in carico della questione delle scelte che attengono alla salute e alla tutela universale del minore, in particolare in contesti di malattia ovvero di fragilità di carattere acuto o cronico

In tutte queste situazioni il tema della tutela del bene del bambino viene ad essere il diritto soggettivo che l’ordinamento prende in carico. Molto meno evidente e comunque molto meno trattata nella letteratura internazionale è la questione di come il bambino e il minore vede, vive, percepisce e in ultima istanza contribuisce alla qualità della giustizia. 

Ci pare che un inquadramento preliminare sia necessario, sul piano analitico. Innanzitutto, il rapporto fra giustizia e infanzia deve essere pensato come un rapporto diacronico, soggetto a forme di trasformazione che hanno a che vedere da un lato con la crescita della o del titolare dei diritti e dall’altro lato con la trasformazione del sistema della giustizia. In secondo luogo ci pare che sia fondamentale prendere in considerazione il fatto che, per quanto siamo dinnanzi ad un soggetto i cui diritti sono tutelati attraverso la cura genitoriale o di chi ne fa le veci, resta che la fiducia e la consapevolezza del minore di trovarsi in una società regolata dal principio del primato della regola del diritto è fondamentale per potere fondare e rendere durevole la partecipazione e l’impegno del soggetto minorenne alla persistenza e allo sviluppo di una società fondata sulla legalità di cui egli o ella faccia attivamente parte. Infine va considerato il fatto che, proprio in relazione alla interazione fra bambino e società, sia la famiglia sia la scuola sia tutte le istituzioni che hanno ruoli e funzioni di carattere preminentemente formativo sono chiamate a contribuire ad una adeguata, durevole, chiara e responsabile costruzione di una cultura della legalità che passi proprio dalla persona del bambino messa al centro del sistema, invece che messa alla fine – come solo elemento target di impatto della qualità del sistema. 

Quali le dimensioni di questo metodo di inquadrare la interazione fra bambini e giustizia? Il primo ci pare riguardi il linguaggio. Esprimere con parole proprie corrette riconosciute e riconoscibili è un traguardo fondamentale. Permetterà al bambino di sentirsi protagonista capace di un dialogo che attiene innanzitutto al suo rapporto con le regole e con la modalità con cui le regole sono definite per potere poi essere rinforzate o ripristinate. Il secondo aspetto ha a che vedere con l’identità. Essere prima di ogni cosa un soggetto portatore di diritti deve essere oggetto di riconoscimento e di consapevolezza insieme al fatto che gli altri pari – i coetanei – lo sono altrettanto. Solo in questo modo si potrà cognitivamente strutturare la fondamentale capacità dei bambini di vedersi pari ed eguali anche nelle diversità. Infine, un elemento cruciale è quello del gioco. Il gioco metafora che aiuta a visualizzare le regole nella interazione con gli altri mettendo in moto le energie che hanno a che vedere con la empatia, con la vita emotiva, con la partecipazione. 

Parola, gioco, identità. Ingredienti fondamentali. 

 

Tre pubblicazioni che segnano una rotta

Il 2021 è stato un anno in cui si è molto parlato di bambini e di diritti dell’infanzia. Lo si è fatto ai livelli più alti delle istituzioni internazionali. Il 10 di novembre, la Global Education Coalition[1], che vede la rappresentanza di più di quaranta Stati e riunisce espressioni delle istituzioni formative di ogni parte del mondo, ha adottato la Dichiarazione di Parigi[2] avente come punto focale l’impegno sull’investimento in materia di formazione per l’infanzia, soprattutto a fronte della dirompente esperienza derivata dalle misure di reazione alla pandemia che hanno messo sotto pressione e in molti contesti hanno reso altamente incerte le erogazioni di servizi all’infanzia e di servizi di scolarizzazione. 

Certamente l’ancoraggio strategico all’obiettivo numero quattro dell’agenda 2030 del SDG, ossia al perseguimento di una istruzione accessibile a tutti e assicurata nella sua più alta qualità anche nelle aree del mondo che soffrono di barriere di accesso ai servizi e agli spazi formativi, costituisce un elemento di legittimazione politico-istituzionale di lungo periodo. Vi è di più. Sempre nel contesto delle azioni UNESCO rileva notare come a partire dal 2019 le due linee di azione strutturanti le attività in materia da un lato di istruzione e formazione (education) e dall’altro lato di cultura (culture and cultural heritage) si siano avvicinate sotto l’egida di un endorsement chiaro da parte dei vertici istituzionali proiettato verso la promozione di una idea di cultura che sia capace di “nutrire” ossia fornire contenuti e ancoraggi significativi nei contesti di vita alle categorie del pensiero che vengono trasmesse attraverso la formazione e l’istruzione su un piano più universale e standardizzato. All’interno di questo perimetro il ruolo della “education 4 justice” (una iniziativa lanciata dall’UNODC in relazione alla Doha agenda)[3] trova una sua riqualificazione che è anche – e soprattutto – un rilancio. Fra cultura e formazione occorre che vi sia un dialogo. Tale dialogo è necessario anche alla crescita di una cultura del primato delle regole, sia in una prospettiva universalistica sia in una prospettiva ancorata ai territori e ai contesti di vita.

Dinnanzi alla pluralità delle forme del vivere comune e delle modalità con cui le persone, nelle loro diverse culture, costruiscono, seguono, interpretano e cambiano le regole, lo “spazio” entro cui queste attività di dispiegano, i “linguaggi” con cui queste attività si esplicano e i “metodi” con cui queste attività si giustificano e sono razionalizzate divengono oggetto di studio necessariamente comparato ed interdisciplinare. Una piazza è uno spazio dove la legalità si vive, dove il linguaggio comportamentale manifesta tale vivere e dove il metodo di rinforzo delle regole da seguire per la convivenza nasce da un silente condividere. Una aula di giustizia è uno spazio dove la legalità prende forma processuale, dove il linguaggio con cui essa si manifesta si riflette nelle forme del diritto, dove il metodo di affermazione e di inveramento di tali forme è quello del giudizio. La periferia di una città può essere diventata nel tempo uno spazio dove la legalità si cerca nel costruire una identità o nel sanare linee di distanza con un centro di servizi pubblico o invece nella costruzione di un centro localmente significante di erogazione di servizi. Oppure essere diventata nel tempo lo spazio della rinascita. Una piattaforma Teams per le udienze è uno spazio in cui la legalità prende una forma processuale ma con un rito diverso da quello che si dispiega nel luogo materiale. L’orientamento normativo può essere molto semplicemente espresso come un riconoscimento del primato e della centralità della persona, nelle sue diverse modalità di esprimersi: da cittadino, da professionista, da componente di gruppi, associazioni, istituzioni, organizzazioni. La centralità della umanità nella sua cultura e nella sua capacità di pensare anche con categorie che si astraggono rispetto al “hic et nunc”. 

Come fare? Valorizzando davvero la ricchezza dei linguaggi a partire da quelli delle arti e delle forme di espressione cinematografica, teatrale, musicale. Valorizzando ciò che nel vivere comune non viene detto, ma fatto. Valorizzando il ruolo che i professionisti, architetti, avvocati, docenti, giuristi in genere, medici, psicologi, possono costruire, a partire dalla loro esperienza e dalla loro privilegiata posizione di interazione costante con la vita sociale ed economica, con il potenziale di crescita dei nostri giovani. 

In questo quadro sono da accogliere con estrema attenzione tre pubblicazioni che hanno come obiettivo primario quello di declinare in un linguaggio fruibile per i più piccoli concetti che sono “carichi” di significati normativi e che trovano il loro ancoraggio semantico e deontico nei regimi internazionali di tutela dell’infanzia e che accettano come premessa quella secondo cui il linguaggio influenza il nostro pensiero e il modo con cui si parla dei diritti deve diventare un modo contestualizzato nel vivere comune, nel vissuto. Le categorie del diritto divengono caratterizzate da un primato che non è solo una caratteristica formale, ma un modo di essere sostanziale quando sono parte integrante del repertorio lessicografico e semantico con cui le persone pensano il vivere collettivo, lo classificano, lo connotano, lo osservano e dunque lo valutano. Questo a partire dai primi anni della vita. 

Così il diritto alla vita raccontato nell’avventura di una giovane elefantessa che a fronte di un disastro ecologico si trova a non avere cibo e che viene salvata dalla pronta e corale risposta di animali che, diversi per specie, condividono il genus dell’essere vivente e dell’appartenenza alla vita, finisce per diventare una storia emblematica che si ricorda. Il giovane titolare di diritti ancor prima di apprendere che esiste la categoria della legalità apprende un plot e un concatenarsi di eventi, che sono legati ad un vissuto emotivo positivo, in quanto a lieto fine. Dietro alla storia che è quella del prototipo fiabesco, le due autrici – Angela Mazzia e Alessandra Tilli – inseriscono categorie cariche di significati normativi, le quali saranno apprese nella loro esemplificazione particolare, ma poi estese per analogia così come Adam Smith ci insegnava si apprende a sviluppare uno “spettatore imparziale”. Analogamente il secondo volume mette al centro l’importanza del dare un nome. Non si tratta di una postura epistemologica nominalistica, quanto di una prospettiva antropologica e sociologica di carattere relazionale. Avere un nome ci identifica nel mondo. La nostra persona è così legata ad un id che viene riconosciuto dai sistemi di carattere istituzionale. Diventiamo ipso facto destinatari di servizi e di risposte. Questo ha un significato in un mondo dove le relazioni sono tipizzate e standardizzate. Il delfino che non ha un nome non può essere ritrovato. È questo il dramma della storia che porta il bambino a comprendere – in modo fiabesco ma non meno partecipativo – che la parola può fare le cose e in questo caso può fare una id-entità. 

Le due pubblicazioni appartengono ad un progetto editoriale che prevede di dare voce attraverso piccoli libri con un percorso visivo-lessicale-tattile (gli apparati al testo di carattere tattile rendono il mondo del libro accessibile anche ai più piccoli) che conduce i giovanissimi lettori attraverso i diritti che vengono sanciti dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia. Quale è l’illuminante presupposto che troviamo in questa iniziativa? L’avere messo al centro della teoria sottesa la forza costruttiva della consapevolezza nella costruzione di un mondo fondato sul primato delle regole. Nessun sistema giuridico di per sé, senza cittadini che sappiano di quali diritti sono titolari e che vivano nella consapevolezza di quali sono i diritti che condividono con gli altri – eguali e diversi per traiettorie di vita – potrà mai da solo assicurare la tutela della effettività della giustizia. In fondo è questo il punto nodale. L’effettività. Una effettività oggettiva e una effettività trans-soggettiva, ossia attesa e non disattesa nella cultura diffusa della cittadinanza.  

La terza pubblicazione che deve essere qui richiamata per il pregio della idea che la ispira e per la delicatezza dei significanti – immagini e apparati al testo sono di vero pregio – è quella che riguarda la storia di Ciclaminia, ovvero la traversia di un mondo in cui, a causa di un brutto incantesimo, si perdono le parole della costituzione e il mondo viene gettato nel caos. Vi sono due idee originali che meritano essere sottolineate e messe in luce per tutto il valore euristico che esse hanno. La prima riguarda la centralità, ancora una volta, della parola per il radicamento della cultura delle regole e il rispetto del principio dello Stato di diritto. Senza le parole che con il loro significato denso di semantica giuridica e di ancoraggio al linguaggio naturale nessuna forma di tutela sarebbe possibile. Non che tali parole debbano essere sempre pronunciate. Ma occorre che ne sappiamo l’esistenza e che siamo consapevoli di condividerne l’importanza. Anche in via silente. In un tempo storico che assegna talvolta un rango minore alla qualità consapevole dell’uso del linguaggio naturale, l’importanza del nesso che intercorre fra valore della costituzione e storia delle parole è da trasmettere ai più piccoli in modo primario e inderogabile. Solo così li si metterà nelle condizioni di potere fare bene le cose con le parole giuste. E se ci sono cose che devono essere fatte bene questo sono proprio le relazioni regolate da regole impersonali con gli altri, chiunque essi possano essere. La seconda idea riguarda l’interazione che esiste fra la capacità di sapere identificare un diritto o una tutela con la persistenza di un mondo ordinato, precondizione a che ciascun individuo possa nella propria autonomia tracciare la propria strada di vita. Una capacità, questa, che va massimamente e prioritariamente costruita proprio nella fase dell’infanzia, quando le premesse di metodo – e quelle di linguaggio – sono da fissare una volta per tutte poiché con esse sarà possibile poi forgiare il futuro, su scala individuale e su scala collettiva. 

 

Verso un quadro analitico per la progettazione di politiche di qualità della giustizia di tipo evolutivo 

Riportare al centro del discorso internazionale e nazionale sulla legalità e sulla giustizia il bambino e la dimensione evolutiva dell’infanzia non ha un valore contingente. Si tratta piuttosto di riconoscere che mettere al centro i fondamenti evolutivi della qualità della giustizia costituisce una strada obbligata per assicurare la durevolezza e la resilienza di un sistema socio-giuridico dove il principio dello Stato di diritto è prima di ogni cosa un modo di vivere nel mondo. Se non lo so incardina nel pensiero e nel linguaggio dei più giovani non vi è modo di assicurarne la durevolezza nelle generazioni che verranno. 

Se si è trattato dei presupposti culturali e cognitivi della legalità per quanto attiene alle condizioni necessarie attinenti alla formazione delle nuove generazioni, non va trascurato l’aspetto interno al sistema giuridico e giudiziario, ossia le modalità con cui progettare e valutare la qualità di servizi e risposte di giustizia anche dal punto di vista dei minori. Le questioni in agenda sono molteplici e non è questa la sede appropriata per una loro esaustiva trattazione. Tuttavia, è possibile almeno tracciare per sommi capi quelle che ci appaiono le dimensioni di un quadro analitico sul quale le organizzazioni internazionali – a partire dall’OCSE – stanno già operando. La prima dimensione è di carattere sincronico, ovvero culturale/professionale. È opportuno potenziare il profilo delle professionalità e delle specializzazioni che intervengono nella giustizia in relazione all’ascolto dei e nella previsione di tutelare i diritti dei minori. Professionalità che devono comprendere anche quelle che hanno un significato per la vita reale che i minori conducono, con la diversità delle loro categorie linguistiche, modalità di relazionarsi, anche attraverso la dimensione del conflitto, della tensione, della distinzione rispetto a forme generazionalmente diverse e comunque percepite come lontane. Un nesso fra le istituzioni della formazione e quelle della giustizia dovrebbe essere in tal senso immaginato proiettando la dimensione culturale di tale quadro analitico in una prospettiva di carattere diacronico. Una valutazione in itinere del percorso di sviluppo della persona nei casi in cui il minore si interfaccia con il mondo della giustizia – sia essa civile – sia essa penale – appare necessaria. Una seconda dimensione è di carattere sincronico ed è di tipo strutturale e strategico. Spesso lo spazio della giustizia è per il minore uno spazio alieno ed alienante. Non le, o non gli appartiene, non ne è parte. Troppo presto per riflettere sulla giustizia con categorie tecniche, troppo tardi per farlo con categorie neutre. Come fare? Riteniamo che sia necessario un ripensamento degli spazi di giustizia tenendo conto della partecipazione e della espressione delle giovani generazioni che devono sentire di potere trovare in quegli spazi innanzitutto un potenziale di espressione di id-entità. Le tecnologie più recenti possono molto aiutare. Avviare i più giovani a forme di realtà aumentata che insegnino loro quale è il vissuto empatico di una interazione intermediata da istituti giuridici e processuali che non necessariamente saranno immediatamente comprensibili in toto con una razionalità riflessiva ma che potrebbero invece diventare in prima battura parti di una esperienza creativa positiva è un modo possibile, uno dei tanti che si possono immaginare. Altri strumenti di avvicinamento e di socializzazione dell’infanzia agli spazi della legalità e della giustizia possono passare attraverso le forme della teatralità e della musicalità, che possono trovare insieme agli adulti canoni di interazione intrisi di significati poi da scoprire piano piano nel tempo. Insomma, come le parole perdute di Ciclaminia che una volta trovate riportano gradualmente l’ordine e permettono poi di aprire i tesori entro cui si situano i grandi valori del vivere comune – così Angela Mazzia e Alessandra Tilli proiettano la fiaba verso un concreto metodo con cui dare ai più giovani le chiavi del futuro da costruire in modo regolato – analogamente il design di servizi, spazi, tempi e modi della giustizia può essere – se preso come una opportunità istituzionale – un luogo funzionale dove i sistemi di giustizia nazionali, scambiandosi esperienze di successo, possono trovare lo slancio per investire sull’architrave duratura e leggera al contempo della società di domani. 

 


 
[1] Home - Global Education Coalition (unesco.org). Nel meeting annuale della Unesco Global Education Coalition si è sottolineato come sia necessaria una sinergia fra tutti gli attori non solo in una ottica di resilienza, ma anche di invenzione di modi e modelli nuovi di formazione capaci di avere un effettivo impatto sulle generazioni future. Si veda Acting for recovery, resilience and reimagining education: the Global Education Coalition in action, disponibile on line Acting for recovery, resilience and reimagining education: the Global Education Coalition in action - UNESCO Digital Library.

[2] Si tratta di una dichiarazione tesa a rafforzare le capacità degli Stati e delle istituzioni del mondo formativo al fine di assicurare il raggiungimento dell’obiettivo n. 4 dell’Agenda 2030. Invest now for the recovery and the futures of education - Global Education Meeting, 10 November 2021 | Education within the 2030 Agenda for Sustainable Development (sdg4education2030.org).

[3] Education for Justice (unodc.org).

[*]

Queste pagine devono moltissimo al dialogo ininterrotto e in crescendo con le autrici Alessandra Tilli e Angela Mazzia, autrici de Il cucciolo senza nome, Eli ha tanta fame, Punti di Vista, 2021, e di Ciclaminia e il mistero della Costituzione violata, Progedit, 2021. Senza la ricchezza dell’esperienza di partecipazione alle attività di promozione della cultura della legalità coordinate da Lydia Ruprecht nel contesto dell’Unesco – E4J – nessuna delle idee qui espresse avrebbe potuto essere elaborata e arricchita di dimensioni comparate e inter-culturali.

02/02/2022
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