Magistratura democratica
Spilli

Il caso dell’Imam Shahin e il tema dell’antisemitismo

Gli spilli possono servire a molte cose.

A fissare una foto o un foglietto di appunti su di una bacheca.

A tenere provvisoriamente insieme due lembi di stoffa in attesa di un più duraturo rammendo.

A infliggere una piccola puntura, solo leggermente dolorosa, a qualcuno che forse l’ha meritata.

Lo spillo di oggi è dedicato ad una vicenda controversa: 

Il caso dell’Imam Shahin e il tema dell’antisemitismo

 

E’ possibile nutrire un profondo orrore per l’antisemitismo e per i massacri del 7 ottobre e provare eguale orrore e riprovazione per la carneficina di decine di migliaia di palestinesi inermi a Gaza? 

E’ consentito essere fieri avversari dei regimi teocratici e delle tante propaggini terroristiche dell’Islam politico fanatizzato e, al tempo stesso, rifiutare ogni guerra di religione ed ogni forma di repressione delle sensibilità e delle convinzioni dei credenti della religione islamica che vivono in mezzo a noi? 

Si può dissentire totalmente e condannare l’affermazione attribuita all’Imam Shahin secondo cui “quanto successo il 7 ottobre” non è atto di terrorismo ma di resistenza, senza trarne la conclusione che il suo autore merita per questo l’espulsione e il rimpatrio in Egitto (dove sarebbe imprigionato come oppositore del regime) benché sia completamente incensurato, titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo e residente in Italia dal 2004, con moglie e due figli minorenni? 

In altri termini è possibile adottare una sola misura, un solo razionale metro di giudizio nell’affrontare vicende controverse, senza cedere alla tentazione di adottare due pesi e due misure in ragione di simpatie politiche ed ideologiche? 

Noi siamo convinti che sia possibile superare le artificiose contrapposizioni costruite dalla cattiva politica, andare oltre gli inaccettabili aut aut, simili a quelli che abbiamo prima evocato e che imperversano nel dibattito pubblico del Paese, inquinandolo profondamente e mirando a suscitare discordie civili laddove sarebbe necessario unire il Paese su valori condivisi e su posizioni di tolleranza e di ragionevolezza. 

Quanto sta avvenendo nel dibattito pubblico sul tema dell’antisemitismo è però l’ennesima riprova che è in corso un avvelenamento dei pozzi. 

Per molti decenni nell’Italia repubblicana - dopo la vergogna delle leggi razziali volute dal regime fascista – i cittadini “normali” non hanno saputo, e comunque non si sono mai posti il problema, se il loro collega, il loro amico, la donna amata fossero o meno ebrei. 

E lo stesso avviene ora nei confronti dei concittadini ebrei, che vengono considerati e rispettati per quello che fanno e per quello che sono, esattamente come avviene per gli appartenenti a tutte le etnie o per i fedeli di diverse religioni. 

Sempre più spesso però l’antisemitismo viene strumentalmente evocato per stigmatizzare e squalificare ogni critica mossa al governo di Israele per la condotta tenuta nell’atroce vicenda di Gaza. 

E’ una confusione di piani che è impossibile accettare per rispetto della verità e della intelligenza. 

Ed è grave che a questa indebita e nociva commistione di piani concorrano molti esponenti politici, interessati a strumentalizzare politicamente la delicata questione dell’antisemitismo solo per sostenere senza remore la condotta dello Stato di Israele. 

E’ in questo solco che, a nostro avviso, si iscrivono le recenti dichiarazioni alla Camera di Giorgia Meloni: «È tempo di non ammettere più distinguo o reticenze nella condanna a ogni forma di antisemitismo, perché da lungo tempo si assiste a una inaccettabile sottovalutazione dell'antisemitismo di stampo islamista e di quello connesso alla volontà di cancellazione dello stato di Israele». Con l’aggiunta che le istituzioni devono proteggere la Repubblica dai rischi per la propria sicurezza, inclusi quelli derivanti dalle predicazioni violente di presunti imam come Shahin. Un compito – è stato detto - che spetta a tutte le istituzioni: "magistratura compresa". 

Forse è il caso di dire con chiarezza alla presidente Meloni che i magistrati italiani non hanno bisogno dei suoi richiami per tutelare i diritti di quanti viv0no nel nostro Paese e la sicurezza della collettività e che al tempo stesso continueranno ad agire e decidere secondo scienza e coscienza, non accettando i suoi moniti a muoversi secondo i desideri del governo. 

Per parte nostra ravvisiamo una prova di rigorosa attenzione ai fatti ed alle regole del diritto, (oltre che di serena estraneità alle polemiche politiche deteriori) nell’ordinanza con cui il giudice del riesame di Torino ha disposto la cessazione del trattenimento di Shahin Mohamed Mahamoud Ebrahim nel Centro di permanenza per i rimpatri sulla base di alcune lineari considerazioni. 

Primo: il procedimento penale relativo alle frasi pronunciate dall’Imam nella manifestazione del 9 ottobre 2025 è stato iscritto a modello 45 (fatti non costituenti notizia di reato) e immediatamente trasmesso in archivio dalla Procura della Repubblica di Torino perché «espressione di pensiero che non integra gli estremi di reato». 

Secondo: la mera presenza dell’Imam, senza alcuna condotta violenta, sulla tangenziale insieme ad altre numerose persone in occasione dei fatti relativi al blocco stradale del 17 maggio 2025 non può essere in alcun modo considerata indice di concreta ed attuale pericolosità sociale, idonea a giustificare un provvedimento di espulsione. 

Terzo: i contatti dell’Imam con soggetti indagati e condannati per apologia di terrorismo sono isolati e decisamente datati (una identificazione del 2012 e una conversazione tra soggetti terzi del 2018) e sono stati ampiamente spiegati e giustificati nel corso della convalida. 

Di qui la conclusione del giudice che non sussiste la pericolosità sociale «attuale» e «concreta» che costituisce il necessario presupposto dell’adozione di un provvedimento di espulsione e la conseguente liberazione della persona trattenuta. 

Ecco: in questa attenzione al caso concreto – di contro alle veementi generalizzazioni della cattiva politica – sta la grandezza e l’indispensabilità della giurisdizione in uno Stato democratico e la ragione per cui ai cittadini “serve” avere magistrati indipendenti dal potere politico. 

                QG

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