Magistratura democratica
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Dopo i fatti di Torino, il NO è ancora più necessario

di Luigi Marini
già magistrato e segretario generale della Corte di cassazione

Diciamo subito che la vicenda che ci occupa costituisce, per chi ha uno sguardo critico sul mondo, la migliore dimostrazione delle ragioni del NO al Referendum.

 

1. Ma iniziamo dai fatti

In estrema sintesi: il 31 gennaio scorso una manifestazione pacifica organizzata dopo la chiusura e lo sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino ha avuto un esito violento per l’entrata in scena di gruppi di persone travisate e ben attrezzate, che hanno abbandonato il percorso previsto e avviato azioni di “guerriglia urbana”, innescando la reazione delle forze di polizia. I fatti sono balzati alle cronache di tutti i mezzi d’informazione per l’aggressione che una decina di persone hanno rivolto a un agente di polizia, isolandolo e colpendolo ripetutamente e pesantemente, sottraendogli casco, scudo e maschera antigas; la violenza è cessata soltanto per l’intervento di un collega, che ha raggiunto l’agente, lo ha protetto e allontanato dal luogo dell’aggressione.

Nel contesto degli scontri, la polizia ha effettuato due arresti in flagranza e un arresto in flagranza differita, quest’ultimo proprio nei confronti di uno dei sospettati dell’aggressione all’agente.

Immediatamente dopo i fatti non si sono fatte attendere le accuse mosse agli organizzatori della manifestazione e la richiesta, anche dalla Presidente del Consiglio, di punizioni esemplari da parte della magistratura. Si è parlato perfino di tentato omicidio. Sferzante quella che potremmo definire la “sfida” alla magistratura a dimostrare da che parte sta. 

A queste reazioni si sono aggiunte le oramai consuete strumentalizzazioni diffuse sui mezzi di informazione e i social, giungendo a sostenere che chi voterà NO al referendum sta con i violenti, chi voterà SI sta con la Polizia e con lo Stato: pessima parafrasi di slogan in voga cinquanta anni fa. 

Il 4 febbraio, terminate le udienze di convalida e raccolte le conclusioni delle parti, la Giudice per le indagini preliminari di Torino ha emesso tre distinte ordinanze. Con la prima ha disposto gli arresti domiciliari dell’indagato e con le altre ha disposto la liberazione degli indagati, imponendo loro l’obbligo di presentarsi periodicamente alla polizia.

Immediate, ancor prima che le motivazioni dei provvedimenti fossero note, le reazioni veementi contro il magistrato e, ovviamente, l’intera magistratura. Qualcuno ha definito la giudice torinese, non si sa bene su quale base se non la demagogia, come “toga rossa”; ha poi preso forza il solito refrain: la polizia arresta, i magistrati scarcerano; come possiamo garantire la sicurezza con questi magistrati? votare SI è l’unico rimedio possibile, e così via.

 

2. Le ordinanze e due premesse

Le ordinanze sbugiardano tali affermazioni e ci dicono molto sul futuro. 

Due premesse: a) nessuno dei “violenti” organizzati, cioè i principali responsabili del caos, è stato arrestato; costoro sono arrivati in città, si sono organizzati e dopo gli scontri se ne sono andati senza essere fermati. Le tre persone arrestate non facevano parte di quei gruppi ed erano tutte a volto scoperto, con abiti riconoscibili e prive di scudi, caschi, oggetti pericolosi; b) solo uno degli arrestati è accusato di avere preso parte all’aggressione all’agente di polizia; gli altri due sono accusati di avere, in luoghi diversi, partecipato agli scontri, con lancio di oggetti contro le forze dell’ordine.

Una prima ordinanza riguarda ipotesi di reato di aggressione verso l’agente, di violenza e resistenza e di rapina delle cose sottratte con la forza all’agente stesso. L’indagato è stato arrestato poche ore dopo la fine delle violenze perché riconosciuto grazie agli abiti colorati che indossava, unico fra gli autori, tutti travisati, dell’aggressione. Secondo gli elementi portati dall’accusa, l’arrestato era uno degli aggressori, ma avrebbe agito in seconda fila e senza mai colpire direttamente la vittima. Al momento dell’arresto non sono stati trovati in suo possesso né armi o oggetti pericolosi, né attrezzature di protezione, né alcuno degli oggetti sottratti all’agente Calista. L’indagato è incensurato, ma ha tre precedenti segnalazioni di reato per reati minori, nessuna però collegata a gruppi organizzati o azioni violente.

Il provvedimento, ritenuto legittimo l’arresto in regime di “flagranza differita”, ritiene esistenti gravi indizi dei reati, esclusa la rapina, ed esistenti esigenze cautelari. Considerate quindi le modalità dell’azione, l’assenza di precedenti condanne e l’assenza di legami con gruppi organizzati, conclude che le esigenze cautelari possano essere soddisfatte dagli arresti presso il domicilio dei genitori, misura idonea a prevenire il ripetersi di condotte illegali.

Gli altri due arrestati sono accusati di violenza e resistenza in danno delle forze dell’ordine per avere, separatamente e in luoghi diversi, agito in prima linea con lancio di oggetti. Abbigliati in modo normale e non travisato, non sono stati trovati in possesso di armi o oggetti pericolosi, né di oggetti predisposti per contrastare gli agenti. Entrambi incensurati, mai segnalati, non risultano avere legami con gruppi organizzati, né avere provocato danni ad altri o alle cose. 

Le ordinanze, ritenuta l’esistenza di gravi indizi del reato contestato e considerate le modalità dell’azione (che denotano non programmazione e non camuffamento), le conseguenze subite (detenzione per alcuni giorni), l’assenza di precedenti azioni violente e legami con gruppi organizzati, concludono per la rimessione degli indagati in libertà, imponendo loro la misura dell’obbligo di presentazione alla polizia, quale memoria dell’accaduto e dell’esistenza di un procedimento penale che potrà sfociare in una condanna.  

 

3. Pane per i garantisti

Possiamo immaginare che i tanti garantisti che militano nella maggioranza politica e i tanti avvocati che sostengono la separazione delle carriere abbiano apprezzato le ordinanze. Si tratta di provvedimenti che rispettano i principi e le regole delle misure cautelari, che esaminano ogni condotta e ogni persona individualmente e che bilanciano attentamente le diverse esigenze, ancorando la compressione della libertà degli indagati alla misura minima necessaria a garantire la sicurezza di tutti, come è scritto nei codici. La scelta di convalidare gli arresti, perché legittimi, ma distaccarsi dalle richieste del pubblico ministero sulla carcerazione è frutto di autonoma e attenta ponderazione e merita il rispetto di tutti. Certamente dei tanti garantisti.

Lasciatemi aggiungere che oltre a essere pregevoli tecnicamente ed equilibrate le ordinanze sono coraggiose, esattamente come debbono essere sempre i provvedimenti dei giudici, a partire dalle decisioni in materia di libertà personale. Coraggiose, perché la giudice sapeva bene a cosa mirassero le aggressive e sprezzanti parole pronunciate subito dopo i fatti di Torino anche da esponenti politici di primo piano; così come sapeva cosa lo avrebbe atteso qualora avesse adottato le decisioni che intendeva adottare in piena libertà e coscienza; così come ben poteva rappresentarsi quali ricadute politiche e di sistema sarebbero state tratte da alcuni in tema di riforma costituzionale dalle sue ordinanze. 

Ma al magistrato non si attaglia l’opportunità politica come elemento di giudizio, né lo è il quieto vivere della scelta prudente e opportunista: logiche che attraversano altri ambienti e che vengono da questi impropriamente proiettati sull’operato dei magistrati. 

 

4. Una schizofrenia destinata a durare?

Fa pensare il fatto che non siano giunte dai garantisti chiare prese di posizione a sostegno del giudice così pesantemente attaccato. 

In primo luogo, sembra esservi nel mondo politico, e non solo nella maggioranza, un garantismo a due velocità. Certamente esso assume tinte forti nei reati economici e di pubblica amministrazione, con una riduzione dei reati previsti, con livelli di pena contenuti, con la compressione degli strumenti di indagine, con la previsione dell’interrogatorio preventivo, con l’invocazione della presunzione di innocenza (rectius non colpevolezza) a garanzia dell’onorabilità delle persone, da tutelare fino alla sentenza definitiva. Assai meno forti, addirittura assenti, le tinte garantiste per i reati come quelli di cui parliamo oggi: l’avvenuto arresto equivale a colpevolezza; alla magistratura non resta che confermare l’accusa e proseguire con la detenzione; la condanna è inevitabile e deve essere esemplare e la pena interamente scontata. Ogni dubbio va bandito, ogni discrezionalità del magistrato diventa abuso, ogni bilanciamento un tradimento delle “attese del popolo”.

Queste posizioni sono legittimo esercizio di scelte politiche, che potrebbero portare a breve alla discrezionalità dell’azione penale e alla sottrazione al PM della direzione della polizia giudiziaria, o frutto di una schizofrenia costituzionale? Sarà per rimediare a questa schizofrenia che si intende modificare gli articoli 104 e seguenti della Carta?

In secondo luogo, fanno molto pensare le parole del Prefetto Gabrielli, per decenni figura di vertice degli apparati di sicurezza e di polizia dello Stato e da qualche tempo e non casualmente aggredito verbalmente da rappresentanti della maggioranza politica. Le sue interviste di questi giorni offrono sul tema della sicurezza parole “democratiche”, che coniugano sicurezza e diritti, buon senso politico e senso del limite istituzionale. Parole pacate e serie che mostrano le parole altrui per quello che sono. Chi abbia seguito l’intervista che Gabrielli ha reso a Piazza Pulita e, poco dopo, l’intervista della stessa trasmissione a un esponente importante della maggioranza non avrà avuto difficoltà a percepire l’abisso culturale che separa il servizio fedele prestato allo Stato, cioè a tutti i cittadini, dall’idea partigiana di rappresentanza politica, fiera di guardare solo ai propri elettori, fino a colorarsi di toni e di parole violente, irridenti, insensibili alle ragioni altrui. Promessa di azioni coerenti.

 

5. E il referendum?

I provvedimenti della giudice torinese hanno aperto uno squarcio senza possibilità di errore su cosa ci attende se la giustizia verrà regolata e amministrata con logiche di parte e non come bene comune. 

Da molto tempo esponenti della maggioranza, e non solo, aggrediscono verbalmente i magistrati italiani e trasmettono ai cittadini il messaggio, devastante per una collettività, che costoro sono parziali nelle decisioni, scarsamente professionali, animati da logiche contrarie al bene della collettività. Oramai ogni decisione sgradita è “rossa” e, dunque, contraria ai doveri della decisione. Naturalmente questo non vale per i magistrati che, con altrettanta indipendenza, assumono decisioni che la maggioranza condivide. Il che significa che la bontà delle decisioni giudiziali non la misurano le sentenze e le loro motivazioni, ma le idee di chi governa. Inevitabile chiedersi se questo è compatibile con lo stato di diritto e con la democrazia liberale e “garantista” o non ci riporti a tempi e metodi che non vorremmo tornassero. Una domanda che per primi non dovrebbe sfuggire a coloro che il diritto lo studiano e lo praticano.

Ma se questa è la logica profonda che anima la riforma costituzionale, alla vittoria del SI seguirebbero leggi di attuazione e regole di funzionamento dei CSM e dell’Alta Corte di disciplina, così come regole del processo e un nuovo codice disciplinare, pensate per mettere in riga i magistrati che si ostinano a non capire come devono decidere. Possiamo fidarci a questo proposito di chi ricorre a mistificazioni per sostenere la propria campagna referendaria e diffonde un clima di sospetto e di rancore?

Le ordinanze della giudice torinese sono un segno di speranza per coloro che credono ancora in una giustizia libera, effettiva ed efficace verso tutti, anche verso chi non ci piace. Facciamo in modo che il giudice non debba essere “coraggioso”, ma solo sereno e professionale nel decidere.

09/02/2026
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