Il giurista e le macchine nell’epoca dell’intelligenza artificiale
1. Il tradizionale rapporto del giurista con la tecnologia / 2. La relazione con l’IA è più problematica / 3. Dovrà crescere il discernimento
1. Il tradizionale rapporto del giurista con la tecnologia
Il non facile compito di presentare questo ricchissimo numero della Trimestrale di Questione giustizia è interamente assolto dalla completa e puntuale introduzione della Curatrice, Giuliana Civinini, che, dopo aver orientato e coordinato la ricerca collettiva, nello scritto iniziale espone, con efficace sintesi, tutti i temi affrontati nel volume e il metodo seguito.
Chi scrive può perciò valersi della libertà che gli deriva dall’acume e dallo scrupolo della Curatrice per accennare – naturalmente, solo accennare – ad alcuni tratti, generalissimi, della nuova fase del processo di razionalizzazione e intellettualizzazione della vita sociale che si è aperta con l’ingresso in campo delle varie forme di intelligenza artificiale, e ai suoi riflessi sul lavoro dei giuristi.
Nella conferenza sul tema La scienza come professione, ormai risalente a oltre un secolo fa, Max Weber ragionava dell’incidenza pratica della razionalizzazione intellettualistica ad opera della scienza e della tecnica orientata scientificamente, sostenendo che tale processo non dava luogo a una maggiore conoscenza delle condizioni di vita dell’uomo del suo tempo.
«Chiunque di noi viaggi in tram», scriveva nel 1917, «non ha la minima idea – a meno che non sia un fisico di professione – di come esso fa a mettersi in movimento; e neppure ha bisogno di saperlo. Gli basta di poter “fare assegnamento” sul modo di comportarsi della vettura tramviaria, ed egli orienta il suo comportamento in base a esso; ma non sa nulla di come si faccia per costruire un tram capace di mettersi in moto. Il selvaggio ha una conoscenza incomparabilmente migliore dei propri utensili».
Da questa premessa, Weber traeva poi la conclusione che la crescente intellettualizzazione «non significa una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà», ma qualcosa di diverso, ovvero «la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forze misteriose ed imprevedibili, ma che si può invece in linea di principio dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa il disincantamento del mondo».
In questo contesto il giurista si trova perfettamente a suo agio, perché, pur ignorando gli aspetti più strettamente tecnici delle moltissime “macchine” che popolano il mondo moderno, ne conosce le regolarità di funzionamento; ed è su questa base che il legislatore e gli operatori del diritto – siano essi accademici, giudici o avvocati – possono stabilire il quadro di gestione e di responsabilità delle più svariate tecnologie e regolare le controversie connesse al loro uso.
Così il “disincantamento” del mondo ha segnato l’ingresso nell’epoca della razionalità sociale, connotata da un rapporto lineare, anche se non “ingenuo”, con le tecniche e le loro potenzialità.
2. La relazione con l’IA è più problematica
L’intelligenza artificiale, almeno in alcune delle sue più innovative applicazioni, rende molto più problematico il rapporto dell’uomo comune – e, conseguentemente, del giurista – con le macchine che la producono e la distribuiscono. Al punto da mettere in discussione, secondo alcuni studiosi, la fiducia nel «dominio di tutte le cose mediante un calcolo razionale» nutrita da Weber nel delineare il rapporto tra l’uomo e le tecnologie tradizionali.
Per avvicinarci alle ragioni di tale inedita problematicità, si può attingere all’incisiva sintesi contenuta nell’enciclica Magnifica humanitas[1] (§ 98), che pone l’accento su due tratti che caratterizzano i sistemi di intelligenza artificiale.
Il primo è che «qualsiasi affermazione sull’IA rischia di divenire obsoleta in breve tempo, data l’impressionante velocità di sviluppo di questi sistemi».
Il secondo, ancora più pregnante e per più versi decisivo, è che «tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento. Le moderne intelligenze artificiali sono infatti più “coltivate” che “costruite”; gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano una architettura sulla quale l’IA “cresce”».
Vi è, dunque, nelle forme più moderne ed avanzate dell’intelligenza artificiale un potenziale di autoevoluzione che, per effetto di dinamiche accelerate dello sviluppo tecnologico, rende difficile tanto la previsione quanto la gestione delle sue implicazioni.
Il riferimento è, naturalmente:
- al machine learning, fondato su algoritmi evolutivi capaci di "apprendere" i modelli dei dati di addestramento e di effettuare inferenze sui nuovi dati, assumendo decisioni e facendo previsioni senza necessità di ricevere istruzioni esplicite e codificate;
- al deep learning, supportato da grandi reti neurali artificiali, che non si basa sugli algoritmi esplicitamente definiti del machine learning tradizionale, ma su "reti" distribuite di operazioni matematiche che offrono elevatissime capacità di apprendere ed elaborare dati molto complessi.
Inoltre, a questi aspetti più strettamente “tecnici” – che attengono alle peculiari modalità di sviluppo e alle difficoltà di integrale controllo delle nuove tecnologie – si sommano quelli, non meno problematici, relativi alla proprietà e alla gestione delle imprese leader nel settore dell’IA: un ristretto oligopolio di aziende private che, per investimenti e profitti, sono più ricche ed economicamente potenti di un grande numero di Stati nazionali e che, al momento, appaiono scarsamente disposte a sottostare a incisivi controlli pubblici.
E però, a dispetto dei molti chiaroscuri del quadro che ci sta di fronte, l’estrema pervasività ormai raggiunta dai sistemi di IA in tutti gli ambiti della vita sociale ed economica, e la generale percezione della loro efficacia e insostituibilità, indicano con chiarezza a tutti – intellettuali, politici, tecnici di settore, comuni cittadini – che la direzione di marcia è ormai segnata e che c’è un itinerario da seguire.
3. Dovrà crescere il discernimento
Se il cammino sembra segnato, non è indifferente con quale viatico lo si affronta e con quale atteggiamento mentale si inizia un viaggio, che dovrà necessariamente essere accompagnato da una crescita delle conoscenze sui sistemi di intelligenza artificiale e del “discernimento” nel valutare le loro modalità di funzionamento e i loro molteplici effetti.
Per il giurista, questo non significherà solo mettersi in grado, come è ovvio, di controllare sulla base delle proprie conoscenze e della propria esperienza, la correttezza delle risposte fornite dall’IA e di smascherare le sempre possibili “allucinazioni” nelle quali incorrono le macchine. Obiettivi, questi, assolutamente imprescindibili, in quanto la responsabilità ultima delle posizioni assunte, delle strategie intraprese e delle decisioni adottate sarà sempre degli operatori giuridici, quale che sia il livello di utilizzo dell’intelligenza artificiale, nella sua versione “debole” o “forte”.
Occorrerà anche acquisire un certo grado di familiarità con i concetti chiave dell’intelligenza artificiale e con il funzionamento degli algoritmi, se non altro per essere capaci di comprendere le analisi svolte dagli specialisti che saranno chiamati a sviluppare tecniche di lettura critica della struttura e del funzionamento dei diversi sistemi di IA.
Più in generale, infine, i giuristi saranno chiamati ad affrontare il gran numero di questioni che nasceranno dall’impatto dell’IA nei più diversi settori della vita economica e sociale.
Si pensi all’incidenza sul lavoro, che si preannuncia profonda e densa di ripercussioni, come è già avvenuto per altre rivoluzioni del passato, quali la rivoluzione industriale e quella informatica.
Si pensi all’influenza sul mercato finanziario, nel quale gli algoritmi hanno assunto un peso rilevantissimo in molti ambiti, tra cui possono essere menzionati, a mero titolo esemplificativo, le previsioni sull’andamento dei titoli e gli automatismi di stop loss.
Ancora, si pensi all’impatto sul mondo dei trasporti, nel quale l’IA opera come necessario supporto dell’automatizzazione della guida di veicoli…
E l’elenco potrebbe continuare a lungo.
In conclusione: a fronte degli innumerevoli problemi posti dall’IA, i giuristi teorici e pratici sono attesi ad un lavoro di lunga lena, che reclama ricerche corali come quella intrapresa oggi da Questione giustizia e approfondimenti individuali che la Rivista è pronta ad ospitare.
Con la consapevolezza che si tratta di un piccolo, ma significativo tassello del più vasto mosaico di idee e di pensieri necessario per misurarsi con una delle più entusiasmanti e inquietanti avventure che lo spirito umano abbia mai intrapreso.
Luglio 2026
1. Leone XIV, Magnifica humanitas. Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2026 (www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html).