Magistratura democratica
Osservatorio internazionale

Un’America per pochi: la realtà che la Casa Bianca occulta

di Elisabetta Grande
professoressa ordinaria di diritto comparato, Università del Piemonte Orientale

1. L’evidenza negata 

Di fronte all’inaspettata e del tutto contingente ripresa dei posti di lavoro disponibili ad agosto, la Casa Bianca si affretta a presentarla come la prova che la politica economica di Trump stia funzionando. A completare il quadro arriva la recente dichiarazione del segretario al Tesoro Scott Bessent, secondo cui gli Stati Uniti si sarebbero finalmente lasciati alle spalle la crescente disuguaglianza che dagli anni ’80 caratterizza l’economia americana.

Sono affermazioni che raccontano una realtà capovolta. Come si vedrà, sotto il secondo Trump la situazione economica è tutt’altro che rassicurante, mentre la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi a danno dei molti continua a crescere. È proprio questa realtà che Casa Bianca e Tesoro sembrano oggi avere l’urgenza di negare, alimentando l’illusione di un ritorno all’America dei sogni promessa da Trump.

Per comprendere la portata della trasformazione in corso occorre tornare agli anni ’80. Dopo il “trentennio glorioso” 1945-1975, caratterizzato da una distribuzione più equilibrata del reddito e della ricchezza, il neoliberismo ha prodotto negli Stati Uniti non soltanto profonde disuguaglianze, ma un progressivo trasferimento di ricchezza dai molti ai pochi, a scapito soprattutto dei più deboli.

I dati della Federal Reserve sono eloquenti. Tra il 1989 e il 2026 la quota di ricchezza posseduta dal 50% più povero degli americani è scesa dal 3,5% al 2,5%, dopo aver toccato appena l’1,6% nel 2019. Nello stesso periodo, quella dell’1% più ricco è salita dall’8,6% (che era già ben più del doppio di quanto posseduto dalla metà più povera degli americani) al 14,5%. Ancora più impressionante è il dato relativo alle 400 famiglie più ricche: secondo le stime del National Bureau of Economic Research, la loro quota di ricchezza nazionale è passata dallo 0,9% del 1982 al 4,1% del 2025.

All’estremo opposto, la crescita della povertà ha alimentato un aumento dei senza fissa dimora, la cui consistenza reale è peraltro assai maggiore di quella registrata dalle statistiche ufficiali[1]. Negli ultimi decenni, insomma, due numeri sono cresciuti rapidamente negli Stati Uniti: quello dei miliardari e quello dei senzatetto.

È da qui che occorre partire per rispondere a tre domande: quali sono le cause della straordinaria concentrazione della ricchezza negli ultimi cinquant’anni? Perché, dopo la pandemia, la tendenza pare essersi brevemente invertita? E, poi, quali prospettive si aprono per il futuro?

 

2. Alle radici della disuguaglianza

Le ragioni del trasferimento di ricchezza dai molti ai pochi sono note. A partire dagli anni ’80, politiche di governo, legislative e giudiziarie hanno progressivamente favorito i più ricchi, ossia coloro che finanziano le campagne elettorali, asservendo a sé non solo chi governa e legifera ma da qualche tempo a questa parte financo chi giudica[2]. Le imposte sono così diventate più regressive, lo Stato sociale è stato smantellato e il capitale è stato sistematicamente avvantaggiato rispetto al lavoro. Si tratta di tre processi strettamente intrecciati: ridurre le tasse ai ricchi significa anche ridurre le risorse per il welfare, proprio mentre l’impoverimento del lavoro rende quella rete di protezione sociale sempre più necessaria.

Il punto di svolta è la presidenza di Ronald Reagan. Nei primi quattro anni la sua amministrazione portò l’aliquota marginale massima dal 70% al 28%, dopo che durante la presidenza Eisenhower aveva superato il 90%. Che cosa abbia significato questa trasformazione per i più ricchi lo ricordava già Warren Buffett, quando dichiarava di pagare meno tasse della propria segretaria. 

Gli studi di Saez e Zucman -di cui l’ultimo è quello per il NBER citato sopra- hanno successivamente documentato la natura regressiva del sistema fiscale americano. Le 400 famiglie più ricche, che oggi possiedono il 4,1% della ricchezza nazionale (ciò che misurato sul PIL nazionale significa il 20% dello stesso), sono soggette a un’aliquota effettiva inferiore a quella della popolazione nel suo complesso, che è perfino più bassa per le prime100 fra di esse. 

La ragione sta soprattutto nella diversa tassazione del lavoro e del capitale: mentre i redditi da lavoro sono sottoposti ad aliquote più elevate, il capital gain beneficia di un trattamento assai più favorevole. Proprio l’1% più ricco possiede, infatti, circa la metà dei capital gain, mentre il 10% più ricco ne controlla il 92%[3]. A ciò si aggiungono le riduzioni della corporate tax –le ultime effettuate durante la prima presidenza Trump- e i vantaggi fiscali riservati alle grandi imprese.

Parallelamente, dagli anni di Reagan in poi, lo stato sociale statunitense si è progressivamente trasformato da welfare in workfare. Anche l’amministrazione Biden ha contribuito a questa tendenza, ampliando con il Fiscal Responsibility Act del 2023 la platea degli obbligati a lavorare per poter beneficiare dei sussidi alimentari[4]. Dai tagli agli aiuti alle mamme single a quelli per i sussidi per la casa, il venir meno dello stato sociale ha così colpito duro chi pur lavorando, magari perfino 50 o 60 ore la settimana, non è più riuscito a sostentare né se stesso né tantomeno la propria famiglia[5].

È infatti il lavoro ad avere subito una delle trasformazioni più profonde. A partire dalla fine degli anni ’70, la delocalizzazione dell’industria manifatturiera e la minaccia di trasferire la produzione all’estero hanno indebolito il potere contrattuale dei lavoratori e la sindacalizzazione. Milioni di persone sono così confluite in un terziario povero e precario, caratterizzato da orari imprevedibili, pochi benefit, part-time involontario e diffusione della gig economy. Come osserva Brian Goldstone, per molti americani il problema non è la mancanza di lavoro, quanto l’averne uno che non garantisce abbastanza ore, reddito e stabilità per riuscire a sopravvivere[6].

Il diritto del lavoro ha, infatti, progressivamente abbandonato la funzione protettiva che aveva assunto con il New Deal. Il salario minimo federale è fermo da anni a 7,25 dollari l’ora — con un minimo ancora più basso per i lavoratori, quali i camerieri, che ricevono mance — mentre clausole contrattuali, come le non-compete clauses, limitano la possibilità dei lavoratori di cambiare datore quando il mercato offrirebbe loro salari migliori[7].

Non sorprende, dunque, che circa il 60% degli americani viva paycheck to paycheck (ossia arrivino a stento alla fine del mese con il loro salario) e che milioni di lavoratori guadagnino meno di quanto sarebbe loro necessario per soddisfare le esigenze di vita più basilari. Nel 2022, a fronte di quasi 52 milioni di lavoratori che guadagnavano meno di 15 dollari l’ora, il salario necessario per permettersi un modesto appartamento con due camere da letto era in media di 32,11 dollari l’ora[8]. Ancora nel 2024, secondo Dayforce e Living Wage Institute, circa il 44% dei lavoratori americani a tempo pieno non guadagnava abbastanza per coprire le necessità di base della propria famiglia, considerando un nucleo familiare con due redditi e due figli[9].

 

3. Il temporaneo riscatto del lavoro

I numeri della disuguaglianza dei redditi sono impietosi. Tra il 1979 e il 2019, secondo una ricerca del Congresso statunitense, i salari dei lavoratori maschi al 10° e al 50° percentile sono diminuiti rispettivamente del 7% e del 3%, mentre i redditi da lavoro dei lavoratori senza diploma universitario sono scesi fino all’11,1%[10]. Nello stesso periodo, i redditi dei manager delle grandi corporation sono aumentati mediamente di circa il 1000%[11].

La pandemia introduce però una breve, inattesa inversione di tendenza. Gli aiuti economici e i sussidi di disoccupazione erogati prima da Trump e poi da Biden rafforzano temporaneamente il potere contrattuale dei lavoratori. È la stagione della Great Resignation: 47,8 milioni di americani lasciano il lavoro nel 2021 e 50,5 milioni nel 2022. Seguono scioperi, nuove sindacalizzazioni e una straordinaria domanda di lavoro.

Nel dicembre 2022, per ogni lavoratore alla ricerca di un’occupazione vi erano quasi due posti disponibili: una situazione radicalmente diversa da quella precedente alla pandemia, quando per quattro aspiranti lavoratori vi era un solo posto. I salari ne risentono positivamente: la crescita media raggiunge il 5,1%, quella dei salari mediani settimanali il 7,4%, mentre per i lavoratori neri, i giovani e quelli al 10° percentile gli aumenti arrivano intorno al 10%[12]. Per i lavoratori più poveri la crescita complessiva raggiungerà il 15,3% nel 2024[13].

È una breve vittoria del lavoro. E proprio per questo diventa, agli occhi dell’establishment economico, un problema. L’aumento dei salari viene infatti indicato come una delle cause dell’inflazione, nonostante questa fosse stata alimentata soprattutto dalle interruzioni delle catene di approvvigionamento, dall’aumento dei costi energetici e dall’espansione dei profitti aziendali, arrivati nel terzo trimestre del 2022 alla cifra record di 2.543 miliardi di dollari.

La Federal Reserve interviene allora per “raffreddare” l’economia. Dal marzo 2022 i rialzi dei tassi mirano a ridurre la domanda di lavoro e a riportare il mercato verso quella “normalità” in cui, secondo la logica dominante, un lavoratore con minore potere contrattuale accetta salari più bassi. Ma il riequilibrio tarda ad arrivare: ancora nel 2024 posti di lavoro e salari continuano a crescere, soprattutto nella parte bassa della distribuzione.

La svolta arriva con il ritorno di Trump. I caotici dazi e i massicci licenziamenti nelle agenzie federali, che forniscono risorse fondamentali per la crescita economica e la sicurezza del settore privato, contribuiscono dal 2025 a ridurre la domanda di lavoro e a frenare la crescita salariale. I lavoratori al 10° percentile vedono addirittura diminuire del 3% i propri salari reali nel 2025[14].

Mentre il mercato del lavoro torna così a essere più “bilanciato”, il costo sociale aumenta. Il One Big Beautiful Bill del luglio 2025 introduce infatti i più ingenti tagli mai effettuati nella storia degli Stati Uniti a Medicaid (l’assistenza sanitaria a spese dello Stato per i poverissimi) e agli aiuti alimentari, insieme a importanti agevolazioni fiscali per imprese altamente redditizie, tra cui società petrolifere e del gas, colossi farmaceutici e aziende tecnologiche. Ad agosto 2026 oltre 5 milioni di persone hanno già perso i sussidi alimentari, inclusi almeno un milione e mezzo di bambini[15]; entro il 2028, secondo le stime disponibili, tra 5 e 10 milioni di persone potrebbero inoltre perdere la copertura sanitaria[16]. In un tale contesto, i 162.000 posti di lavoro, eccezionalmente creati ad agosto, appaiono davvero poca cosa.

 

4. E domani?

È questo il quadro che spiega l’urgenza della Casa Bianca di presentare il jobs report di agosto come una conferma del successo della politica economica trumpiana, così come spiega la necessità di Scott Bessent di dichiarare che la disuguaglianza americana appartiene ormai al passato. Siccome il futuro va invece sempre più velocemente nella direzione opposta, le dichiarazioni dell’amministrazione costituiscono un modo per negare una realtà che diventa sempre più difficile nascondere.

Esiste un’alternativa a un’America — e a un mondo — nel quale una quota sempre maggiore della ricchezza finisce nelle mani di pochi?

Se esiste, passa probabilmente dalla rinascita di un movimento politico capace di riconnettersi con i problemi quotidiani delle persone e di rimettere il lavoro e la redistribuzione al centro dell’agenda. È questo il programma dei Democratic Socialists of America (DSA), movimento di base nel quale una nuova generazione estranea all’establishment sta ottenendo crescenti risultati elettorali alle primarie. La loro sfida è quella di sottrarre la politica al potere del denaro e delle corporation e restituire voce ai Many contro le Money[17].


 
[1] Colpevolizzate come pigre e drogate, nonostante assai più del 50% di loro lavorino, a volte perfino con doppio impiego, «il numero reale delle persone che vivono in condizioni di senzatetto — considerando anche coloro che dormono in auto o in camere di motel, oppure che condividono l’alloggio con altre persone — è almeno sei volte superiore a quello indicato dalle statistiche ufficiali. Per quanto siano già gravi i numeri riportati, la realtà è molto peggiore», ci dice Brian Goldstone, autore di There Is No Place for Us: Working and Homeless in America, NY, 2025, nel suo articolo sul NYT, America Is Pushing Its Workers Into Homelessness: https://www.nytimes.com/2025/03/01/opinion/crisis-working-homeless.html (mia la traduzione).

[2] Sul punto cfr. L. Litman, Lawless, How the Supreme Court Runs on Conservative Grievance, Fringe Theories, and Bad Vibes, NY, 2025, in part. pp.166 ss.; e, mi si consenta, i miei: Elezioni Usa, l’influenza dei grandi donatori: https://www.micromega.net/elezioni-usa-linfluenza-dei-grandi-donatori; Un connubio inconciliabile: legittimazione democratica e imparzialità dei giudici e dei prosecutors negli Stati Uniti: https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/un-connubio-inconciliabile-legittimazione-democratica-e-imparzialita-dei-giudici-e-dei-i-prosecutors-i-negli-stati-uniti

[3] Cfr. R. Reich, What Every Democratic Candidate Should Be Saying: https://www.eurasiareview.com/26082026-robert-reich-what-every-democratic-candidate-should-be-saying-oped/ 

[4] I quali ultimi, en passant, sussidiano più il capitale che i lavoratori poveri, giacché le multinazionali retribuiscono i propri dipendenti in modo che il misero salario che ricevono li faccia rientrare nei parametri di povertà che consentono la percezione degli aiuti!

[5] Per un maggior approfondimento su questi temi e in generale sulle cause delle disuguaglianze negli States, mi permetto di rinviare al mio, Guai ai poveri. La faccia triste dell’America, Torino, 2017.

[6] «Sempre più lavoratori si trovano oggi ad affrontare turni imprevedibili, orari di lavoro incerti e la mancanza di benefit come i congedi per malattia. La diffusione della cosiddetta programmazione “just in time” fa sì che i dipendenti non sappiano quante ore lavoreranno da una settimana all’altra, rendendo impossibile pianificare il budget per l’affitto. Interi settori sono stati trasformati secondo il modello della gig economy, lasciando autisti di servizi di ride-sharing, lavoratori dei magazzini e infermieri a tempo determinato senza benefit, tutele o una retribuzione affidabile. Persino i lavori a tempo pieno nel commercio al dettaglio e nella sanità — un tempo considerati relativamente sicuri — vengono sempre più spesso esternalizzati, trasformati in impieghi part-time o resi subordinati al raggiungimento di obiettivi sempre più mutevoli. Per milioni di americani, la minaccia più grande non è perdere il lavoro. È avere un lavoro che non paga mai abbastanza, che non garantisce mai abbastanza ore e che non offre mai la stabilità necessaria per riuscire a mantenere una casa», così B. Goldstone, cit. supra nota 1 (sempre mia la traduzione).

[7] Per un approfondimento su questi temi mi permetto di rinviare ai miei: Povertà e diseguaglianze negli Stati Uniti: le responsabilità del sistema giuridico e le opportunità della pandemia, JUS- ONLINE 4/2021, pp.136 ss.; I lavoratori dell’Alabama contro Amazon: https://volerelaluna.it/lavoro/2021/03/31/usa-i-lavoratori-dellalabama-contro-amazon/; Il diritto nord-americano ai tempi del populismo. Quali tutele per i lavoratori?: https://www.questionegiustizia.it/rivista/articolo/il-diritto-nordamericano-all-epoca-del-populismo-quali-tutele-per-i-lavoratori-_638.php 

[8] Cfr. Goldstone, cit. e Oxfam, Low Wages in the US: Who Makes Less than $15 per hour?: https://www.oxfamamerica.org/explore/countries/united-states/poverty-in-the-us/low-wage-map-2022/ 

[9]Cfr. 2024 Dayforce Living Wage Index: https://www.dayforce.com/Ceridian/media/documents/2024-Living-Wage-Index-FINAL-1.pdf. La situazione poi peggiora nel rapporto successivo, che tiene conto della recessione del lavoro di cui al prossimo paragrafo, in cui è quasi la metà dei lavoratori a tempo pieno a non avere uno stipendio che consenta di soddisfare i bisogni essenziali: cfr. Earning Enough. Living Wage Access in America: https://www.dayforce.com/Ceridian/media/documents/resources/Report-Earning-Enough-2026.pdf 

[10] Cfr. Congressional Research Service, Real Wage Trends, 1979 to 2019: https://fas.org/sgp/crs/misc/R45090.pdf 

[11] L. Mishel, J.Wolfe, Ceo compensation has grown 940% since 1978https://www.epi.org/publication/ceo-compensation-2018/ 

[12] G. Rubin, Biggest Pay Raises Went to Black Workers, Young People and Low-Wage Earners: https://www.wsj.com/articles/biggest-pay-raises-went-to-black-workers-young-people-and-low-wage-earners-11674425793 

[13] Cfr. State of Working America, Wages 2024. Strong wage growth for low-wage workers bucks the historic trend: https://www.epi.org/publication/strong-wage-growth-for-low-wage-workers-bucks-the-historic-trend/ 

[14] Cfr. https://www.epi.org/blog/low-wage-workers-faced-worsening-affordability-in-2025/ 

[15] Cfr. https://apnews.com/article/snap-benefits-children-work-requirement-34f582040d8f35a6f44443cdc57692e4 

[16] Cfr. https://www.healthcaredive.com/news/10-million-lose-medicaid-work-requirements-eligibility-checks-urban-institute-robert-wood-johnson/815886/ 

[17] Per un approfondimento mi permetto di rinviare al mio: Stati Uniti: la necessaria svolta progressista: https://volerelaluna.it/commenti/2026/08/21/stati-uniti-la-necessaria-svolta-progressista/  

22/09/2026
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