1. Le deportazioni nei paesi terzi e la loro ferocia
Ancora una volta - e sempre contro il parere delle corti inferiori- alla fine di settembre la Corte Suprema statunitense con una decisione interlocutoria di pochissime righe ha ripristinato la deportazione di migranti in Stati terzi. Si tratta dell’invio di persone in paesi in cui esse non sono mai state né hanno legami di sorta e di cui non parlano la lingua, alla giurisdizione dei quali vengono tuttavia completamente abbandonate, poiché al loro arrivo perdono qualsiasi diritto di accesso alle corti di giustizia degli Stati Uniti. E ciò senza aver avuto la possibilità di essere auditi da un giudice statunitense di fronte al quale spiegare i propri timori di torture o persecuzioni nel paese in cui saranno condotti. Alcuni non sanno dove saranno deportati fino a quando non si trovano in aereo, ad altri vengono date informazioni contraddittorie circa il paese in cui atterreranno. Viaggiano, poi, ammanettati e in alcuni casi perfino rinchiusi in container per il trasporto merci. Si tratta di una delle pratiche più feroci e disumane messe in atto durante la seconda presidenza Trump per convincere i migranti ad abbandonare volontariamente gli Stati Uniti.
La pronuncia del 29 settembre 2026 riecheggia quella del 23 giugno del 2025, anch’essa a carattere emergenziale e provvisorio, con cui la Corte Suprema aveva posto nel nulla un’ingiunzione del giudice di primo grado, poi confermata in appello, che bloccava le espulsioni degli stranieri in paesi terzi quando non fossero state date loro in anticipo informazioni sul paese in cui sarebbero stati deportati e non fosse stata loro concessa la possibilità di illustrare i pericoli cui tale trasferimento li avrebbe esposti. Anche in quel caso la Corte Suprema, esprimendosi in poche battute, aveva dato ragione al Dipartimento di sicurezza interna, nonostante la decisione del giudice federale di primo grado di Boston si fondasse su principi tanto di diritto interno -anche costituzionali- quanto di diritto internazionale. Non solo la legge federale è, infatti, piuttosto precisa riguardo ai paesi verso i quali una persona può essere espulsa. In particolare, il titolo 8 U.S.C. § 1231(b)(2)(E) elenca le destinazioni consentite per un cittadino straniero, come il paese dal quale è stato ammesso negli Stati Uniti, il paese di cui è cittadino, il paese in cui è nato e così via. Solo in via di ultimissima ratio «[s]e è impraticabile, sconsigliabile o impossibile espellere lo straniero verso ciascuno dei paesi descritti nelle clausole precedenti di questo sottoparagrafo», la persona può essere trasferita in «un altro paese il cui governo sia disposto ad accoglierla». Il quinto emendamento della Costituzione, garantisce poi, com’è noto, il due process of law, nell’interpretazione finora data dalla Corte Suprema anche ai non cittadini[1]. Gli Stati Uniti sono, infine, firmatari della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (CAT), che all’articolo 3 vieta rigorosamente a uno Stato parte di espellere, respingere (refouler) o estradare una persona verso un altro Stato qualora sussistano fondati motivi per ritenere che essa rischierebbe di essere sottoposta a tortura.
La vibrante protesta con cui la giudice Sonia Sotomayor aveva allora accompagnato la pronuncia interlocutoria della Corte Suprema -cui si erano associate le altre due giudici liberali Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson- è eloquente. «Quando sono in gioco la vita e la morte, è meglio procedere con cautela. In questo caso, il Governo ha adottato l’approccio opposto. Ha espulso illegalmente un ricorrente verso il Guatemala, nonostante un giudice dell’immigrazione avesse stabilito che era probabile che lì fosse sottoposto a tortura. Poi, in palese violazione di un ordine del tribunale, ne ha espulsi altri sei verso il Sud Sudan, un paese che il Dipartimento di Stato considera troppo pericoloso per tutto il personale, fatta eccezione per quello assolutamente essenziale. Soltanto l’intervento tempestivo di un attento tribunale di primo grado ha evitato, per un soffio, una terza serie di espulsioni illegali verso la Libia. Anziché consentire ai nostri colleghi dei tribunali inferiori di gestire questa controversia ad altissima posta in gioco con la cura e l’attenzione che essa richiede chiaramente, questa Corte interviene ora per concedere al Governo un provvedimento d’urgenza contro un ordine che ha ripetutamente disatteso. Non posso associarmi a un abuso così palese del potere discrezionale equitativo della Corte», lamentava la giudice. Anche il 29 settembre le tre giudici si sono dichiarate contrarie al ripristino della pratica.
Un via libera concesso all’amministrazione Trump in entrambi i casi, dunque, ma a differenza della pronuncia del 23 giugno, in quella del 29 settembre la Corte ha anche stabilito che durante l’anno giudiziario appena cominciato prenderà una decisione nel merito e – con un percorso accelerato- ascolterà le ragioni delle parti in dicembre. A questo scopo ha chiesto a queste ultime di presentare argomenti e memorie scritte, con una strana particolarità tuttavia. Alle singole questioni che individua quali temi da affrontare nella discussione di fronte a lei, aggiunge però insolitamente «tutte quelle che il governo ritenga opportune ai fini della corretta decisione della controversia»: non un segnale incoraggiante per chi spera in un cambio di passo e in una Corte Suprema meno asservita ai desiderata di Trump!
Le deportazioni in paesi terzi riguardano soprattutto gli stranieri per i quali le corti statunitensi hanno emanato divieti di espulsione (witholding of removal) verso i paesi di origine, per il serio rischio di persecuzioni che vi correrebbero, oppure le persone i cui paesi di cittadinanza si rifiutino di collaborare, ritardino il rilascio dei documenti di viaggio o blocchino del tutto i voli per il rimpatrio. Per dare un’idea dei numeri basti pensare che dal febbraio 2025 esse hanno finora interessato più di 25.000 migranti.
Gli Stati Uniti hanno stipulato accordi, molti dei quali restano segreti, con più di 30 paesi, ivi inclusi 12 Stati africani -fra cui la Repubblica centrale del Congo, la Guinea Equatoriale, l’Eswatini, il Sud Sudan e il Rwanda- almeno 15 Stati dell’America latina e poi il Kosovo, la Polonia e l’Uzbekistan. Alcuni accordi contemplano espressamente un corrispettivo in danaro. E’ questo il caso dell’Eswatini che in cambio di 160 deportati di paesi terzi ha ottenuto 5.1 milioni di dollari, o del Rwanda che ne ha accettato 250 in cambio di 7.5 milioni. In altri casi gli accordi sono il frutto di un rapporto di potere asimmetrico fra Stati, che vede il ritiro delle sanzioni economiche da parte degli Usa o l’eliminazione delle restrizioni ai visti d’ingresso ai leader dei paesi che ricevono i migranti - come nel caso del Sud Sudan- o il ripristino degli aiuti economici statunitensi al comparto della sanità di quegli Stati, come è successo in Liberia, Rwanda e Uganda.
Una volta giunti nei luoghi di destinazione i deportati affrontano le più drammatiche situazioni. Dai possibili contagi di ebola o malaria, alle detenzioni arbitrarie -a volte in carceri di massima sicurezza e a tempo indefinito- ai maltrattamenti e alle torture, nella maggior parte delle volte con scarsissime possibilità di rivolgersi a una qualsiasi corte di giustizia. In moltissimi casi, inoltre, i deportati che non avrebbero potuto essere rimpatriati perché passibili di persecuzioni nei paesi di origine, vi vengono invece forzatamente rimandati oppure vi fanno volontariamente ritorno non avendo altre alternative percorribili.
2. Storie di tragedie umane
Le storie che vengono alla luce raccontano la tragedia di chi subisce il trasferimento coatto in paesi terzi.
In Guinea equatoriale –nota, come altri Paesi che collaborano al programma statunitense di deportazione, per le violazioni dei diritti umani, tra cui la tortura e gli arresti arbitrari- 29 uomini e donne sono per esempio rinchiusi a tempo indeterminato in un albergo fatiscente che funge da prigione, sebbene nessuno degli immigrati sia accusato di aver commesso alcun reato. Secondo quanto riferito dai deportati, agenti di polizia armati sorvegliano la struttura 24 ore su 24 e spesso molestano e intimidiscono i prigionieri senza subire conseguenze. La Guinea Equatoriale ha accettato di ricevere i migranti, ma li detiene a tempo indefinito, non concede loro alcun diritto né fornisce loro documenti che consentano di vivere o lavorare nel Paese, neppure temporaneamente. Fra i prigionieri compaiono anche tre cittadini cubani che ad agosto si erano opposti allo sbarco in Liberia (che con gli Stati Uniti di Trump ha un accordo di ricezione di migranti per 5 milioni di dollari) e che vi erano stati tradotti con una violenza inaudita.
Cubana è anche la transgender Daniela Fuentes che, non potendo essere trasferita nel proprio paese, è stata deportata nella Repubblica Centrafricana, dove non ha alcun legame e dove, secondo quanto denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani, si verificano detenzioni arbitrarie, torture e altre violazioni dei diritti delle minoranze sessuali e di genere. E’ una sorte che la Fuentes condivide con le tante persone LGBTQ+ senza documenti che non possono essere rimpatriate, perché gli stessi Stati Uniti riconoscono il rischio di persecuzione o tortura nei Paesi d’origine per via del loro orientamento sessuale o identità di genere, ma che vengono poi deportate in paesi terzi – come il Camerun- dove le minacce non sono da meno.
Cubano è anche il 59 enne Roberto Mosqueira, detenuto insieme a molti altri in un carcere di massima sicurezza in un piccolissimo Stato sulla punta sud orientale dell’Africa – l’Eswatini- a tempo indefinito e senza accuse a suo carico, essendovi stato deportato più di un anno fa. Arrivato da piccolo negli Stati Uniti, dopo avervi scontato una pena per un reato commesso da ragazzo, non potendo essere rimpatriato per il rifiuto di Cuba di accettarlo, Mosquera aveva ottenuto il permesso di restare a patto che si sottoponesse a regolari controlli. Sposato, con quattro figlie, al momento dell’ultimo rinnovo del permesso di lavoro presso l’ufficio immigrazioni viene invece arrestato e trasportato da un centro di detenzione ad un altro, fino ad essere caricato a sorpresa su un volo per il piccolo paese africano e ivi rinchiuso senza sapere per quanto tempo e perché si trovi lì.
3. La detenzione obbligatoria dei migranti e la sua disumanità
Il caso Mosquera mette in luce un secondo aspetto, ad un tempo cruciale e drammatico, della politica trumpiana di caccia al migrante e di deportazione di massa. Si tratta della nuova interpretazione del titolo 8 U.S.C. § 1225(b)(2)(A) -che riprende la legge sull’immigrazione del 1996 (INA)- inaugurata dall’agenzia federale per l’immigrazione (ICE) a partire dal luglio 2025. Per soddisfare la promessa di Trump di espellere il più alto numero di persone possibile, l’allora direttore ad interim dell’agenzia, Todd Lyons, aveva emanato delle linee guida che – in contrasto con la precedente lettura della norma sul punto- imponevano all’ICE di trattenere senza possibilità di rilascio su cauzione tutti i cittadini stranieri, non importa dove essi si trovassero. Prima del memorandum di Lyons, il luogo dell’arresto di un immigrato era determinante. Solo per coloro fermati alla frontiera valeva il titolo 8 U.S.C. § 1225(b)(2) (A) che impone la detenzione obbligatoria -a tempo indeterminato- senza diritto a un’udienza per ottenere il rilascio su cauzione di fronte ad un giudice per l’immigrazione[2]. Agli stranieri già entrati negli Stati Uniti e che vi avevano trascorso anni -se non decenni- e vi avevano magari formato famiglie e intrapreso attività lavorative, il governo applicava una diversa disposizione – il titolo 8 U.S. Code § 1226- che, in attesa della procedura di espulsione, consentiva loro di essere rilasciati su «cauzione di almeno 1.500 dollari» oppure in «libertà vigilata» (conditional parole), purché soddisfacessero due condizioni fondamentali: non rappresentare un pericolo per la comunità e rispettare le prescrizioni imposte. Applicando la prima disposizione anche agli stranieri fermati all’interno del territorio nazionale, l’amministrazione Trump ha potuto operare arresti e detenzioni a tappeto, anche e soprattutto ai danni di coloro che- seguendo le disposizioni loro impartite- si recavano diligentemente presso i giudici dell’immigrazione per i controlli richiesti.
Dall’insediamento di Trump per il suo secondo mandato sono stati detenuti oltre 660.000 immigrati, fra i quali più di 8700 bambini, di cui circa 560 fra bebé e bimbi sotto i 3 anni. Il 70% dei detenuti, inoltre, non ha alcun precedente penale. Tra loro c’era anche Ricardo Aparecido Barbosa da Cunha, originario del Brasile. Intorno al 2005 aveva attraversato senza autorizzazione il confine tra Stati Uniti e Messico, come milioni di persone che a quell’epoca inseguivano il sogno americano. Si era trasferito in Massachusetts, aveva acquistato una casa, si era sposato e aveva avuto due figli. Per regolarizzare la propria posizione, aveva presentato una domanda di asilo, ottenuto un permesso di lavoro e avviato una piccola impresa edile.
Mentre la sua domanda di asilo rimaneva inevasa presso il governo statunitense — i tempi di attesa per queste pratiche sono, infatti, notoriamente lunghi — Barbosa da Cunha aveva continuato a vivere la propria vita senza avere problemi con la giustizia.
Un anno fa, però, gli agenti federali lo arrestano mentre si reca al lavoro. Durante la detenzione gli viene concessa un’udienza per valutare la possibilità di un rilascio su cauzione, ma un giudice dell’immigrazione respinge la sua richiesta, facendo riferimento alla nuova politica di «detenzione obbligatoria». Barbosa da Cunha contesta allora la legittimità della propria detenzione e ottiene ragione presso la Corte di Appello del secondo circuito che -come altre 8 corti d’Appello e più di 460 giudici federali di primo grado nei circa 20.000 casi di cui si sono occupati- dà torto all’amministrazione Trump. Ciò al contrario di quanto continuano invece a fare l’ottavo e il quinto circuito d’Appello, il quale ultimo ha giurisdizione su Texas, Louisiana e Mississippi, che insieme detengono il più alto numero di migranti.
Il contrasto interpretativo fra le Corti d’Appello – e la conseguente disparità di trattamento fra migranti arrestati all’interno del territorio nazionale, alcuni rilasciati su cauzione altri invece trattenuti obbligatoriamente e deportati- convince quindi la Corte Suprema a prendere giurisdizione nel merito sul caso Barbosa da Cunha. La richiesta dell’amministrazione Trump è di pronunciarsi per ottenere il definitivo rovesciamento dell’interpretazione dei tanti giudici che le hanno dato torto e poter così detenere (a tempo indeterminato) e deportare il massimo numero di migranti.
L’anno giudiziario della Corte Suprema statunitense appena cominciato è, dunque, cruciale per la sorte della politica di deportazione di massa inaugurata da Trump. La questione delle deportazioni in paesi terzi, insieme a quella della detenzione obbligatoria per i migranti in attesa di procedimento di espulsione, rappresentano per la SCOTUS l’occasione di restituire in qualche misura agli Stati Uniti l’immagine di un paese rispettoso dei diritti umani che oggi, anche grazie alle sue pronunce, quel sistema ha perso.
[1] Zadvydas v. Davis, 533 U.S. 678, 693 (2001); si veda anche Mathews v. Diaz, 426 U.S. 67, 77 (1976) («Anche chi si trova in questo Paese illegalmente, contro la propria volontà o in via transitoria ha diritto a tale protezione costituzionale»). Il Quinto Emendamento stabilisce, com’è noto, che: «Nessuna persona può essere privata della vita, della libertà o della proprietà senza un giusto processo».
[2] La norma stabilisce che essi «devono essere trattenuti» in vista di una procedura di espulsione «qualora l’ufficiale dell’immigrazione incaricato dell’esame ritenga che non vi siano prove chiare e incontrovertibili del loro diritto a essere ammessi» negli Stati Uniti.