Magistratura democratica
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E giustizia sia

di Marco Patarnello
magistrato di sorveglianza a Roma

1. Giunge a conclusione[1] la complessa e per certi versi sorprendente vicenda giudiziaria di Ambrogio Crespi, regista e uomo impegnato sul piano civile e sociale, ma soprattutto protagonista di una pagina di giustizia assai peculiare.

Condannato dalla Corte di appello di Milano a sei anni di reclusione per concorso esterno in associazione di stampo mafioso, per avere fornito un contributo concreto all’elezione di Domenico Zambetti (poi nominato assessore regionale dopo l’elezione), candidato delle cosche di ‘ndrangheta milanesi nella competizione elettorale regionale lombarda del 2010, Ambrogio Crespi fece un primo ingresso in carcere durante le indagini, per circa sei mesi, nella fase cautelare, per poi essere rimesso in liberà e seguire il proprio processo da uomo libero. Il giudizio di primo grado innanzi al Tribunale di Milano si era concluso con la pesante condanna a dodici anni di reclusione. La Corte di appello milanese ridusse la pena quasi alla metà, confermando, tuttavia, la gravissima affermazione di responsabilità. Condanna, poi, confermata anche dalla Corte di cassazione. Passata in giudicato la condanna, nel marzo 2021, Crespi -incredulo e attonito come i suoi familiari ed amici- si costituì nel carcere di Opera per espiare gli oltre 5 anni di reclusione residui. 

Inizia, così, il suo percorso di detenuto definitivo c.d. “ostativo”, cioè condannato per reato ricadente nel catalogo di cui al primo comma dell’art. 4bis o.p. ed in quanto tale impossibilitato ad accedere a benefici penitenziari di qualsiasi genere, se non al ricorrere di condizioni estremamente rigorose e comunque non prima di un lungo periodo di osservazione e di esecuzione penale.

Fin qui, una vicenda come tante, si potrebbe dire. Certo, Ambrogio Crespi rivendicava la propria innocenza con convinta passione e con un inconsueto rispetto per il percorso giudiziario, però anche questo non può dirsi eccezionale. 

 

2. Ma attorno “al caso Crespi” nasce un movimento di opinione. Dapprima costituito dai familiari, dagli amici e da quanti lo avevano conosciuto nel corso della sua vita di impegno civile. Il movimento si allarga. Cresce. Raccoglie consenso ed ascolto nelle sedi più diverse, presso associazioni e personalità importanti. Lambisce la consueta deriva “politica” della non disinteressata battaglia contro la “malagiustizia” e la magistratura, ma non se ne lascia fagocitare. 

Ambrogio Crespi si lascia convincere da chi gli vuole bene a presentare una domanda di grazia al Presidente della Repubblica. E qui la vicenda giudiziaria apre una pagina sostanzialmente inedita. 

Per la prima volta -per quanto a mia conoscenza- un Tribunale di sorveglianza (quello di Milano) esercita la delicatissima discrezionalità che pur gli accorda la legge e sospende la pena in attesa della decisione del Capo dello Stato sulla grazia. In sostanza, constata le importanti peculiarità della storia personale e civile di quest’uomo, successiva alle vicende per le quali era stato condannato, ed eccezionalmente valuta come concreta la possibilità che gli venga concessa la grazia e dispone che questa attesa sia trascorsa in libertà. 

E il “miracolo” accade. Per la prima volta, il Presidente della Repubblica concede la grazia ad un condannato per fatti di mafia. Mattarella, unico Presidente della Repubblica “vittima" della mafia per aver visto morire fra le sue braccia il fratello Piersanti, ucciso da cosa nostra, dopo aver fatto le sue riflessioni attraverso l’ufficio giuridico, opera una scelta coraggiosa ed equilibrata al tempo stesso: concede la grazia “parziale”; vale a dire elimina quella parte di pena che, per la sua entità, impediva alla magistratura di sorveglianza di esaminare senza ostacoli giuridici la figura e la personalità di Ambrogio Crespi e di concedere, eventualmente, misure alternative al carcere. Il Presidente sceglie, cioè, di restituire Ambrogio Crespi al giudizio della “Giustizia”, in questo caso incarnata dal Tribunale di sorveglianza di Roma, poiché Crespi, nel frattempo, si è trasferito nella capitale.

 

3. Con l’ordinanza che pubblichiamo, il Tribunale di sorveglianza di Roma ha ammesso Ambrogio Crespi alla misura di massima apertura, cioè l’affidamento in prova al servizio sociale. Quest’uomo continuerà la sua vita di professionista, di marito e di padre, continuerà il suo impegno civile, rispettando alcune regole essenziali ed interfacciandosi con gli assistenti sociali. Il Tribunale di sorveglianza capitolino, muovendo dalla condanna inflitta, ha, cioè, ritenuto che con la condotta e le attività svolte in questi oltre tredici anni dai fatti addebitati, Crespi abbia dato concreta dimostrazione della sua completa lontananza da ambienti o anche solo da mentalità mafiose, avendo, piuttosto, sposato ed “incarnato” una visione del mondo e delle relazioni civili ed umane esattamente opposta a quella mafiosa, improntata all’impegno sincero per la legalità e il rispetto degli altri.

Ma, a parte la soddisfazione umana e personale per il “lieto fine” di questa storia ed il piacere di vedere Ambrogio Crespi restituito alla sua vita ed alla sua bellissima famiglia -che ho avuto il privilegio di conoscere- qual è la morale di questa storia? 

Il processo Crespi è un caso -l’ennesimo- di “malagiustizia” o peggio ancora di giustizia “giustizialista”? Vale a dire la vicenda di un uomo condannato ingiustamente da un sistema giudiziario cieco e sordo o -peggio ancora- malato, solo per caso uscito più o meno indenne dal “tritacarne” della macchina giudiziaria, grazie alla eccezionalità della congiuntura di un Tribunale di sorveglianza visionario e di un Presidente della Repubblica come Mattarella? O, ancora: è la dimostrazione vivente che l’art. 4bis o.p., con la sua ottusa ostatività, ha disegnato un sistema incapace di accorgersi delle persone, leggendo la realtà inesorabilmente attraverso lenti distorte e infarcite di pregiudizio? Insomma, si tratta di una vicenda eccezionale, conclusasi nel modo adeguato ad una vicenda eccezionale, o si tratta di una vicenda che di eccezionale ha solo l’epilogo, una volta tanto -e solo per puro caso- aderente a giustizia?  

Una lunga teoria di autori, avvocati, giornalisti, intellettuali, uomini politici, magistrati, ha avuto modo e occasione di esprimersi pubblicamente o professionalmente sul “caso Crespi”. Se a ciascuno di loro ponessimo tutte le domande che ho appena formulato ho la certezza che otterremmo risposte diverse, spesso opposte. Molte sono già circolate in questi anni in cui il caso è stato al centro di una vera battaglia pubblica, talvolta anche a dispetto dello stesso protagonista, che -dal suo canto- ha sempre tenuto a ribadire pubblicamente (e, credo di poter dire, anche privatamente) la sua fiducia piena nella giustizia. Proverò ad aggiungere la mia, formata dopo aver letto e ascoltato parte consistente della documentazione e delle riflessioni espresse sulla vicenda, a cominciare dalle sentenze di merito e dalle ordinanze della magistratura di sorveglianza. E dopo aver conosciuto Ambrogio Crespi e la sua famiglia, sia pure a margine di un’iniziativa ufficiale e pubblica[2].

 

4. Confesso che mi sono chiesto intensamente se fosse giusto o -addirittura- se avessi il diritto di esprimere il mio pensiero su questa vicenda, sia pure dopo la sua conclusione. Non è stata una risposta facile. Da un certo punto di vista, la questione era semplice, forse financo pacifica: la vicenda giudiziaria è definita; non ho ricoperto ruoli professionali nella medesima; si sono già espressi pubblicamente anche altri magistrati, anche tuttora in servizio, assai più visibili e autorevoli di me. 

Perché tutto questo pudore, dunque? Non ho trovato una vera risposta. Credo che dipenda dal fatto che nonostante tanti anni trascorsi a giudicare professionalmente vicende umane sforzandomi di tenere distinto l’uomo dal giudice, evitando di confondere o sovrapporre i due piani arrogandomi -in un certo senso- il diritto di un doppio giudizio, mi sia diventato molto faticoso o molto difficile fare -in fondo- l’opposto, cioè confonderli in una narrazione pubblica: da giurista o uomo pubblico mi è capitato molte volte di prendere la parola e dire con franchezza la mia, su importanti vicende intorno alla giustizia. Ma non credo di essermi mai espresso intorno ad una specifica vicenda giudiziaria. E non credo che questo pudore sia ingiustificato.

Perché, allora, lo faccio in questo caso? Per due ragioni: una emotiva e personale ed una lucida e civile. Il combinato-disposto delle due mi rende impossibile trattenermi dal dire la mia.

Cominciamo con quella “emotiva e personale”. Per comprenderla, occorre premettere che la vicenda di merito presenta un elevato grado di delicatezza valutativa, legato alla natura dell’imputazione di concorso esterno nella fattispecie associativa, al fatto che le indagini sono state inevitabilmente avviate e svolte a distanza di alcuni anni dai fatti ed al fatto che il materiale probatorio è legato pressoché interamente a dichiarazioni di soggetti “coinvolti” nella vicenda, la valutazione della cui attendibilità è certamente complessa e difficile da “maneggiare”. Su questo sfondo, Ambrogio Crespi ha scelto una linea difensiva scivolosa, ma limpida: ha ricordato di essere cresciuto nel difficile quartiere dell’hinterland milanese di Baggio, di aver frequentato effettivamente alcuni dei protagonisti di quelle vicende e di non aver mai inteso “ripudiare” il suo vissuto e le sue origini, pur avendo sempre rifiutato e detestato l’ingiustizia, la sopraffazione e l’illegalità, ma avendo anche conservato la convinzione profonda -talvolta ingenua- che le persone potessero cambiare e soprattutto essere aiutate a cambiare. Non a caso, nonostante la pesante condanna, Ambrogio Crespi, pur avendo sempre ribadito la propria innocenza, non ha mai smesso di credere nella giustizia e di verbalizzarlo, neppure dopo l’ingresso in carcere. Ebbene, nonostante il fatto che questi lunghi anni trascorsi in magistratura ad occuparmi di indagini e processi penali anche di mafia dovrebbero avermi insegnato che le vicende e le condotte umane vanno lette essenzialmente nella loro oggettività, la recente relazione, per certi versi fortuita, con Ambrogio Crespi e con la sua famiglia e lo studio del suo “caso” mi hanno restituito la sensazione netta di una persona limpida, con coordinate valoriali lineari e semplici, animata da senso di giustizia, da una profonda motivazione “civile” e del tutto lontana da logiche minimamente prossime a quelle mafiose o prevaricatrici o da modelli di vita “accumulatori” o anche solo superficiali. E non è facile ignorare questa convinzione.  

Veniamo a quella “lucida e civile”. Il “caso Crespi” va ad infilarsi in uno snodo “di giustizia” delicatissimo, che mette in tensione -in modo non formale- principi irrinunciabili. E alla sollecitazione di sciogliere il nodo di questa tensione non so sottrarmi. Non so sottrarmi, cioè, a quel genere di sollecitazioni che ti costringono a chiederti non tanto “se su una specifica vicenda è stata fatta, o meno, giustizia”, ma se il sistema di giustizia ha davvero “un baco” o, se preferite, “un buco”. Pur non considerandomi un cinico, sono sufficientemente consapevole della fallibilità del giudizio umano o professionale (nel giudizio penale i due piani rischiano di confondersi) e della possibilità dell’errore e -come uomo pubblico- non sono particolarmente attratto dalla trattazione mediatica della singola vicenda umana. Sono, invece, molto attratto dall’esigenza di comprendere se il meccanismo giudiziario e la trama di regole che lo disciplinano hanno “falle” importanti da riparare o siano il frutto di una visione “giustizialista” della società.

Ebbene, pur non volendo -né potendo- aprire una riflessione scientifica in questa sede sul grado di garantismo o di giustizialismo del nostro ordinamento, che implicherebbe una complessa -e controversa- monografia, la risposta che mi sono data all’esito di un tormento sincero è negativa: non ritengo che il caso Crespi sia il paradigma o la dimostrazione che qualcosa non va sotto questo profilo. Penso, al limite, il contrario, vale a dire che si tratti di una vicenda fuori dal comune, sostanzialmente eccezionale, nell’ambito della quale hanno, infine, funzionato i meccanismi eccezionali del nostro ordinamento.

Cerco di essere più chiaro. A mio modo di vedere -e consapevole della opinabilità di qualunque giudizio- la decisione circa la responsabilità penale, quella che emerge dalle sentenze che si sono occupate del processo, non contiene errori tecnici ed ha fatto un uso corretto del materiale probatorio: un uso aderente ai più maturi precetti interpretativi. D’altro canto, svolte a distanza di anni dalla campagna elettorale in discussione, le indagini ed il processo non hanno dimostrato -sul piano materiale- in cosa sia consistito il sostegno elettorale offerto da Crespi alla campagna elettorale di Zambetti. Il processo e la sentenza, però, a mio giudizio hanno offerto inappuntabile dimostrazione giudiziaria del fatto che Zambetti era il candidato delle cosche di ‘ndrangheta milanesi, che ha vinto le elezioni grazie a queste ed a queste “rispondeva”; ma hanno anche offerto adeguata dimostrazione che esponenti di queste cosche si erano rivolte a Crespi per ottenerne il supporto nella campagna elettorale, che questo supporto era stato ottenuto e che esse erano così appagate del sostegno fornito da Crespi (Zambetti, infatti, era stato eletto con ottimi risultati) da avergli proposto -invano, perché Crespi stavolta ha rifiutato- di fornire il suo sostegno anche in occasione di un’altra successiva campagna elettorale, per un diverso candidato. Questo sul versante oggettivo. Non è poca cosa.

E’ chiaro, tuttavia, che l’accusa di supportare e spendersi in sostegno di un clan mafioso ha anche un versante soggettivo consistente: la piena consapevolezza e volontà di agire per sostenere un clan ed i suoi interessi criminali. Non possiamo conoscere il foro interno di Ambrogio Crespi, lo stato d’animo soggettivo e le convinzioni personali che lo sorreggevano nel 2010, durante la campagna elettorale per la candidatura di Zambetti; convinzioni, peraltro, scandagliate a distanza di tanti anni dai fatti, vale a dire durante la fase investigativa e processuale. Ma il compito degli uffici giudiziari milanesi -di tutti gli uffici giudiziari che si chinano a valutare la responsabilità penale di un soggetto in materie come questa- non è quello di scandagliare (e come? con la macchina della verità?) il foro interno di ciascuno, certamente imperscrutabile, soprattutto a posteriori, ma quello di leggerne la direzione attraverso le evidenze oggettive che tali condotte assumono: se tizio e caio sono esponenti mafiosi e tu nei sei consapevole e ti chiedono di sostenere la campagna elettorale di un soggetto che concretamente si comporta e si sente come rispondente agli ordini di quel gruppo mafioso, è corretto ritenere che favorisci e supporti la mafia? La risposta che offre il nostro ordinamento è: si, è corretto. E io credo che dal punto di vista -non solo giuridico, ma anche- epistemologico sia una conclusione corretta; sia, cioè, la conclusione cui lo Stato deve giungere. Ma bisogna avere la consapevolezza che resta una risposta offerta sulla base di massime di esperienza, per quanto estremamente consolidate, mature e ragionevoli. 

 

5. Nasce, così, inevitabilmente la domanda successiva: se la sentenza di condanna non è il frutto di un cattivo uso delle regole processuali né di regole processuali ingiuste e ciò non di meno Ambrogio Crespi non merita di andare in carcere ed anzi oggi è un soggetto lontano da logiche criminali o mafiose, dov’è la criticità? Dobbiamo concludere che la criticità è il sistema dell’ostatività, vale a dire quel meccanismo che impedisce, dopo la condanna, di accedere ai benefici penitenziari senza poter “vedere” che il soggetto non è meritevole di andare in carcere perché non è un soggetto che ha bisogno di essere risocializzato?

A mio modo di vedere, anche la risposta a questa domanda è negativa. E’ chiaro che un ordinamento si organizza attraverso clausole di carattere generale, che codificano scelte legislative legate -ancora una volta- a massime di esperienza e a scelte di priorità. In linea teorica, si potrebbe stabilire che qualsiasi condanna, a prescindere dalla entità della pena e dalla natura del reato commesso, implichi la necessità di un preventivo giudizio sulla persona da parte del Tribunale di sorveglianza che “scelga” la sorte più adeguata al soggetto, fra carcere e misure alternative (o, perché no, soluzioni ulteriori e diverse); almeno per tutti coloro che pervengano a condanna definitiva senza misure cautelari in corso. Ma nessun ordinamento ha fatto scelte di questo genere e non è un caso. Anzi, la più gran parte degli ordinamenti ruota intorno alla regola che -con il passaggio in giudicato di una sentenza di condanna alla reclusione- il condannato come prima cosa entri in carcere e solo dopo diverso tempo (e solo per alcuni ordinamenti, fra cui il nostro) possa avanzare istanza di misure extracarcerarie. La funzione della pena, infatti, non è solo rieducativa, ma anche sanzionatoria. L’ordinamento italiano ha fatto una scelta intermedia, legata alla natura del reato e all’entità della pena da applicare. E’ una scelta equilibrata e cauta, che -per certi reati e per pene molto consistenti- mette avanti le esigenze di tutela sociale e di carattere sanzionatorio, facendo assumere preminenza alla persona solo in un secondo momento e al ricorrere di verifiche stringenti. Ma bisogna avere la consapevolezza che si tratta di una scelta fra valori e interessi collidenti e difficili da bilanciare. Anche su questo fronte, dunque, non vedo riforme indispensabili da segnalare come conseguenza del “caso Crespi”[3].

In definitiva, io credo che la criticità di questa vicenda sia costituita dal fatto che Ambrogio Crespi è per l’ordinamento italiano -e mi verrebbe da dire per la società italiana- il Cigno Nero, vale a dire quell’elemento di imponderabile ed imprevedibile capace di determinare risposte che “inceppano” un sistema pensato per funzionare secondo schemi logici e scientifici consolidati. La variabile “eccentrica” che può essere gestita solo attraverso istituti eccezionali. Esattamente come è avvenuto. Saluto, dunque, con gioia, ma anche con serenità, il lieto fine “eccezionale” di una vicenda “eccezionale”.

E gioisco con Ambrogio Crespi e con la sua bella famiglia per questa meritata conclusione, che consente loro di lasciarsi finalmente alle spalle la sofferenza ed il dolore e di guardare avanti con ancor più forza e fiducia di prima nella giustizia. Spero.

 

 

photo credits: fotogramma dal docufilm Stato di grazia, di Luca Telese


 
[1] Pubblichiamo l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma 2024/239 che ha ammesso Ambrogio Crespi all’affidamento in prova al servizio sociale e che ripercorre i passaggi salienti del percorso giudiziario.

[2] Quale rappresentante del Tribunale di sorveglianza di Roma, sono stato inviato ad assistere alla presentazione della proiezione del Docu-film sul caso Crespi, al Festival del Cinema di Venezia 2023.

[3] In realtà, il tema del riformato art. 4bis o.p. meriterebbe ben altra e più approfondita riflessione e trattazione, ma essa travalicherebbe la natura ed il senso di queste considerazioni “a caldo” sul caso Crespi.

23/01/2024
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