Magistratura democratica
Magistratura e società

Crisi della magistratura e rischi per la giurisdizione*

di Mariarosaria Guglielmi
segretaria generale di Magistratura democratica

In gioco è la magistratura come istituzione della democrazia. Occorre essere all'altezza della gravità del momento: tagliare con decisione i nodi all'origine della deriva, delle cadute e degli illeciti; rivendicare con forza le prerogative costituzionali della giurisdizione

1. Una nuova fase di crisi drammatica.

Gli eventi di un anno fa hanno scosso fortemente il Consiglio e abbiamo visto allora vacillare pericolosamente, insieme all’istituzione consiliare, tutta la magistratura, ferita dallo "scandalo delle nomine" nella considerazione di sé e nella sua immagine agli occhi della collettività. 

Oggi possiamo dire che quello scenario sembra il lontano ricordo di una stagione certo di eccezionale  difficoltà, e tuttavia non paragonabile alle dimensioni assunte da quella che è diventata una crisi sistemica,  senza una evidente via di uscita.

E’ in atto uno smottamento che avvertiamo quasi inesorabile, che non sembra  trovare più sufficienti controspinte  e solidi argini istituzionali; che spinge  in direzione di una  voragine dove rischia di finire non questa o quell’altra consiliatura, non l’uno o l’altro consigliere, non uno o più  gruppi associativi, non solo il nostro sistema di rappresentanza ma la magistratura. 

La magistratura come istituzione della democrazia, il suo assetto costituzionale, il valore e persino la storia dell’associazionismo e dell’ autogoverno; la memoria del ruolo fondamentale che la giurisdizione ha avuto per la  tenuta della democrazia e delle sue istituzioni in stagioni drammatiche per il nostro paese; il riconoscimento della funzione che il Consiglio superiore ha avuto nella crescita e nella evoluzione della magistratura: «se la giurisdizione è uno strumento, un istituto di garanzia», scriveva Pino Borrè, «il Csm è in qualche modo la “garanzia della garanzia”. È la chiave di volta che rende realistico, possibile, un sistema giudiziario democratico. Questa potenzialità del Consiglio è, del resto, la ragione per cui la sua nascita e crescita sono state a lungo ritardate e guardate con timore da coloro che diffidano di una giurisdizione di alto profilo»[1].

In questa voragine rischiano di finire un esperimento ordinamentale senza eguali in Europa, e quel deposito di esperienze ed insieme di storie individuali e collettive che hanno contribuito a creare un modello unico di associazionismo,  esempio per tutte le magistrature delle democrazie più giovani.

Oggi tutto questo è a rischio. E  la vera posta in gioco è  l’indipendenza della giurisdizione.  

Non sono previsioni dettate da un sentimento di pessimismo e dalla difficoltà del momento.

Sta prendendo corpo un disegno, con tratti sempre più nitidi e obiettivi sempre più chiari: mutare la fisionomia della magistratura, privandola della possibilità di ricostruire la sua  identità di soggetto collettivo  e sterilizzando per sempre i luoghi di formazione e di sviluppo di questa  identità, rappresentati dal CSM e dall’ANM;  promuovere un modello di magistratura  fatta di "singoli", indipendenti perché estranei alle esperienze collettive, e distanti da quei "luoghi" dove il senso dell’impegno comune è stato tradito a favore di una gestione consociativa del potere, di pratiche di lottizzazione e di spartizione, di manovre per assicurare, a sé o ad altri,  incarichi, posizioni di rendita, il raggiungimento dei diversi e ambiti traguardi di carriere "in ascesa". 

"Luoghi" dove, come svelato dagli eventi dello scorso anno, si sono aperte  vere e proprie zone d’ombra, di trattative e di commistioni con la politica. E per questo, nel sentire diffuso anche al nostro interno, "luoghi" da abbandonare, rinunciando  ad ogni tentativo di rigenerarli.

Dobbiamo essere consapevoli che se il valore autentico dell’associazionismo e dell’autogoverno non riuscirà a sopravvivere a questa profonda crisi, se non riusciremo a salvaguardarlo affondando il bisturi nel bubbone che è esploso, e se saremo  noi stessi a rinunciare  a questa difficile opera per metterlo in sicurezza,  ad affermarsi sarà  inevitabilmente un diverso modello di magistratura:  quello che Pino Borrè individuava nel "giudice/individuo", in contrapposizione al giudice parte della "magistratura/comunità". E dunque una visione dell’indipendenza "atomisticamente" intesa in luogo dell’"autonomia complessiva dell’istituzione". 

Senza più l’antidoto rappresentato dall’impegno collettivo, ci saranno giudici più isolati, amanti del quieto vivere, più soli, meno consapevoli del ruolo e per questo meno indipendenti. O magistrati "combattenti" e onnipotenti, gli  eroici protagonisti delle battaglie antisistema, gli unici detentori della "verità".

Quale la via d’uscita? E’ il nuovo patto per il cambiamento  invocato nelle assemblee dello scorso anno? E’  l’assunzione di un impegno comune a voltare pagina e a ritrovare la credibilità perduta? E’ confidare nella capacità di riscatto della magistratura? Possiamo scommettere sulla nostra determinazione ad un’assunzione di responsabilità - verso noi stessi, verso i magistrati più giovani e verso la collettività intera- perché si avvii il difficile percorso del rinnovamento, per una nuova  presa di coscienza collettiva dei valori costituzionali della giurisdizione, per una magistratura libera da ambizioni personali e dagli istinti corporativi, indipendente da condizionamenti esterni e interni?

Nell’anno trascorso dall’esplosione della scandalo possiamo dire di aver intrapreso questa strada di cambiamento nell’associazionismo e nell’autogoverno?  

Nessuno oggi vuole, è disposto a credere o sente di poter credibilmente proporre un percorso di rigenerazione che venga solo dall’interno, che parta dalla disamina severa di quello che siamo diventati per arrivare a progettare ciò  che vogliamo tornare ad essere. 

Nessuno oggi vuole, è disposto o sente di poter investire su una nuova stagione di autoriforma, sul confronto associativo come strumento per rimettere in campo un’idea di cambiamento condiviso e sull’autogoverno come luogo dove realizzarla.

Non la politica.  

Non quella politica che vede a portata di mano la rivincita, la resa dei conti attraverso umilianti soluzioni e proposte "punitive", volte a scardinare le basi del  nostro sistema di rappresentanza e dell’assetto forte di indipendenza della magistratura: riforma del CSM e sorteggio per la scelta dei componenti, riforma per la separazione delle carriere, superamento  del principio di obbligatorietà dell’azione penale. 

Ma neppure quella politica più dialogante, da tempo allineata su una critica senza riserve alle deprecate correnti, preoccupata di non rimanere indietro  nella gara all’indignazione, non intenzionata a rinunciare ad interventi di riforma strutturali al ribasso che diano l’apparenza di un radicale cambiamento del "sistema" più che una risposta ai mali gravi e reali del correntismo.

Nessuno sente di poter dare fiducia a un percorso di rinnovamento interno. Non uno dei  protagonisti del dibattito pubblico culturale e politico del paese. Non  una delle sue voci più autorevoli. 

Tutti condividono analisi dagli accenti implacabilmente critici, talvolta tanto radicali quanto superficialmente echeggianti il coro di riprovazione che si leva da ogni angolo, non più solo contro le "correnti" ma verso l’associazionismo in sé, oggetto di attacchi di inaudita gravità che in altre epoche avremmo definito "eversivi": l’ANM paragonata ad una consorteria mafiosa e ad una loggia massonica; l’ANM "anomalia” della democrazia; associazione "da sciogliere", come ai tempi del fascismo. 

Tutti sembrano aver perso consapevolezza dei valori in gioco. 

Nessuna voce si è di fatto sino ad ora alzata nel dibattito esterno (ma neppure dall’interno) a segnalare che la scelta di  fare terra bruciata intorno alla magistratura come istituzione significa travolgere l’equilibrio democratico e delegittimare la giurisdizione che in uno Stato di diritto deve garantire i diritti e le libertà di tutti. 

Nessuna voce dall’esterno è pronta a raccogliere  l’allarme, a porre un argine, a ricordare che  è una  necessità della democrazia difendere le istituzioni e il loro valore oggi come ogni volta in cui, indebolite dai comportamenti di chi le rappresenta e dal  degrado portato al loro interno, da prassi devianti e da degenerazioni,  diventano il facile bersaglio di chi intende in realtà svuotarle.  

Ma alla prospettiva di una rigenerazione interna non guarda e non crede neppure la magistratura, divisa al suo interno fra chi vede la possibilità di dare  finalmente la  spallata finale a un sistema di rappresentanza  da tempo eletto a simbolo della casta da abbattere, e chi si preoccupa di "minimizzare" con strategie di breve respiro, rivendicando  la propria diversità ed estraneità ai fatti; fra settori della magistratura più colpiti dalle vicende di Perugia, che, di fronte alle dimensioni assunte dallo "scandalo",  pensano ad una "rivincita" che possa chiudere la partita, e chi non nasconde la sfiducia rispetto ai percorsi interni di rinnovamento, nella consapevolezza che sarà necessaria un’analisi radicale dell’involuzione culturale subita, un attento ripensamento sulle scelte che non abbiamo saputo governare, e che non sarà l’ennesima modifica del testo unico sulla dirigenza a invertire la parabola discendente che abbiamo imboccato.

 

2. Ripartire da "ciò che resta". L’importanza della nostra Associazione.

La situazione che stiamo vivendo è dunque di pericoloso stallo e di fortissima disgregazione. 

Colpita da una delegittimazione diffusa e generalizzata, la magistratura non riesce a ritrovare forza e unità per un’azione di  difesa forte della giurisdizione, assumendosi la responsabilità per quel che è accaduto ma  rivendicando l’assetto costituzionale come presidio della sua indipendenza. 

Magistratura Democratica sente la responsabilità di questo momento, di ciò che è accaduto e delle scelte da compiere per il futuro.

E ritiene per questo irrinunciabile l’obiettivo di dare forza all’ANM. 

Come abbiamo scritto nel documento del 28 maggio[2], è il momento dell’unità e non delle preoccupazioni elettorali.

L’ANM, che all’esplosione dello scandalo lo scorso anno, è riuscita a tenere la barra dritta, a respingere soluzioni di attendismo o di mediazione, e a interpretare anche agli occhi della collettività l’immagine di una magistratura capace di riscattarsi, è ora esposta al tiro di un fuoco incrociato: gli attacchi dall’esterno, amplificati quotidianamente dai media, hanno superato per gravità quelli riservati al CSM, e ogni livello di guardia; sono sempre più numerose le voci dall’interno di fortissima contestazione dell’attuale meccanismo di rappresentanza e di rivolta contro le correnti e i "professionisti" dell’associazionismo; anche nel dibattito pubblico, si moltiplicano gli interventi di chi - con grande rilevanza mediatica– si fa interprete della spinta contro la "casta" e "testimone" delle degenerazioni correntizie e dell’autogoverno, arrivando ad evocare logiche e metodi "mafiosi". 

In dissenso con la scelta del rinvio delle elezioni telematiche a ottobre, Magistratura Indipendente ha abbandonato il Comitato direttivo centrale, ufficializzando la sua posizione di  "disconoscimento" dell’ANM, che si trova a gestire con una giunta dimissionaria un contesto interno ed esterno di una complessità e gravità senza precedenti. 

Nel documento del 28 maggio, abbiamo espresso la preoccupazione per gli effetti della recente crisi di giunta[3], per  molti inaspettata e non facilmente comprensibile, auspicando tempi brevi per le elezioni: si prospetta una nuova stagione di riforme che potrebbero cambiare la fisionomia costituzionale della magistratura e del suo autogoverno e che richiede all’ANM - a sua volta nel mirino di riforme punitive e distruttive - di continuare a tenere il fronte per presidiare i valori della giurisdizione  e il suo assetto costituzionale, ad essere interlocutore  della politica sulle riforme, a rappresentare una voce e una presenza forte e riconoscibile nel dibattito pubblico.

Preoccupa in questo contesto l’opposizione di Magistratura Indipendente, non sulla linea "politica", ma sulla legittimazione stessa dall’ANM a restare in carica e a parlare a nome di tutta la magistratura. 

Preoccupa la difficoltà di tenuta dell’ANM a fronte dell’ulteriore cedimento prodotto da recenti dimissioni di due  componenti di Unicost. 

Di fronte ai rischi per l’assetto costituzionale della giurisdizione, è prioritario dunque investire sull’ANM e compiere i passi necessari per chiamare tutti, anche Magistratura Indipendente, ad una assunzione di responsabilità rispetto al rischio di porre fine all’esperienza di associazionismo unitario e di portare la magistratura associata divisa al difficile confronto sulle riforme che ci attendono.

L’unica prospettiva è chiedere oggi alla magistratura tutta di dimostrarsi all’altezza della gravità del momento, in grado di rivendicare le prerogative costituzionali della giurisdizione e di intervenire al tempo stesso con decisione a tagliare i nodi all’origine della deriva, delle cadute e degli illeciti.  

 

3. La riforma delle legge elettorale del CSM e il pluralismo.

Come ha scritto Franco Corleone qualche giorno fa[4],  chi demonizza le correnti, odia il confronto delle idee e sogna il ritorno alla casta o il prevalere della corporazione.

Ma quanti oggi, anche  al nostro interno, sono disponibili alla difesa dei gruppi  e del pluralismo che rappresentano?    

Un valore  minacciato  dai progetti di riforma del sistema elettorale del CSM oggi in campo.  E non occorre arrivare al sorteggio,  di cui – guardando al dibattito in corso- non possiamo dire con certezza che si tratti di un progetto abbandonato. 

Il seminario organizzato da MD sul sistema elettorale ci ha offerto un'ampia  base di riflessione sulle scelte da fare[5]. La legge elettorale non è la panacea di tutti i mali  e non è la risposta a tutte le storture della rappresentanza ma contribuisce a definire la fisionomia del Consiglio e la sua capacità di svolgere quel ruolo che la Costituzione gli assegna. 

E’ emersa dal seminario la necessità di confrontarsi con scelte capaci di mettere insieme l’approccio di realismo, rispetto a ciò che oggi in questo contesto possiamo ragionevolmente attenderci, e la tutela irrinunciabile dei valori di fondo.

E il principale valore di fondo da difendere strenuamente è il pluralismo delle idee,  la rappresentatività del Consiglio rispetto alle tendenze e alle opzioni culturali presenti in magistratura. E dunque la rappresentanza come espressione di visioni e di idealità diverse. 

Il pluralismo delle idee è necessario alla magistratura, alla giurisdizione,  alla democrazia. E’  essenziale al CSM, al suo ruolo di amministrazione della giurisdizione e di organo di garanzia della sua indipendenza, incompatibile con il principio maggioritario, e con sistemi che puntano all’aggregazione di maggioranze stabili e precostituite unicamente nella prospettiva di governabilità. Tutto il contrario rispetto alla natura del Consiglio, che dovrebbe sviluppare il proprio indirizzo politico-giudiziario secondo maggioranze non precostituite in blocchi contrapposti, ma legate ai convincimenti personali dei componenti (Gaetano Silvestri).[6]

Il dibattito del nostro seminario ( come già accaduto nell’incontro organizzato a febbraio da AreaDG[7]) ha evidenziato che, per salvaguardare i nostri valori di fondo, come il pluralismo e le minoranze culturali, e dare risposta all’ineludibile questione di democrazia costituita dalla rappresentanza di genere, una possibile soluzione di compromesso è  rappresentata dalla cd. proposta Silvestri. Una proposta che avrebbe anche l’ulteriore vantaggio di garantire un’elezione in prospettiva nazionale, con raggruppamenti per punti di riferimento ideale e non in forza delle scelte predeterminate dei gruppi: un meccanismo che risponde e può essere adattato ad esigenze diverse, consentendo collegamenti fra i candidati, e così mantenendo un ruolo alle aggregazioni per ideali e per visioni, ostacolando la formazione delle cordate elettorali,  promuovendo la rappresentanza di genere con aggregazioni o ripartizione dei seggi, garantendo il ruolo culturale dei gruppi ma anche una maggiore partecipazione dal basso, con la possibilità di promuovere candidature espressione di una capacità di aggregazione manifestata nelle realtà degli uffici. 

Ma il  pluralismo è oggi minacciato non solo dalle proposte di riforme. Il fattore convergente di rischio è rappresentato dalla riconfigurazione del panorama associativo e dalle dinamiche associative attuali, con l’indebolimento di alcune componenti (come quello prodotto dalla scissione interna per Unicost),  che rappresentano ulteriori fattori di spinta verso la polarizzazione e la definitiva esclusione di chi non si omologa a tale processo. 

E uno dei due poli,  AreaDG,  potrebbe oggi scegliere di  assecondare  questo processo promuovendo a sua volta proposte di tipo maggioritario.  Si tratterebbe di una scelta di significativa ridefinizione della sua  identità politica e della sua capacità di dare rappresentanza a tutta la magistratura progressista. 

Il confronto che si è svolto in questi mesi ci consente oggi di riconoscere le opzioni in campo e fare scelte precise, tenendo conto dei rischi e dei pregi di ciascuna soluzione.

 

4. Autogoverno, discrezionalità, carriera.

Molto partecipato è stato anche il seminario che abbiamo organizzato sulla dirigenza, carriera e discrezionalità del CSM[8].

Disponiamo di una base solida e aggiornata di riflessione per le scelte “politiche” necessarie a restituire alla magistratura gli anticorpi contro l’involuzione del carrierismo, contro la corsa alla  carriera ascendente e percorsi che alimentano aspirazioni a proseguire nel cursus honorum, contro un uso della discrezionalità piegato a queste istanze: riaffermiamo il valore che la funzione dirigenziale ha come un servizio per la giurisdizione e solo in quanto servizio per la giurisdizione;  ribadiamo l’importanza  di metodi di selezione che tengano conto della complessità dei compiti che oggi richiede l’organizzazione degli uffici; non dimentichiamo che, come ha scritto Gaetano Silvestri  qualche giorno fa su Questione Giustizia, certe ricette oggi in circolazione, come l’anzianità senza demerito, proposte per porre fine a scandalose spartizioni correntizie, potrebbero riportarci ad altri mali («magistrati pigri e opachi che si riparavano all’ombra del sacro principio dell’indipendenza»)[9]; non dimentichiamo il valore della discrezionalità come strumento essenziale dell’autogoverno per conformare tutte le scelte di amministrazione (e non solo dei dirigenti) alle esigenze della giurisdizione. 

Abbiamo un patrimonio culturale importante al quale attingere. Possiamo e dobbiamo mettere a frutto tutta l’elaborazione politica e culturale che MD  e la rivista Questione Giustizia hanno portato avanti negli anni. 

Non abbiamo scoperto e denunciato oggi i mali del carrierismo, i rischi per l’indipendenza della magistratura legati alla carriera e a quello che Borré chiamava il processo di verticizzazione della magistratura, individuando con straordinaria preveggenza in questo processo, le insidie per l’indipendenza: una tendenziale consonanza fra magistratura e interessi dominanti, determinata da condizionamenti  e autocondizionamenti. 

Non abbiamo scoperto oggi i rischi di un uso distorto della discrezionalità e dell’ arbitrarietà delle scelte discrezionali, di un livello non accettabile delle  motivazioni e dell’attività di rendiconto,  che ha contribuito ad avallare la percezione diffusa di scelte legate a logiche personalistiche e di appartenenza correntizia o territoriale e dunque di una discrezionalità sinonimo di "arbitrio" e di "imprevedibilità". 

Non abbiamo scoperto né denunciato oggi gli effetti di quello che noi abbiamo definito il percorso "interrotto" dell’autoriforma che la magistratura tutta  e il suo circuito di autogoverno non hanno saputo portare avanti proprio in quegli ambiti che avrebbero richiesto la capacità di superare con decisione le controspinte provenienti dalla "corporazione". Un percorso interrotto e in parte "invertito" da "contromisure" messe in campo in questi ambiti e da nuove logiche di "carriera": mi riferisco in particolare alle conferme e alle valutazioni quadriennali di professionalità, di fatto chiuse agli apporti esterni[10], e trasformate in occasioni utili ad arricchire i  fascicoli personali e a precostituire titoli utili per incarichi e percorsi professionali "in ascesa".

Non abbiamo scoperto né denunciato oggi le cadute gravi dell’autogoverno. Lo abbiamo fatto certo con difficoltà. Cercando luoghi forme e occasioni  di ragionamento e di intervento rispetto ad uno spazio "politico" di confronto per MD sempre più ristretto, e in un contesto in cui MD, come soggetto collettivo, non ha più trovato un luogo di stabile interlocuzione sull’autogoverno né quel circuito in cui l’elaborazione collettiva di un gruppo può diventare  apporto culturale sulle linee di azione generale nei luoghi di rappresentanza, e contributo al progetto per la magistratura  e per la giurisdizione che nell’autogoverno e nel dibattito associativo si vuole promuovere. 

Abbiamo tuttavia cercato di dare un contributo alla riflessione, anche promuovendo un confronto aperto sulle decisioni rispetto alle quali l’attività di rendiconto consiliare non è stata a nostro avviso in grado di chiarire  i criteri che hanno guidato  l’ esercizio della discrezionalità (come nel caso della delibera per il rinnovo del comitato direttivo della Scuola superiore della Magistratura, e alcune nomine e proposte per uffici direttivi ). 

La discrezionalità è sinonimo di complessità e di "non infallibilità". Dobbiamo esserne consapevoli. Ma il riconoscimento e il rispetto delle prerogative discrezionali esigono che massimo sia lo sforzo di rendiconto e che l’attività di rendiconto non si appunti sulle singole pratiche ma sia in grado di restituire la complessità e il senso politico delle dinamiche consiliari, la loro evoluzione, e quella dei gruppi al loro interno.  

Crediamo che l’autogoverno sia attitudine al confronto esterno e capacità di accettare una interlocuzione critica. Crediamo che  questo tipo di interlocuzione e di dialettica possa dare forza e credibilità al progetto che si porta al Consiglio e che al Consiglio si intende realizzare.

Anche in questa ultima fase così tormentata che si è aperta per l’autogoverno, abbiamo cercato di tenere fede al nostro ruolo di soggetto collettivo, capace di critica e di autocritica.

Abbiamo ereditato un Consiglio nel quale erano evidenti da tempo i segni dell’etero-direzione e del peso assunto dalla politica esterna, cresciuto nella debolezza della cifra politica dei gruppi che ha favorito nelle ultime consiliature il ruolo di protagonismo  della Vicepresidenza. 

Non lo abbiamo scoperto né denunciato oggi.  E, di fronte alla scelta della politica di optare ancora una volta per una diretta provenienza dai  partiti della  componente laica, questa consapevolezza ha segnato anche la scelta di minoranza di AreaDG sulla Vicepresidenza, all’inizio di questa consiliatura.

Lo scenario svelato dalla indagini di Perugia ci ha messo di  fronte al punto di massima caduta del livello di subalternità raggiunto dall’autogoverno rispetto ai circuiti decisionali esterni. 

Non eravamo tutti all’Hotel Champagne. E dobbiamo essere in grado di rivendicarlo. Perché non  possiamo accettare che la magistratura rinunci a fare  i conti con se stessa, analizzando le  responsabilità, l’origine, il momento,  i luoghi dove le deviazioni e il gravissimo vulnus alla sua indipendenza si sono prodotti. Non possiamo accettare che la magistratura di fatto si autoassolva con una generica accusa a tutti e per tutti,  con  una indistinta condanna che porti poi ad una amnistia generale,  che impedisca ogni distinzione, e che vorrebbe dire rinunciare, anche al nostro interno, ad una analisi seria delle nostre responsabilità.

Ma di fronte alla dimensioni e alla trasversalità che queste degenerazioni hanno dimostrato, alle involuzioni culturali dalle quali noi non siamo rimasti immuni, ai metodi della gestione consociativa alla quale non possiamo dirci estranei,  non possiamo accontentarci  e "cavarcela" con le  rivendicazioni di diversità.

Dobbiamo ripartire dalla consapevolezza che non abbiamo dimostrato di avere i necessari anticorpi culturali rispetto ai veleni prodotti dall’ansia di carriera. E che non siamo stati  in grado di  contrastare e di denunciare l’affermazione nell’autogoverno di logiche di gestione territoriale e personale che hanno preso forza con il venire meno del legame ideale e valoriale con la nostra rappresentanza. 

Una sconfitta  per AreaDG, che  è chiamata ad una  riflessione seria sulle scelte che ha compiuto di sterilizzare il ruolo dei gruppi fondatori nel tener vivo un importante pluralismo interno. E una sconfitta  per MD, la cui forza è sempre stata quella di avere l’ambizione ad  essere voce critica e autocritica.  

Un’ ambizione alla quale è certo difficile tener fede. Ma che negli anni è rimasta viva  perché è rimasto vivo un metodo: quello  del confronto e del ragionamento collettivo. E questo deve continuare ad essere  il punto di forza, la leva per provare a dare il nostro contributo all’impresa immane che ci attende: recuperare al nostro interno il senso autentico dell’impegno associativo come impegno a servizio dei valori della giurisdizione; ricostruire una cultura intorno al principio di eguaglianza  delle funzioni; restituire credibilità alla magistratura all’associazionismo e all’autogoverno.

 


[1] https://www.questionegiustizia.it/articolo/pesi-e-contrappesi_gli-istituti-di-garanzia_04-10-2016.php

[2] http://www.magistraturademocratica.it/articolo/continuando-a-discutere-md-la-crisi-le-proposte_3090.php

[3] Cfr. nota 2

[4] Franco Corleone, Chi demonizza le correnti preferisce la casta, ne Il Manifesto, 07 giugno 2020

[5] https://www.radioradicale.it/scheda/607283/la-riforma-della-legge-elettorale-del-consiglio-superiore-della-magistratura

[6] Consiglio superiore della magistratura e sistema costituzionale, in Questione Giustizia, Rivista trimestrale, n. 4/2017

[7] Qui le conclusioni del seminario: https://www.areadg.it/speciali/riforma-elettorale-csm/

[8] https://www.radioradicale.it/scheda/607563/gli-incarichi-direttivi-e-le-carriere-dei-magistrati

[9] https://www.questionegiustizia.it/articolo/notte-e-nebbia-sulla-magistratura-italiana_12-06-2020.php

[10] E’ di fatto passata sotto silenzio l’ultima delibera approvata dal CSM il 13 maggio 2020, Linee guida per il funzionamento e l’organizzazione dei Consigli Giudiziari e del Consiglio Direttivo della Corte di Cassazione, che rappresenta a mio avviso  un significativo passo indietro rispetto alla nostra posizione e all’esperienza positiva di molti CG sul  diritto di tribuna: al punto II.2.3. si raccomanda: «quanto al cd. diritto di tribuna (scelta di accordare ai componenti laici la facoltà di partecipare alle sedute in composizione ristretta, riconosciuta da alcuni Consigli Giudiziari), appare opportuno che i Consigli Giudiziari effettuino un’attenta valutazione sul riconoscimento dello stesso, attesa l’assenza di un dato normativo primario».

[*]

Il presente scritto riprende e sviluppa le considerazioni svolte nell'intervento di apertura al Consiglio Nazionale di Magistratura democratica del 13 giugno 2020. In ragione di ciò, le valutazioni non comprendono riferimenti ai fatti successivi a tale data ma restano attuali come riflessioni sui temi più generali. 

22/06/2020
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