Magistratura democratica
Magistratura e società

"Un altro Ferragosto"

di Fabrizio Filice
giudice del tribunale di Milano

La recensione al film di Paolo Virzi (2024)

L’ultima lettera a un’umanità alla fine. È questa la definizione che forse più si addice allo splendido e miserabile affresco che un Virzì mai così sfacciatamente intellettuale ci consegna, riprendendo idealmente il filo delle vite dei personaggi di Ferie d’agosto, del 1996.

Ed è da lì che dobbiamo partire, dalla rappresentazione, allora piena di vita e di speranza, delle due eterne Italie, la sinistra e la destra. Lo sguardo del regista, negli anni Novanta, vi si era soffermato con ironia, a tratti con spietatezza, ma senza togliere all’una né all’altra il seme della legittima speranza nel futuro.

Il memorabile scontro che andava in scena tra Sandro Molino (Silvio Orlando), giornalista quarantenne de L’Unità, nel pieno della carriera e della capacità di elaborazione culturale, e Ruggero Mazzalupi (Ennio Fantastichini), romano di borgata nel vivo di un riscatto sociale ed economico dovuto a un buon intuito commerciale e a tanto lavoro, lasciava il segno di due visioni del mondo apparentemente inconciliabili ma in fondo originate dalla stessa forza vitale, che brillava vivida nell’uno quanto nell’altro.

Nella capacità di Sandro di riconnettersi idealmente con Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi, che proprio mentre si trovavano al confino su quella stessa isola in cui lui era in vacanza con la sua famiglia e suoi amici, avevano scritto il celebre Manifesto per una Europa libera e unita. La sua attenzione nel denunciare che il percorso europeo allora in ascesa (la moneta unica sarebbe stata introdotta di lì a pochi anni) ne stava ignorando lo spirito egualitario e profondamente antifascista, e che le classi dirigenti e imprenditoriali erano già troppo lontane da quel progetto politico.

Ma anche nella forza trasformatrice di Ruggero, che non teorizzava la vita, non la studiava, ma la mordeva, lavorando dal mattino alla sera per superare la condizione di marginalità sociale ed economica in cui era nato; accettando compromessi, anche, e senza farsi troppi problemi, perché la questione morale riguardava solo chi se la poteva permettere. Ruggero conduceva in festa una famiglia che gli ruotava intorno quasi stordita da quell’improvviso benessere, che nessuno avrebbe immaginato e che li coglieva impreparati in tutto, senza strumenti di analisi, senza la possibilità di capire cosa stesse davvero accadendo al mondo e a loro.

Adesso, trent’anni dopo, di quella forza vitale che nell’incontro scontro tra i due aveva sprigionato tutta la sua luce, non c’è nemmeno più un’ombra. Ruggero è morto e Sandro sta morendo.

Il figlio di Sandro, Altiero  ̶ con il cui annuncio si chiudeva il primo film, che lasciava Sandro nello stupore e nella gioia di una paternità un po' tardiva ma in fondo attesa e sognata ̶ , è un imprenditore digitale che, congegnando un'app di messaggistica criptata che ha venduto a una cifra stratosferica (e che, qualcuno adombra nel film, ha finito per dare una grossa mano alla criminalità organizzata), è inaspettatamente diventato un giovane bilionaire. Sa che il padre non lo capisce, che non dà alcun valore a quella ricchezza immensa, la guarda anzi con sospetto; sa che aveva sognato altro per lui, e questa consapevolezza sta tutta in quel nome che il padre ha voluto dargli, Altiero, e che lui si porta dietro come una promessa mancata.

Alle soglie dei trent’anni, vedendo che il padre sta morendo, Altiero accetta che il momento che sogna da una vita, quello di una ricomprensione e di una riconciliazione tra padre e figlio, non arriverà mai, e che lui non riuscirà a liberarsi della dimensione del figlio per entrare in quella del padre. Nonostante lo strabiliante successo imprenditoriale, non sarà lui a prendere il timone della nave, non guiderà nessuno da nessuna parte. Così decide di fare a suo padre almeno un ultimo regalo e organizza una vacanza a Ventotene, nella stessa casa di trent’anni prima, con gli stessi amici, o almeno con chi è sopravvissuto.

Dalla parte dei Mazzalupi è invece Sabrina ad avere ereditato, altrettanto inaspettatamente, la missione di trainante economico della famiglia. La figlia complessata di Ruggero, che nel primo film appariva la più impreparata alla scalata sociale, perché sapeva di non essere abbastanza bella né abbastanza intelligente. È stata lei a concludere il primo capitolo del racconto, correndo teneramente al molo per gridare a tutto fiato «Stronzo, ti amo!», verso il traghetto che, alla fine della vacanza, si portava via tutto il clan Molino, tra cui Ivan, l’adolescente di belle speranze figlio di un’amica di Sandro.

La ritroviamo passati i quarant’anni, ancora complessatissima e anche lei imprigionata in quella dimensione di figlia che disperatamente cerca e non trova chi la rassicuri di valere per quello che è. La vita l’ha portata a incontrare Cesare, arrivista borgataro che la nota sui social quando lei pubblica improbabili tutorial di make-up e lifestyle, e intuisce subito la potenzialità commerciale di questa brutta copia di Chiara Ferragni, perché con la sua insicurezza, il suo aspetto tutt’altro che perfetto e la sua goffaggine, è in grado di attirare la simpatia delle tantissime donne che sono stufe di sentirsi umiliate da modelli ai quali non possono aspirare. «Con me nessuna può sentirsi inferiore, questo è sicuro…» ammette Sabrina con semplicità, quando una cronista le chiede il segreto del suo successo social.

Non si accorge che, nei piani di Cesare, lei non è che una delle tante pedine di una scalata sociale e politica che, a differenza di quella inseguita dal padre, non è pensata come familiare ma come esclusivamente individuale. Lui scandisce i tempi delle sue dirette, le dice cosa deve dire, pianifica per lei addirittura una candidatura alle suppletive della Camera, quando lei non è nemmeno in grado di rispondere a una domanda sulla storia di Ventotene e confonde il confino con il confine. Ma Sabrina, soffrendo, lo asseconda comunque in tutto, sperando che lui, almeno lui, le voglia un po’ di bene. E così accetta anche di essere trascinata a Ventotene per il loro matrimonio, deciso da Cesare per farne, manco a dirlo, un chiassoso e pacchiano evento social.

I due clan, la sinistra dei Molino e la destra dei Mazzalupi, hanno ancora qualcosa per cui combattere e combattersi? La risposta è tristemente negativa. Hanno perso entrambe, si sono perse entrambe.

La sinistra dei Molino non è più credibile come guida morale, ha dimostrato negli ultimi trent’anni di non avere la capacità, e soprattutto la volontà, di mettere realmente in pratica gli ideali di egualitarismo e di progresso sociale, al di là delle teorizzazioni e delle pose ideologiche. Non ha mai voluto recidere il proprio legame con il fascino della violenza e del potere, non si è mai davvero opposta alla perpetrazione della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti ed è stata complice del processo di globalizzazione in danno al sud del Mondo e a quella stessa classe operaia che diceva di rappresentare e che, inevitabilmente, le ha voltato le spalle.

E la destra dei Mazzalupi, dopo avere riconquistato il potere dopo un lungo esilio, sembra interessata soltanto a farsene inebriare. Ha preso il palazzo esibendo il simbolo del Movimento sociale e nessuno ha potuto impedirglielo, può rifiutare pubblicamente e senza conseguenze la professione di antifascismo scritta in Costituzione e usare un linguaggio d’odio, violento e discriminatorio, per seppellire quegli ideali di pace, di uguaglianza e di rispetto delle differenze, nei quali non si è mai sentita rappresentata. Inebriata da tutto questo potere, la destra di Cesare sembra dedita solo ad arraffarne il più possibile, a prendersi tutto senza lasciare niente, e senza accorgersi che in questo modo il legame tra politica e bene pubblico è definitivamente spezzato e il loro inebriante banchetto è sempre più prossimo a trasformarsi in una macabra danza funebre.

A capirlo, invece, sono i personaggi secondari, i più interessanti del film, quelli che vivono in una terra di mezzo tra la sinistra dei Molino e la destra dei Mazzalupi. Hanno la capacità di analisi dei primi e il disimpegno e l’avidità dei secondi e, consumati in questo conflitto interiore, non riescono a trovare posto in nessuno dei due schieramenti.

Personaggi come Marisa, una Sabrina Ferilli in stato di grazia, che si ritrova dopo trent’anni e contare le delusioni che si sono susseguite nella sua vita una dopo l’altra, una uguale all’altra e, ormai vinta dall’età e dalla rassegnazione, soffoca quella rabbia interiore che non ha mai trovato sfogo, riducendola a un «Ho sempre avuto un carattere di merda». E mantiene un’espressione vitrea, impassibile, anche quando sull’isola rincontra uno dei tanti uomini che l’ha delusa e si ritrova ad abbracciarlo mentre lui, invecchiato, piange disperato per avere buttato via la sua vita. Lo accoglie, lo abbraccia, ma la sua espressione non cambia.

E soprattutto Daniela, l’ex moglie di Cesare e madre di suo figlio, anche lei accorsa sull’isola ad assistere a quella farsa di matrimonio sperando di guadagnarci qualcosa. Osserva disgustata la volgare avidità dei Mazzalupi e la confusione lunare dei Molino, sino a che esplode e si lascia andare a un monologo potentissimo che racchiude tutto il nucleo teorico del film: non è la destra o la sinistra, è l’umanità ad avere fallito. L’esperienza della specie umana poteva rappresentare la coscienza di Dio sulla Terra, ma l’umanità non ha voluto farlo. Si è fatta corrompere dalla volontà di potere, dal fascino dell’uso della forza, e ha declinato quella enorme responsabilità, così avviandosi all’estinzione. La pandemia, le guerre di nuovo in Europa, le estati a duemila gradi, sono i segni che ormai non c’è più tempo, abbiamo fallito. Il pianeta va incontro ad altre ere, come già ce ne sono state, senza vita sulla Terra. Sarà la catastrofe nucleare, che a furia di essere evocata prima poi verrà davvero, un virus più forte del Covid, un processo di autodistruzione determinato dal cambiamento climatico, o forse un evento estintivo casuale, come quello che pose fine all’era dei dinosauri. Non lo sappiamo, ma in fondo stiamo tutti soltanto aspettando di scoprirlo.

In questa sconfitta generale dell’umanità, destra e sinistra non significano più niente. E infatti lo scontro tra i Molino e i Mazzalupi, che nel primo film si era scatenato perché Ruggero, facendo il bullo con le armi, aveva accidentalmente ferito un migrante sulla spiaggia, in questo secondo capitolo non può che essere, anch’esso, solo una messa in scena.

Per far piacere al padre, Altiero ha fatto ricostruire la copia di un rudere, un muretto che si diceva costruito da Spinelli e Colorni durante la prigionia sull’isola, e dove si diceva che fossero state concepite le prime battute del celebre Manifesto. Un rudere che era stato abbattuto anni prima durante il processo di conversione turistica dell’isola, ma Sandro non se lo ricorda. Così dedica tutte le ultime energie che riesce a strappare al dolore delle metastasi al cervello per scrivere una lettera al Parlamento europeo, per chiedere di preservare quel muretto come patrimonio dell’Europa, chiedendo di conservare e di proteggere qualcosa che in realtà non esiste più.

Quando Cesare fa abbattere il muretto per far posto al banchetto nuziale, gli amici di Sandro chiedono al Maresciallo dell’Isola, che ancora si ricorda i fuochi d’artificio di trent’anni prima, di andare da lui e fargli credere che si occuperà della cosa. E il maresciallo, mosso a pietà per l’anziano morente, va da lui, lo rassicura che ha compreso la gravità del crimine commesso e che avviserà immediatamente la Procura. Fa anche finta di andare a redarguire i Mazzalupi, chiedendo loro di esibire permessi e licenze che ovviamente non ha alcuna intenzione di controllare.

L’unica luce del film è il nipotino di Sandro, Tito, l’unico che riesce a comunicare con lui. Lo segue nelle sue lente e stentate passeggiate sull’isola, ascolta con reale interesse i racconti del confino di Ventotene, lo aiuta a scrivere la lettera al Parlamento europeo suggerendogli le parole giuste quando Sandro, a causa delle lesioni cerebrali, resta bloccato. E quando scopre che il muretto in realtà non esiste, rimprovera gli adulti di quello scherzo crudele, non importa se fatto in buona fede: «Non è bello che lo prendiate in giro in questo modo». Il bambino diventa il maestro in questa memorabile scena, e mette gli adulti di fronte alla verità del loro generale fallimento. Il bambino nella cui anima ancora non corrotta brilla un Atman, una scintilla divina che è presente in ogni anima umana e che l’ego, il potere, l’arroganza e l’avidità finiscono per oscurare del tutto nella maggior parte delle persone. Ma nel bambino brilla ancora, e non può essere che lui ad accompagnare Sandro negli ultimi giorni della sua vita, verso il grande salto nell’ignoto.

Nelle visioni che ormai lo tormentano e che riesce sempre meno a distinguere dalla realtà, Sandro immagina di parlare con Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, proprio lì, a Ventotene. E sono loro, infine, a dirgli la cosa più dura da accettare, quella che il suo inconscio ha cercato di nascondere sino a che la lucidità glielo ha permesso: se non hai imparato a vivere, a divertirti, a volere bene autenticamente a qualcun altro, a innamorarti della bellezza del mondo e del prossimo, inteso non come un soggetto astratto ma come una persona in carne e ossa, allora nessuna battaglia politica ha senso. In assenza di queste precondizioni, ogni battaglia per rendere il mondo un posto migliore è irrimediabilmente destinata all’eterogenesi dei fini.

Ma quando Sandro, stupito e quasi illuminato, ascolta le proiezioni del suo inconscio pronunciare, attraverso l’immagine di Ernesto, Altiero e Ursula, i suoi eroi, queste parole, non può fare più niente, è troppo tardi. Non può che alzare le spalle, è andata così. E nel lasciarsi andare del tutto alla visione, prendendo definitivamente commiato dalla vita, sale con loro sulla barca che, finita la prigionia, li porta via dall’isola e si lascia tutto alle spalle, «Non ci prendono più!».

Mentre la barca, quella vera, porta via d’urgenza il corpo ormai esanime di Sandro nel disperato tentativo di raggiungere un ospedale, è l’alba, sull’isola. E la barca sembra puntare dritto all’illusione ottica dell’orizzonte dal quale sorge il sole.

Qui la citazione del finale di Morte a Venezia è quasi esplicita:

«A lui però parve che il soave psicagogo laggiù gli sorridesse, gli facesse un cenno, che, staccando la mano dal fianco, gli indicasse lontano, che volando lo precedesse in quell’infinità ricca di promesse. E, come tante volte aveva fatto, volle alzarsi e seguirlo. Passarono alcuni minuti; finalmente qualcuno accorse in aiuto dell’uomo che s’era accasciato, riverso al lato della poltrona. Lo trasportarono in camera sua. E quello stesso giorno il mondo apprese, commosso e riverente, la notizia della sua morte». 

Sono proprio le immortali parole di Thomas Mann a venire in mente, come un sottotitolo non scritto ma chiaramente invocato, mentre la scena si chiude sul molo di Ventotene, questa volta deserto e senza nessuno rimasto a gridare «Ti amo».

16/03/2024
Altri articoli di Fabrizio Filice
Se ti piace questo articolo e trovi interessante la nostra rivista, iscriviti alla newsletter per ricevere gli aggiornamenti sulle nuove pubblicazioni.
"Un altro Ferragosto"

La recensione al film di Paolo Virzi (2024)

16/03/2024