Magistratura democratica
Controcanto

Processi e informazione. Orlando: «Prima la bonifica dei provvedimenti e solo dopo accesso aperto anche ai giornalisti»

di Donatella Stasio
Giornalista
A colloquio con il Ministro della giustizia, contrario a recepire la proposta Pignatone-Cantone-Malavenda contro il “mercato nero” della notizia prima che tra i magistrati si sia radicata una cultura di «adeguatezza della motivazione» dei provvedimenti. Sulle intercettazioni non verrà nominata una Commissione ministeriale

Non c’è lo spazio politico per liberalizzare l’accesso agli atti giudiziari non più segreti, fin dal loro deposito, consentendo anche ai giornalisti di chiederne copia e mettendo così fine al “mercato nero” della notizia. Ad escluderlo è il Ministro della giustizia Andrea Orlando, secondo cui l’esercizio della delega sulle intercettazioni comunque non sarebbe il «luogo» dove discutere di questo tema. Che potrà essere affrontato in futuro ma limitatamente ai provvedimenti – non anche agli atti di indagine – e sempre che nel frattempo i magistrati sviluppino una «cultura di adeguatezza della motivazione rispetto alla specifica funzione processuale di ogni singolo atto processuale».

Orlando, dunque, non raccoglie la proposta, condivisa da molti magistrati e giuristi, di consentire ai giornalisti l’accesso diretto agli atti giudiziari già depositati e depurati di ciò che riguarda la vita privata delle persone [1]. A sostenerla, ormai da anni, il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone e via via anche altri suoi colleghi, come il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. Recentemente è stata rilanciata dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone nonché dall’avvocatessa Caterina Malavenda. Tutti d’accordo che il “mercato nero” degli atti giudiziari non giova alla correttezza dell’informazione e nemmeno alla tutela della privacy. Il (finto) “proibizionismo”, infatti, aumenta il rischio che la fonte della notizia possa essere interessata e, perciò, parziale, dando luogo a sua volta a una visione parziale della vicenda processuale e quindi a un’informazione anch’essa parziale, in alcuni casi persino strumentale e perciò distorta. Al contrario, la liberalizzazione dell’accesso agli atti non più segreti elimina in radice il passaggio – o la presunta dipendenza – dalle fonti più o meno interessate, responsabilizzando sia la magistratura nella redazione dei provvedimenti e nella selezione degli atti da allegare, sia i giornalisti, posti tutti sullo stesso piano di fronte alle carte depositate e “costretti” a fare i conti con l’oggettività di quelle carte, oltre che con i doveri deontologici sulla pubblicazione del solo materiale di interesse pubblico. Inoltre, indagati, testimoni, vittime sarebbero più tutelati nella loro dignità di persone da un sistema di regole trasparenti piuttosto che da brandelli di notizie sfuggite al (finto) proibizionismo.

Tanto per fare un esempio: all’indomani della sentenza su «Mafia-capitale» c’è chi ha accusato alcuni giornalisti di essere stati «i pappagalli dei magistrati» e di aver perciò raccontato una realtà parziale, se non addirittura «inventata», poi smentita dal tribunale. Ciò in quanto i magistrati usano da sempre «l’esca» delle carte e da sempre i giornalisti «abboccano». Ebbene, ammesso, e non concesso, che nella fattispecie di «Mafia-capitale» sia davvero andata così, questo rischio verrebbe eliminato dalla liberalizzazione dell’accesso agli atti depositati e al tempo stesso farebbe venir meno argomenti spesso strumentali o solo polemici nel dibattito pubblico su vicende giudiziarie complesse.

L’esercizio della delega sulle intercettazioni avrebbe potuto essere l’occasione per inserire anche la modifica legislativa? Forse sì, visto che la lettera c) del comma 84 della legge fa riferimento ai principi sanciti dalla Corte di Strasburgo sulla libertà di stampa e sul diritto all’informazione. In ogni caso, visto che l’esercizio della delega dovrebbe portare a una limitazione dell’accesso delle parti agli atti allegati, parallelamente ad esso il legislatore avrebbe comunque potuto introdurre – anche come segnale politico di bilanciamento – una norma di “apertura” ai giornalisti, quanto meno rispetto ai provvedimenti depositati (come le ordinanze di custodia cautelare).

Tutto ciò, ovviamente, in presenza di una precisa volontà politica in tal senso, disposta cioè a recepire quel che diversi magistrati e giuristi ritengono un passaggio utile e necessario per tutelare meglio la trasparenza e la correttezza dell’informazione.

Perciò abbiamo chiesto a Orlando se ci sia questa volontà politica e, quindi, anche lo spazio per una conseguente modifica legislativa. Che, secondo Malavenda, sarebbe molto semplice poiché già il comma 7 dell’articolo 114 del Codice di procedura penale consente la pubblicazione del contenuto degli atti non segreti, siccome noti all’indagato: «Basterebbe aggiungere – spiega Malavenda – che, a tal fine, il giornalista può averne copia dai competenti uffici, al pari delle altre parti interessate».

Ma Orlando esclude questa prospettiva.

In linea di principio dice di non essere contrario; in concreto ritiene che i tempi non siano ancora maturi per un salto del genere. Che perciò “rimanda” a un “poi” indeterminato, temporalmente e politicamente. O meglio: a un “poi” nel quale gli atti giudiziari avranno cambiato fisionomia grazie alla “bonifica” di tutto il superfluo rispetto alla loro specifica funzione processuale.

«Se, per effetto della bonifica, gli atti giudiziari avranno effettivamente cambiato fisionomia, allora si può fare – ci dice il Ministro – ma questa è la conclusione di un percorso, non certo l’inizio. Nel senso che la divulgazione degli atti non può diventare la spinta per la bonifica, per un self restraint dei magistrati. Soltanto quando conosci la tipologia degli atti che produci – chiosa Orlando – puoi porti il problema della loro accessibilità anche da parte dei giornalisti».

Peraltro, la redazione di atti più corrispondenti alla loro specifica funzione, con riferimento alla fase processuale e allo scopo cui sono diretti, secondo il Ministro dovrebbe essere il riflesso di una «radicata cultura della comunicazione» tra i magistrati. Che va introdotta e coltivata. A tal fine, il Guardasigilli si sta muovendo anche con apposite Commissioni ministeriali.

Due hanno già lavorato. E partendo dalla necessità di dar corpo al principio della sinteticità degli atti, hanno riflettuto – per quanto riguarda il giudizio di cassazione e quello d’appello – sulle regole, sui metodi e sulle prassi necessarie per diffondere e consolidare una cultura della motivazione dei provvedimenti attenta alla natura di ciascuno di essi, funzionale a una più razionale gestione dei procedimenti ma al tempo stesso rispettosa del principio costituzionale dell’obbligo di motivazione.

«Occorre ora affrontare il problema della motivazione dei provvedimenti nel giudizio di primo grado» – osserva Orlando – «e questa potrà essere l’occasione, per la nuova Commissione, di affrontare direttamente il tema della appropriatezza della motivazione rispetto alla natura e alla funzione dell’atto».

Certo, i documenti prodotti dalle Commissioni ministeriali non sono vincolanti, a differenza delle norme che usciranno dall’esercizio della delega sulle intercettazioni e sulle quali c’è l’apprensione delle Procure della Repubblica, preoccupate che con la “bonifica” delle intercettazioni per via legislativa, in conseguenza dell’appesantimento degli obblighi di vaglio, selezione e depurazione gravanti sui pm, non resti più nulla di utile né per l’accertamento delle responsabilità né tanto meno per il diritto di cronaca.

Di qui l’attesa per lo schema di decreto legislativo, che dev’essere pronto entro il 4 novembre.

A differenza dell’Ordinamento penitenziario – per il quale è stato già firmato il decreto istitutivo di un’apposita Commissione – non sembra che il Ministro intenda istituire un’analoga Commissione per le intercettazioni, ancorché a suo tempo annunciata, preferendo invece puntare su forme più snelle di coinvolgimento di esperti e operatori. Si vocifera infatti che al Ministero abbiano già le idee molto chiare sullo schema di decreto legislativo da adottare. Che quindi potrebbe vedere la luce molto presto (la delega entra in vigore il 4 agosto).

Quel che appare certo fin d’ora è che in quello schema non ci sarà posto per una norma sull’accesso diretto dei giornalisti ai provvedimenti depositati, meno che mai agli atti, nel timore che – allo stato – i rischi per la privacy e anche per le indagini siano troppo alti e non bilanciati dagli interessi dell’informazione.

 Donatella Stasio



[1] D. Stasio, Intercettazioni (e non solo): la sfida dell’accesso diretto dei giornalisti agli atti depositati non più segreti, in Controcanto, Questione Giustizia on-line, 6 luglio 2017, http://www.questionegiustizia.it/articolo/intercettazioni_e-non-solo_la-sfida-dell-accesso-diretto-dei-giornalisti-agli-atti-depositati-non-piu-segreti_06-07-2017.php

25/07/2017
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