Magistratura democratica
Magistratura e società

Bruno Borghi, prete operaio. Una storia di vita, dentro un pezzo di storia

di Rita Sanlorenzo
sostituto procuratore generale presso la Corte di cassazione, vicedirettrice di Questione Giustizia

Intervista a Beniamino Deidda, autore del libro Basta un uomo. Bruno Borghi. Una vita senza padroni, Firenze, 2021, con prefazione di Tomaso Montanari

Dobbiamo a Beniamino Deidda, cinquant’anni in magistratura fino al 2013, da ultimo come Procuratore Generale della Corte d’appello di Firenze, da sempre di Magistratura democratica, già Direttore di questa Rivista, la biografia di Bruno Borghi, sacerdote prima, poi solo cristiano, impegnato nel lavoro in fabbrica come operaio, nelle lotte a sostegno dei disabili e come volontario nelle carceri, per molti anni rivoluzionario in Nicaragua, teatro della rivoluzione sandinista.

Un racconto forte e vibrante, illuminato dalle passioni di quest’uomo «completamente fuori dall’orizzonte di valori di questo nostro tempo» come scrive nella prefazione Tomaso Montanari, passioni così autentiche e sentite da indurlo a compiere coraggiosamente, per tutta la sua vita, scelte di vita radicali e coerenti, sempre fuori dal sistema (a partire da quello della Chiesa). Beniamino Deidda ci parla dunque di un amico, vero, stretto, caro, ed anche di un maestro, capace di ispirarne e sorreggerne l’impegno sociale a tutela dei più deboli, ed a consentirgli uno sguardo critico sul corpo burocratico della magistratura a cui pure Beniamino apparteneva. Ma ci parla soprattutto di un’epoca, così lontana da questa nostra, sprofondata nel conformismo e nell’individualismo, in cui invece ciò che segna le esistenze (e quella di Borghi in particolare) è lo slancio etico che trova sempre ragioni per contestare il potere, e la legge, per opporsi alle verità precostituite, nel nome della necessità di costruire una solidarietà universale in grado di riscattare i più deboli e emarginati: nella sua concezione, secondo quello che comportava l’adesione alla dottrina evangelica,  nella sua accezione più assoluta e radicale.

Abbiamo chiesto a Beniamino di spiegarci il significato di questa sua testimonianza.

 

Innanzitutto, dovresti spiegare ai lettori le ragioni per cui hai deciso di scrivere un libro su Bruno Borghi.  Ci sono chiaramente motivi di carattere personale, visto lo stretto legame che vi ha unito per molti anni. Ma forse ve ne sono anche altri…

Ci sono certamente anche ragioni di carattere personale che hanno pure una loro importanza. Io ho un debito col Borghi, se non altro perché la sua vicenda ha molto influenzato il modo di vivere il mio lavoro di magistrato. Devo anche dire che, non avendo avuto in gioventù maestri di particolare valore, solo da adulto mi sono infine trovato ad averne uno straordinario che, paradossalmente, non aveva alcuna intenzione di essere maestro di nessuno.

 

Che cosa può trasmettere ad un contemporaneo, e soprattutto ad un giovane dei nostri giorni, la storia di un prete operaio che vive la propria missione come un porsi “contro”, secondo una scelta di conflitto e di contestazione del potere costituito?

Voglio ricordare che al Borghi non piaceva la definizione di ‘prete operaio’, anche se sapeva benissimo di essere stato il primo prete italiano a metter piede in una grande fabbrica com’era il “Pignone” fiorentino. Ma gli pareva che l’essere prete fosse un privilegio che in qualche modo oscurava il suo desiderio di trovarsi nella stessa condizione di sfruttamento in cui si trovavano gli operai. La sua, per tutta la vita, è stata una battaglia laica, di grande significato per tutti coloro che volevano cambiare le cose e soprattutto per tutti i lavoratori. E conserva una straordinaria attualità anche oggi, in un tempo in cui la classe operaia sembra scomparsa. Anzi, soprattutto oggi, in un periodo nel quale la lotta di classe sembra dimenticata, mi pare particolarmente attuale la sua proposta di conflitto sociale e di contestazione permanente: nella politica, nel sindacato e nella vita civile.

 

Leggendo le pagine della tua biografia di don Borghi, si tocca con mano la profonda influenza che ebbe la sua figura sulle tue scelte, non solo politiche, ma anche personali. Eppure, don Borghi non era una persona di molte parole, dall’eloquio o dalla scrittura particolarmente ricca e accattivante (inevitabile il confronto con don Milani, suo grande amico ma diverso da lui per origini e per formazione culturale). Fu la sua coerenza estrema a colpirti in tale misura? E’ stata la sua, a tuo avviso, un’esistenza “esemplare”, capace oggi di sprigionare lo stesso fascino, la stessa forza attrattiva?

Certo, ci colpiva allora la sua coerenza estrema in tutto quel che faceva. Ma credo che ci colpirebbe ancora di più in questi giorni così disabituati alla coerenza. Paradossalmente, diversamente da Lorenzo Milani che affidava alla parola il suo messaggio profondo, in Bruno Borghi proprio la stringatezza della parola, parlata e scritta, rafforzava il messaggio. Di lui mi sono rimasti i gesti e forse anche poche parole asciutte e senza retorica, capaci di essere forti come un gesto. Questa caratteristica, come ho detto, colpisce oggi molto più di ieri, forse perché in questo nostro tempo siamo abituati, nella politica come nella vita di ogni giorno, a tante parole vane, all’incoerenza disinvolta, a tanta gente che blatera su tutto e sul contrario di tutto.

 

Torniamo all’epoca in cui Bruno Borghi svolse il suo ministero, scegliendo di dividere la sua missione tra la chiesa e la fabbrica. Stiamo parlando di un’epoca molto lontana dal presente, in cui non solo non ci sono più preti operai, ma sembra (almeno stando a quella che è la rappresentazione mediatica) che non vi siano neppure più gli operai. Ora che mancano i luoghi fisici, oltre che politici, dell’aggregazione dei lavoratori, quale può essere un messaggio di attualizzazione dei suoi insegnamenti?

Sì, è vero, oggi sembra che non ci siano più i preti operai, e gli stessi operai sembrano diventati invisibili. Ci si accorge di loro solo quando vengono licenziati in massa, come capita sempre più spesso, ma non occupano più il centro della scena politica e sindacale. Anche i preti operai ci sono, anzi sono assai più numerosi di prima. Ma nessun Papa e nessun Cardinale di curia oggi penserebbe di vietare un’esperienza che ormai è stata assorbita senza traumi dalla Chiesa cattolica.

Al tempo di Bruno Borghi era diverso. Ma soprattutto è stato diverso per il Borghi, la cui esperienza è stata per molti versi unica, se confrontata con quella degli altri preti operai. Il Borghi non si è, come potrebbe sembrare, “diviso tra la Chiesa e la fabbrica”. Il suo modo di servire la Chiesa è stato quello di farsi operaio. E quando il Vaticano gliel’ha proibito ha sostenuto le lotte operaie dall’esterno; infine ha deciso di disobbedire alla Curia e si è fatto assumere alla ditta Gover di Firenze. Dopo otto anni di lavoro, costretto a dimettersi, è tornato a fare il contadino e poi è andato in Nicaragua a lottare per la rivoluzione sandinista. Una vita dunque dedicata alla lotta, nella convinzione che un giorno vincerà «la forza dei poveri del Vangelo», come diceva Bruno.

 

Una vita per gli ultimi: è chiara la sua scelta di fede, dopo la fabbrica, il carcere, la realtà dei disabili, infine la rivoluzione del Nicaragua. L’abbandono della Chiesa, visti anche i contrasti e le reazioni suscitate, marca in qualche modo il significato più profondo del destino che don Borghi aveva scelto per sé, e che insegue anche se questo lo porta ad abbandonare i voti. Di nuovo una prova di coerenza estrema, non alla portata della comprensione di tutti.

Credo che tu abbia ragione: il cammino del Borghi, seppure così limpidamente coerente, non sempre è stato compreso da tutti. Certo è facile intravvedere una fede robusta nella scelta della fabbrica come il luogo ideale del suo ministero di sacerdote, cosi come nella scelta di privilegiare i carcerati, i disabili o i campesinos della rivoluzione sandinista. Ma per molti è stato difficile capire che c’è la medesima fede anche nella decisione di dimettersi da parroco. Nel motivare le sue dimissioni all’Arcivescovo scrive: «il motivo della decisione è prima di tutto la convinzione che l’attuale condizione di parroco è in contrasto con la mia decisione di essere operaio». Era dunque una scelta di campo perfettamente coerente col Vangelo: vivere con i compagni di fabbrica ciò che non si poteva vivere dentro la Chiesa-istituzione. Ritrovava nei compagni operai i poveri del Vangelo che, a suo giudizio, la Chiesa aveva abbandonato. Se posso usare un paradosso, direi che nella sua eroica coerenza non era il Borghi ad avere abbandonato la Chiesa. Era la Chiesa semmai che aveva abbandonato il Borghi e la sua fedeltà al Vangelo.

 

Oggi le parole di papa Bergoglio sono tra le poche che stanno dalla parte degli umili. Tu credi che Bruno Borghi ci si sarebbe ritrovato?

Penso proprio di sì, anche se questo non significa che si sarebbe riconosciuto in tutte le manifestazioni del pensiero di Francesco. E ancor meno della Curia Romana. Ma il Borghi, che aveva un acuto senso della storia, avrebbe certamente apprezzato il coraggio del Papa che predica l’uguaglianza e rivendica la dignità dei più poveri in un mondo in cui crescono le diseguaglianze e nel quale non si levano più le proteste dei partiti della sinistra, convertiti alle logiche del profitto e del liberalismo economico. Poi certo avrebbe mantenuto fermi tutti i suoi giudizi, che si alimentavano di un profondo spirito laico, nelle materie nelle quali la Chiesa appare più indietro: sui temi del fine-vita, sulla valorizzazione delle donne nella Chiesa, ecc.

 

Tu dedichi un lungo capitolo dei libro a «Bruno Borghi e la giustizia». Quali sono stati i suoi rapporti con i giudici e la giustizia?

I rapporti di Bruno Borghi con la giustizia sono stati complessi e sono convinto che da essi noi magistrati potremmo trarre qualche utile lezione. Certo non considerava i magistrati come compagni di strada. Quando l’ho conosciuto nel 1966 si guardava bene dal considerarmi come una persona cui si poteva dare qualche confidenza. Per lui, come per don Milani, anzi ben prima di don Milani, io ero un intellettuale e per di più un magistrato, molto in basso cioè nella sua scala sociale, in cima alla quale erano i contadini e gli operai. Ma questo riguardava il suo “giudizio politico”. Sul piano umano era diverso: stava ad ascoltare i miei problemi e quelli della giustizia, con una partecipazione e un calore straordinario.

 

Nei suoi rapporti con la giustizia don Borghi non cerca accomodamenti, né resipiscenze. Va dritto verso quello che ritiene di dover fare. Quale scopo perseguiva nelle sue partecipazioni ai processi?

Il suo giudizio politico sull’operato della magistratura non era tenero. Durante i processi ha detto più volte ai giudici che essi erano parte di un sistema che oggettivamente era fondato sull’oppressione e sullo sfruttamento delle classi più povere. Ma questo non lo teneva lontano dalle aule di giustizia tutte le volte che si poteva ricorrere al giudice. Era il suo modo di far emergere le contraddizioni di una giustizia che, secondo la Costituzione, dovrebbe rimuovere i numerosi ostacoli che si frappongono all’eguaglianza dei cittadini e alla loro partecipazione alla vita del paese e invece, di fatto, puntella una società ingiusta. Ricordo, ad esempio, che quando fu licenziato dalla Gover per motivi sindacali, il giudice del lavoro dichiarò nullo il licenziamento. Ma lo fece dopo due anni e don Borghi scrisse subito una lettera ai compagni di lavoro sostenendo che una sentenza favorevole che arriva dopo due anni non può essere giusta: quale operaio con la sua famiglia potrebbe resistere due anni senza stipendio? Per avere diffuso questa lettera si prese una denunzia per vilipendio della magistratura.

 

Quello che trovo particolarmente affascinante, in questo ritratto, è la riproposizione del conflitto, ricorrente, tra la libertà del singolo che risponde solo all’etica personale, e l’accettazione di regole su cui si fonda la convivenza comune.

Intanto vorrei dire che il Borghi non rifiutava e non intendeva sottrarsi alle comuni norme che regolano la convivenza: le contestava solo quando erano in contrasto con i valori fondamentali della democrazia costituzionale. Era instancabile nel denunziare le contraddizioni tra le leggi ingiuste e la Costituzione e lo faceva stando sempre dalla parte dei più deboli. Questa contestazione, che veniva da uno che conduceva la stessa vita dei più svantaggiati, è stata una spina nel fianco della Curia. Ma non era gradita neppure a chi esercitava il potere nella società civile. Che ci fosse al potere la DC (anche quella di La Pira!) o il PCI non faceva differenza: la sua battaglia per l’uguaglianza dei diseguali non si fermava.

 

La complessa vicenda dei rapporti del Borghi con la giustizia (le cause di lavoro, i processi per vilipendio ecc.) pone, o dovrebbe porre, a noi magistrati in particolare, più di un dubbio a proposito della capacità della giustizia di saper discernere e sanzionare solo là dove occorre. Tu, dopo una lunga carriera di magistrato penale, cosa pensi in proposito?

Era molto attento alle posizioni e alla giurisprudenza dei singoli giudici. Del resto a metà degli anni ’60 accettava la mia compagnia solo perché aveva saputo che insieme a Marco Ramat e pochi altri avevamo costituito un gruppo di MD in Toscana e conosceva le posizioni che prendevamo pubblicamente. E poi ci metteva continuamente alla prova. Ricordo che, quando scrisse ai compagni la lettera che metteva in luce il ritardo della sentenza che lo riassumeva in fabbrica, mi propose di diffonderla insieme a lui nell’atrio della Corte d’Appello fiorentina. Non si era mai visto prima un giudice che facesse volantinaggio. Era la rottura della sacralità della casta: e infatti il Procuratore Generale ci denunziò entrambi per vilipendio della magistratura.

E durante il processo che si celebrò a Bologna, nella sua autodifesa, rivolto ai giudici, disegnò il profilo di ciò che per lui dovrebbe essere il giudice in una democrazia costituzionale, impartendo a tutti noi una lezione che è difficile dimenticare: «E anche voi siete obbligati a scegliere tra il potere e il popolo. O scegliete il potere che permette ai padroni di disporre della vita di altri uomini, di sfruttarli, di affamarli, di licenziarli: cioè la manifestazione più propria del capitalismo che opprime in Italia, tortura in Brasile, distrugge i popoli in Asia, fa morire milioni di uomini in tutto il mondo. Oppure scegliete a favore della lotta per un nuovo potere che sale dai luoghi stessi dove avviene lo scontro: la fabbrica, il carcere, i campi, le scuole. L’unico potere che potrà farvi sentire nuovamente la nobiltà di essere Giudici, cioè garanzia degli oppressi».

19/03/2022
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