Magistratura democratica
Magistratura e società

I 40 anni di un “tribunale d’opinione” tra diritti dei popoli, economia globale, disuguaglianze “di sistema” e istituzioni internazionali

Luigi Marini
magistrato e segretario generale della Corte di cassazione

Recensione a Tribunale Permanente dei Popoli, Diritti dei Popoli e disuguaglianze globali, Altra economia, Milano 2020.

La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnologia....  L’ambiente è uno di quei beni che i meccanismi del mercato non sono in grado di difendere e di promuovere adeguatamente. Ancora una volta conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese e degli individui.

 

1.  L’applauso che si levò dal pubblico al termine della settima e conclusiva sessione del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) tenuta a Bogotá fu un atto liberatorio e, insieme, il riconoscimento che qualcosa di politicamente grande era avvenuto. Per la prima volta, le persone che assistevano ai lavori del Tribunale ebbero la prova che la loro voce poteva essere ascoltata e che la loro vita contava[1].

Anche i destinatari delle critiche contenute nelle sessioni e nella decisione del Tribunale non poterono giudicare questo evento di scarso rilievo. Avrebbero certamente rifiutato le conseguenze del verdetto e non avrebbero modificato di molto le logiche del proprio agire, ma il velo su quanto avevano fatto e sulle sue conseguenze era caduto e un organo internazionale indipendente aveva registrato le voci delle vittime e degli esclusi, presentando pubblicamente quella che oggi diremmo una “narrazione alternativa” ai racconti ufficiali e alla disinformazione diffusa dentro e fuori le singole nazioni.

2. Sono state scritte molte pagine importanti sul Tribunale Permanente dei Popoli, che ne illustrano la genesi, gli scopi e la metodologia di lavoro[2], a partire dal suo radicamento nella Carta di Algeri, intitolata Dichiarazione Universale dei Diritti dei Popoli, del 4 luglio 1976. Ma il volume edito da Altra economia nel giugno di quest’anno merita una collocazione particolare sia per l’autore sia per l’approccio che si è inteso adottare.

«L’autore reale di questo libro non è una persona. È invece un “soggetto narrante collettivo” molto particolare: sono i tanti popoli che, lungo quarant’anni e un po’ da tutti i continenti ... hanno riconosciuto il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) come l’istituzione, il tempo, lo strumento per raccontare la propria storia in momenti particolarmente critici». Così si apre la Premessa al volume, che segue la Prefazione di Franco Ippolito, già presidente del TPP ed oggi presidente della Fondazione Basso. Del resto, l’Editore stesso indica come Autore proprio il TPP, precisando che, ove non indicato, i capitoli sono a cura di Simona Fraudatario e Gianni Tognoni.

Ho voluto spendere qualche parola su questo perché davvero il volume rappresenta il frutto di un lavoro collettivo iniziato quarant’anni fa con la costituzione ufficiale del tribunale avvenuta a Bologna il 24 giugno 1979 e protrattosi lungo le sue 47 sessioni e le sue sentenze.

Quanto all’approccio adottato, sono gli aspetti (macro)economici e il loro impatto sulla vita reale dei popoli e delle persone a costituire il filo conduttore dell’intero racconto e a guidare la selezione dei materiali, ivi inclusi l’intervento che Julio Cortázar fece in occasione della cerimonia istitutiva del TPP nel 1979 e lo scritto di Edoardo Galeano del settembre 1988 dedicato a “Don Dinero”[3], nonché il saggio originale dell’economista Roberto Schiattarella, che chiude il volume.

3. Certo, la scelta di affrontare il tema complesso del rapporto fra globalizzazione economica e diritti dei popoli non è di poco momento in questa precisa fase storica, che in Italia e in molte parti del mondo vede crescere spinte populiste accompagnate da analisi e soluzioni che avvertiamo come pericolose per la democrazia. I rischi connessi alla relazione fra centralità del popolo e populismo erano ben presenti anche quarant’anni fa e ne troviamo traccia importante nelle parole di Julio Cortázar. Nel ricordare che secondo la Dichiarazione di Algeri ogni popolo ha diritto al rispetto della propria «identità nazionale e culturale», egli si premura di affermare che prima ancora quei popoli devono avere «una coscienza chiara di quello che significa la loro identità nazionale, che non ha niente a che vedere con i nazionalismi a buon mercato che vengono loro iniettati giornalmente dai regimi che li opprimono»; e lo stesso dicasi per la loro identità culturale. Certo, la prospettiva di Cortázar era diversa da quella che a oltre quarant’anni di distanza caratterizza il dibattito politico nel nostro e in altri Paesi, ma costituisce un richiamo importante che trova eco nelle decisioni che il TPP ha emesso, ad esempio, con riferimento all’azione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale e alle grandi opere, i cui dispositivi sono riportati alle pagine 50 e 150 del volume. 

In particolare, la delicatezza del rapporto fra economia globale, istituzioni internazionali e diritti dei popoli emerge in tutta la sua portata allorché si qualifica come centrale la “libertà (di ogni popolo) di decidere” il proprio destino. Sarebbe sbagliato guardare con sospetto ai richiami a tale libertà solo perché alcuni leader occidentali ne fanno un uso strumentale ai fini di consenso e per delegittimare le organizzazioni democratiche sovranazionali. Non dobbiamo, infatti, dimenticare che ancora oggi il diritto all’autodeterminazione e il richiamo alla identità nazionale vengono utilizzati dai regimi autoritari o oligarchici di tutto il mondo come strumento di propria legittimazione a fronte delle critiche che subiscono e come giustificazione per la repressione del dissenso interno. 

La definizione dei concetti di popolo, nazione e stato è questione da sempre complessa e perfino scivolosa. È bene, allora, ricordare che il lavoro del TPP si fonda sul concetto di popolo adottato nella Dichiarazione di Algeri, sulla cui applicazione in altri e diversi contesti occorre muoversi con prudenza, anche tenendo conto dei profondi mutamenti del quadro internazionale occorsi nel frattempo[4].  

Mi sembra che oggi più che mai, nell’epoca dei nuovi sistemi di comunicazione di massa, possa condividersi il pensiero di Luigi Ferrajoli quando invita a guardare con profondo senso critico alla visione organicistica della nozione di popolo, qualificato come un corpo unitario, dotato di valori e volontà comuni, e come tale soggetto fondante la legittimazione dei governanti[5]. Questa visione, facilmente utilizzabile per invocare un rapporto diretto fra popolo e governanti ed ostile a tutti i corpi intermedi (partiti politici inclusi), ha costituito il fondamento di dittature e regimi autoritari e porta con sé il germe della negazione delle differenze e della dialettica politica; certamente essa non coincide con la visione di popolo presente nella Carta delle Nazioni Unite. Per altro verso, non può negarsi che il diritto internazionale è costruito come diritto di Stati sovrani, che consente ancora oggi ai regimi autarchici di opporsi a che ai lavori dell’ONU e delle sue varie articolazioni partecipino rappresentanze del popolo a loro non gradite, quali ONG, associazioni e voci indipendenti[6].

Ma è evidente che la Carta di Algeri guarda ai diritti e ai bisogni di quei popoli che tanti governanti, nazionali e internazionali, considerano semplici oggetto delle loro politiche, tanto da commettere quei crimini “di sistema” più volte richiamati nel corso de volume. In tutti i casi in cui i governanti negano in modo sistematico i diritti individuali e sociali di una parte del corpo sociale, rompono la dialettica, noi diremmo democratica, che fa del popolo un soggetto attivo e partecipe e, con questo, spezzano il legame fra popolo e Stato che legittima quest’ultimo a rappresentare la collettività nel suo insieme. E qui torniamo al nesso tra diritti dei singoli e diritti dei popoli accolta nella Carta di Algeri, un nesso che recide alla radice ogni connotazione populista e autoritaria. 

Tuttavia, come ben si comprende, siamo in presenza di questioni tutt’affatto risolte sul piano dottrinario, politico e giuridico, che comunque la lettura del testo edito dal TPP ha il merito di sollevare partendo dalla vita reale delle popolazioni che non hanno voce.

3. L’importanza di un “tribunale d’opinione” non è venuta meno in questi decenni e la sua formula ha mostrato la forza di un’intuizione nata sulla scia del lavoro delle due sessioni del Tribunale Russell; in particolare, dell’esperienza che ha caratterizzato i Paesi ibero-americani, con le loro lunghe dittature sostenute da Paesi terzi e le conseguenze devastanti che seguirono i successivi interventi internazionali “di sostegno”.

Il TPP nasce per ascoltare coloro che non hanno voce e per leggere “dal basso”, dalla viva voce di chi vive ai margini, la realtà che le istituzioni e i mezzi di comunicazione presentano in maniera compiacente e distorta. Come ricorda Ippolito, occorre ancora oggi tenere insieme un percorso progressivo che muove dall’analisi critica della realtà, passa ad affrontare lo stato dei diritti e ciò che è scritto nelle “Carte”, per poi verificare come quelle Carte trovano concreta attuazione e, infine, verificare lo stato della giustiziabilità dei diritti (senza la quale, aggiungerei, le migliori Carte divengono mera ipocrisia).

Ma quali sono i diritti di cui si parla? Non c’è dubbio che siamo di fronte a un sistema complesso, dove si tengono assieme diritti della persona, diritti sociali e il diritto di fare politica partecipando. Ed è proprio il nesso inscindibile fra diritti della persona e diritti sociali (della comunità, del popolo) che costituisce uno degli architravi del tribunale.

Il TPP è forte della propria «impotenza penale» (Ippolito), proprio perché non si occupa di alcuna forma di sanzione e ricostruisce l’accaduto con uno sguardo al futuro, mettendo sotto gli occhi delle istituzioni nazionali e internazionali i (non ascoltati) diritti e i bisogni delle vittime a cui deve essere data una risposta reale. È ancora Cortázar a denunciare con linguaggio poetico il muro di silenzio attorno ai drammi delle persone e dei popoli che deve essere rotto perché sia possibile «inventare ponti, inventare cammini». In questo, possiamo vedere la prossimità fra il TPP e le esperienze delle commissioni di verità nate dopo l’esperienza sudafricana.

4.  Su queste basi si sono mosse gli accertamenti e le sentenze del TPP che hanno approfondito i legami fra regole economiche e violazioni “di sistema” dei diritti di intere popolazioni. Il volume raccoglie materiali e dispositivi di quattro diverse sentenze: quella dedicata al FMI e alla Banca Mondiale; quella dedicata al salario dignitoso delle donne lavoratrici nel settore dell’abbigliamento in Asia; quella dedicata alle grandi opere: dal TAV alla realtà globale; quella più recente (2016-2018) dedicata a imprese transnazionali nei Paesi dell’Africa subsahariana.

La prima e più risalente sentenza del 1988 ha posto le basi per una lettura del rapporto fra neoliberismo e diritti che informerà il dibattito successivo. Essa ha il merito di leggere con gli occhi delle popolazioni locali[7] gli interventi “di sostegno” della comunità internazionale a favore dei Paesi ibero-americani reduci da periodi di dittatura e di governo eterodiretto. Il modello di sviluppo che sorreggeva gli interventi del FMI e della BM ha avuto conseguenze disastrose sul piano economico, sociale e politico. Questo perché i diritti delle persone e dei popoli sono stati considerati come variabili dipendenti rispetto agli indicatori economici di matrice neoliberista, mettendo così in crisi la stessa sostenibilità delle nascenti democrazie, che si voleva basate, invece, su costituzioni capaci di gestire la complessità salvaguardando i diritti. Potrei aggiungere che costituzioni bellissime e moderne, costruite spesso avendo quella italiana come riferimento, sono state svuotate nei fatti da applicazioni compiacenti che rendono lo stato di diritto un simulacro dietro cui agiscono i poteri reali. 

Il dispositivo della sentenza (pag.61) è nettissimo nell’affermare che il modello di sviluppo, imposto dal FMI e dalla BM a tutti i Paesi del c.d. “Terzo Mondo” ha avuto come risultato un trasferimento di enormi risorse verso i Paesi creditori, ha comportato un crollo nella qualità della vita di grandi settori della popolazione, ha dunque violato i principi fondanti la Carta delle Nazioni Unite e violato le sovranità nazionali, oltre a violare gli stessi statuti e gli obiettivi dei due organismi in parola. 

Non può, tuttavia, dimenticarsi che spesso queste politiche si sono appoggiate a gruppi dirigenti nazionali compiacenti e persino corrotti, il che impone di considerare con grande attenzione il percorso che parte dalle comunità locali per giungere ai governi nazionali e alle istituzioni sovranazionali. Per tornare ai pericoli di quello che definiamo “populismo”, dobbiamo avere ben presente che i governi corrotti hanno sempre posto la difesa della nazione, del popolo e dei suoi interessi al centro della propria incessante propaganda.

Un discorso, questo, ripreso in modo specifico dalla sentenza dedicata al rapporto fra imprese transnazionali (sostenute da istituzioni politiche) e programmi di sviluppo nell’Africa Subsahariana (pag.171). Si legge in sentenza che «il potere di rapina delle TNC (corporazioni transnazionali) è stato di fatto favorito dalle stesse istituzioni politiche che erano state protagoniste delle lotte di liberazione». La formazione di queste nuove élites nazionali, sostenute a livello internazionale, «ha lasciato totalmente indifese le masse popolari»[8] e garantito alle prime forme di impunità tollerate e inaccettabili.

5. Non sono dissimili le conclusioni cui il TPP è giunto con le altre sentenze che ho ricordato. Per restare ai temi che più direttamente ci riguardano, la sentenza sul TAV e le grandi opere[9] muove dalla premessa che le popolazioni interessate hanno il diritto di divenire interlocutori ascoltati, un diritto a sua volta funzionale ai diritti alla partecipazione democratica, alla tutela dell’ambiente, alla garanzia di condizioni di vita dignitose. 

Su questo punto Schiattarella (pag.184) ricorda che le “resistenze locali” non coincidono necessariamente con un approccio irrazionale o conservativo e che il fatto che esse vengano rappresentate invece in termini così svilenti e strumentali svuota il processo democratico relegandole ai margini e alla insignificanza. In effetti, è proprio il binomio mercato-libertà individuale a mettere nel nulla i valori diversi e complessi che arricchiscono il dibattito pubblico, fondamento delle democrazie costituzionali, e che alterano il processo di individuazione del vero “interesse pubblico nazionale”, non sempre risolvibile in termini di maggioranza versus minoranza.

La scelta neoliberista di spostare la definizione dell’interesse generale su una scala che trascende il livello nazionale – non solo quello locale – e che perde il contatto con la comunità che sopporta i costi, impedisce di confrontare parametri omogenei e comparabili e rende impropria la scelta dei luoghi di confronto, l’unica che può consentire una partecipazione effettiva dei singoli e delle comunità interessate. Questa realtà rende palese il contrasto fra i modi di intendere la società propri del mercato e della democrazia costituzionale: il primo concentrato sul singolo valore della libertà individuale, la seconda destinata a fare proprio i valori complessi nelle differenze.

Schiattarella conclude il proprio saggio con un’affermazione importante: lo sforzo del TPP per un approccio culturale diverso, che coniughi sapere scientifico ed elaborazione sociale, mostra allo studioso di economia la responsabilità sociale che caratterizza il proprio lavoro e lo invita a non chiudere il proprio orizzonte entro i soli parametri economicisti.

6. È giunto così il momento di richiamare la citazione posta all’inizio di questo scritto, ripresa dai paragrafi 189 e 190 dell’enciclica Laudato si’ che Papa Francesco pubblicò nel 2015. Si tratta di un documento di grandissimo valore culturale, che rappresenta un passaggio di soglia nell’elaborazione del pensiero cattolico sui temi che muovono dalla vita concreta e dalla dignità delle persone per giungere al valore stesso dell’umano e del suo destino in un contesto universale. Per dirla con il titolo di un volume appena uscito[10], per Papa Francesco la persona umana e la nostra terra non possono più subire la “dittatura dell’economia”, dove il denaro diventa la divinità a cui si sacrifica ogni altro valore. Sono, invece, le persone, le comunità e l’ambiente in cui esse vivono a costituire il riferimento centrale di ogni azione della buona politica. 

L’importanza che deve assegnarsi all’intervento del Pontefice, in linea con il suo complessivo magistero, deriva dalla capacità di muoversi su un piano universale che va oltre gli steccati della singola religione e della singola comunità di uomini e donne. Mi sembra, questo, un merito che offre un’alternativa all’idea della scarsa rilevanza del pensiero “religioso” (cosa diversa dal “credo” individuale e collettivo) sui terreni della politica e dell’economia e che invita a una riflessione con occhi nuovi sulla realtà in cui viviamo[11].

Tutti terreni, questi, su cui il TPP ha detto molto e molto avrà da dire.
 

[1] Come ebbe ad affermare al termine della sessione tenutasi a Medellín una donna che da anni invocava giustizia per l’assassinio del marito impegnato nella difesa del suolo e delle comunità andine: «Almeno ora sappiamo che eravamo dalla parte giusta e che i nostri diritti sono stati violati».

[2] Il volume contiene una importante e articolata bibliografia a cui rinvio.

[3] L’intervento fu pronunciato il 29 settembre 1988 a Berlino, in occasione della sessione in cui fu emanata la sentenza del Tribunale sulle politiche del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e della Banca Mondiale (BM).

[4] Basti pensare all’evoluzione dell’idea di colonialismo e alle forme complesse di “neo- colonialismo” di matrice essenzialmente economica.

[5] Nel saggio intitolato I diritti dei popoli nell’età della globalizzazione, che affronta il tema in modo sistematico e con l’ausilio di ampia bibliografia, afferma che dalla nostra concezione di stato di diritto «sono restati esclusi i due tipi di potere, entrambi non statali, che sono quelli maggiormente responsabili delle crisi economiche e umanitarie e delle catastrofi ecologiche: da un lato i poteri economici e finanziari privati, tradizionalmente accreditati come libertà; dall’altro i poteri extra- o sovra-statali, sia politici che economici, che nel mondo globalizzato si sono sviluppati fuori dei confini degli Stati. ..... Questa nuova sovranità sta ponendo nel nulla le sovranità popolari e sottoponendo al suo potere selvaggio tutti i popoli, e perciò l’intera umanità. Per questo, l’affermazione e la garanzia dei diritti dei popoli possono oggi diventare l’indicazione strategica più feconda per una battaglia politica, e ancor prima culturale, diretta a difendere e a rifondare le nostre democrazie. Sia i diritti dei popoli che le loro violazioni, come si è detto all’inizio, equivalgono infatti ad altrettanti fattori di unificazione dei popoli. Precisamente, i crimini di stato e i crimini di sistema, dai quali i popoli sono definiti, sono l’altra faccia dei diritti dei popoli – all’esistenza, all’identità, all’autodeterminazione, alla pace e alla tutela dell’ambiente – identificati dalla Carta di Algeri e tutti equivalenti alla somma di altrettante classi di diritti fondamentali individuali, da quei crimini lesi in forma incomparabilmente più massiccia e generalizzata che da qualunque delitto individuale. E’ questa la principale ragione che ne impone la previsione come i crimini di più evidente competenza del nostro Tribunale Permanente dei popoli.»

[6] «La disintermediazione del processo politico e la semplificazione del gioco politico (il bipolarismo, il mito del maggioritarismo)», che rendono i cittadini semplici elettori e allontanano dalla reale partecipazione al dibattito e alla vita politica, sono tra i pericoli maggiori del populismo, inteso non come forma di protesta ma quale strumento di ascesa al potere, segnalati da Nadia Urbinati nel suo ampio e prezioso saggio, Io, il popolo, edito da Il Mulino. Secondo un copione purtroppo ben noto, nella prospettiva dei populisti che vediamo all’opera, il leader seleziona il proprio popolo, simulando quindi che la parte coincida con il tutto e fondando su tale presupposto la propria legittimazione universale. Da qui a qualificare le minoranze e gli oppositori come nemici il passo è molto breve.

[7] La sentenza parla di un «soggetto narrante e giudicante» rappresentato dalla «vita concreta dei popoli», ridotti a vittime di ricette molto amare.

[8] E’, questo, un esempio di come il TPP consideri il “popolo” quale soggetto autonomo rispetto allo Stato, che trasformando i singoli individui e le varie forme di comunità in soggetti esclusi, inascoltati e semplicemente sfruttati, rinuncia a rappresentare i loro bisogni e assicurare i loro diritti.

[9] Oltre ai lavori del TAV in Val di Susa il Tribunale ha ascoltato le voci delle popolazioni interessate da grandi opere in altre parti d’Italia e in Francia, Spagna, Regno Unito.

[10] A cura di Ugo Mattei, La dittatura dell’economia, Ed. Gruppo Abele, Torino 2020.

[11] In questo senso, ma con approccio invero assai articolato, il pensiero che Y. Noah Harari dedica alla religione (e ai collegamenti con i concetti di comunità e nazionalismo) nello specifico paragrafo che compone il volume 21 lezioni per il XXI secolo, uscito nel 2018 ed edito in Italiano da Bompiani lo scorso anno.

28/11/2020
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