Il tema dell’informazione ha assunto nell’ultima fase storica profili diversi dal passato, anche da quello meno lontano.
È stata la Corte costituzionale (44/2025) a mettere in evidenza che se fino a poco tempo fa il principio del pluralismo dell’informazione si declinava nel garantire al maggior numero possibile di soggetti l’accesso alla comunicazione pubblica (ampliare la quantità dei media, e rendere effettiva la loro contendibilità), adesso va aggiunto il profilo della “qualità” dell’informazione. Il libro di Albanesi, studioso con una solida esperienza di ricerca – tra il resto - nel campo del legal drafting, risulta una guida importante per orientarsi utilmente nei problemi giuridico-costituzionalistici di questo settore di avanguardia.
Punto di avvio è che se rimane caposaldo il diritto ad essere informati, va sempre più tutelato anche quello ad essere non disinformati e non misinformati. Il rischio, infatti, è la “povertà” informativa generata dalla manipolazione dei flussi di conoscenza, fino al condizionamento del consenso politico.
I tradizionali controlli editoriali, e dunque i profili di responsabilità in termini giuridici - che a propria volta hanno una lunga storia normativa, dottrinale e giurisprudenziale - appaiono ormai in larga parte inattuali. Gli operatori della rete, e coloro che la utilizzano per fornire contenuti, sono soggetti totalmente distinti e operano in una ambiente integralmente “nuovo” (ormai siamo al web 2.0…). D’altra parte, se i canali trasmissivi sono aumentati enormemente, alcune piattaforme online globali (ricorda Albanesi: «i “baroni” del digitale come sono stati definiti») rischiano di trasformarsi in quei “colli di bottiglia” che in passato limitavano l’accesso alla libertà di informazione. Questo ha suscitato un significativo interesse del “costituzionalismo digitale”, che ha individuato una lettura integrata di alcuni passaggi del nostro testo fondamentale per renderli adattabili a una realtà che certo il costituente non poteva prevedere.
Esistono quindi valori costituzionali la cui tutela assume profili nuovi. Al vaglio della Corte costituzionale, della Corte di Giustizia dell’UE e della Corte europea dei diritti dell’uomo (delle cui pronunce l’Autore fornisce un’esauriente ed importante rassegna) si pone il tema della qualità dell’informazione nel contesto contemporaneo. Ecosistema digitale è un termine coniato nei primi Duemila, mutuato dalla biologia per indicare appunto quanto le diverse risorse informatiche siano interconnesse e come i flussi di informazioni siano costanti e indispensabili per far funzionare l’intera struttura. In questa nuova dimensione vi è un interesse generale a non essere disinformati. È dunque già assestato in dottrina che le fake news vadano distinte in notizie false che ledono interessi individuali o collettivi, misinformazione e strategie di disinformazione. E in questo caso entrano in gioco attentati veri e propri all’ordine pubblico (come anche i recenti fatti di cronaca hanno dimostrato), minacce possibili alla sicurezza nazionale e dell’Unione (con atti di guerra “ibrida”), rischi - infine - per il sistema democratico. In sintesi, dimostra in modo convincente Albanesi, la sfida riguarda lo stato costituzionale liberale e, in questo nuovo ambiente digitale, «l’elaborazione delle condizioni procedurali attraverso cui deve esplicarsi quella che qui sembra opportuno definire la forza del diritto».