Verbo molto particolare, μέλλω (méllō). Nel greco di Aristotele esprime il senso dell’attesa, di qualcosa che sta per avvenire e di cui si avverte già il presagio. L’attesa di un’azione, che peraltro avverrà necessariamente.
È la sensazione che attraversa in modo costante Il figlio ostinato, il nuovo romanzo di Elisabetta Liguori per i tipi di PIEMME.
Ambientata fra Salento (a Specchia, «borgo di pietra friabile e inconsapevole») e Capitanata (Sannicandro, sopra tutto) a cavaliere dei due secoli scorsi, l’azione si avviluppa apparentemente intorno a due temi: la musica e il destino. Che in realtà sono uno solo, poiché quell’arte rivela ben presto di essere Schiksal, fato e sortilegio insieme. E demone che possiede, duende che sublima e perde l’enduendado. O lo fa disperare nel suo riottoso (non) concedersi; ecco la scena – minore nella trama, ma di delicatezza possente – del bambino che si dispera dopo aver ascoltato musica per la prima volta: «“Una cosa sdreus m’è venuta qua dentro. Non so cosa è” si toccò la pancia. “La musica tua è stata.” “Ti è piaciuta?” chiese al bambino. “Aivògghiie!” “Allora perché piangi se ti è piaciuta?” “Perché la voglio, ma so che non la posso avere. Manco camminare riesco, adesso, mi fanno male le cosce per quanto è stata bella, la musica tua. Solo a piangere, riesco mo’.”».
Guai a chi è toccato in (mala) sorte un certo potere. Il quale è, in realtà, stigma e dannazione: cioè il “dono” (o la maledizione) del talento, che «è il peso maggiore di tutti, ti schiaccia, si prende tutto e pretende sempre di più». Non accetta di fermarsi nel cuore di un uomo, ma vuole occuparne via via la progenie, implacabile. Si manifesta in modi diversi, il dannatissimo talento: un bambino che vuole suonare una campanella, e che a sedici anni esegue meravigliosamente al pianoforte l’Intermezzo dalla Cavalleria Rusticana pur avendolo ascoltato una sola volta, canticchiato dal padre. Il quale misteriosamente s’infuria sorprendendo il figlio alla tastiera. Lo stupore del figlio per la reazione violenta del genitore ottiene una risposta piena di épos intriso di tragicità: «la musica non serve a nessuno, lo hai capito o no? Solo male fa la musica, porta disgrazie.». Fra tutti i segnacoli di sventura, infatti, proprio il pianoforte sovrasta gli altri strumenti. Un’inversione tanto occulta, quanto inspiegabile: l’indizio soave dell’esistenza di Dio diviene fonte di maleficio, tanto da dover essere rinserrato in una stanza inaccessibile a chiunque. Una «bestia feroce», il pianoforte, cui nessuno deve accostarsi: «Non ci sarà un altro musicista in questa casa. Non altri tormenti, non altre tristezze, per nessuno.».
Perché «se sei bravo, è cosa buona, se sei molto bravo, invece, è cosa fiacca. Quelli troppo bravi sono un guaio per tutti, scompaginano l’ordine delle cose, fanno paura. Nessuno gli crede.»: poiché «qua tenere un’abilità è più una maledizione che un regalo.».
C’è altro, nella musica. Sa benissimo a chi parlare: «la musica sta sempre dalla parte di quelli che stanno nel torto, di quelli che stanno nella disgrazia, di quelli che non tengono niente e niente si possono permettere. La musica sta dalla parte dei poveracci e degli idioti. Soprattutto in questa terra nostra.».
Nel romanzo si susseguono cinque generazioni, tutte in vario modo segnate da quel sortilegio ineffabile che si tramanda oscuro: quale motivo aveva un tempo spinto il capofamiglia a usare persino violenza nei confronti del figlio pur di allontanarlo dal demone della musica? La risposta sorprenderà il lettore, e condurrà la storia in ambienti dove convivono sogno e ragione, realtà e sovrannaturale.
Per conoscerla occorrerà attraversare vicende che abbracciano quasi settant’anni, conoscendo paesini sperduti, porti dove la fatica della pesca segna i volti e le mani, capitali decadute ma fiere del proprio Conservatorio, uomini romantici «quel tanto che bastava a tenere testa sia alla tradizione che alla nostalgia»; e con loro pianoforti questa volta mansueti, dai «tasti benevoli, incapaci di far male, di lasciare schegge sotto le unghie o fuliggine tra i polpastrelli. Tasti senza tormento»; poi bambini che dondolano sui «piedini nuovi nuovi».
Un libro certamente non da leggere. Ma da rileggere. Come i classici venerati, che rivelano senso e colore a ogni incontro, Il figlio ostinato offre molti piani di veduta.
Troviamo il grande affresco storico (riuscitissimo l’intimismo descrittivo di una tragedia come la prima guerra mondiale, colta tra desideri di rivalsa mediante parricidio simbolico e gas asfissianti), la descrizione – piena di partecipazione umana – delle classi meno agiate nel Meridione estremo; ma anche le immagini minuziose – quasi da Nouveau Roman – delle stanze («la scala apotropaica») e dell’arredo di una casa, con i suoi mobili e tendaggi.
Passeggiando fra queste pagine è bene, di tanto in tanto, indugiare. Giusto il tempo di accorgersi che vi era chi viveva «profumato come una bugia», mentre qualcun altro «aveva già fatto un buon apprendistato alla modestia, era abituato al poco e all’attesa», come il Siddharta di Hesse.
Ma soprattutto ci allieta finalmente – sinestesia splendida – che «l’odore dei limoni era sfarzoso».