Magistratura democratica
Magistratura e società

Due giustizie, molti interrogativi, in un giallo di gran classe

di Ennio Tomaselli
magistrato in pensione, già Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Torino

Recensione al romanzo di Antonio Manzini Tutti i particolari in cronaca (Mondadori, 2024)

1. Una mattina d’autunno del 2018 una donna ˗ solo alla fine capiremo di chi si tratta ˗ riceve un voluminoso plico inviatole da Walter Andretti, a lei sconosciuto. Dentro ci sono un centinaio di fogli («nessun titolo, neanche una data»), che prende a leggere. È questo il prologo di Tutti i particolari in cronaca, il nuovo romanzo di Antonio Manzini appena uscito nel catalogo Il giallo Mondadori e ben presto in vetta alle classifiche di vendita. Un successo meritato perché si tratta di un giallo di gran classe, che nelle sue 300 pagine non solo avvince il lettore ma lo fa proponendogli personaggi e contesti, anche giudiziari, che suscitano riflessioni tutt’altro che banali. Proprio per tali caratteristiche non è agevole inquadrare il libro in un genere specifico, mescolandosi tratti del noir, del giallo investigativo, di quello giudiziario e, ancora, psicologico. Detto ciò in linea generale, scendiamo nello specifico, pur con l’ovvio limite di non scrivere nulla che possa rivelare troppo.

 

2. I protagonisti del romanzo sono due e non potrebbero essere più diversi per personalità e storie. Colui che maggiormente “muove” la trama è l’impiegato giudiziario Carlo Cappai, che all’inizio, peraltro, appare come la quintessenza di una maniacale staticità perché la sua vita è circoscritta, in massima parte, al grande archivio a cui è addetto e di cui conosce a menadito ogni meandro, scaffale, faldone. Si tratta di un uomo ormai non lontano dai sessant’anni, che abita da solo in quella che era stata la casa dei defunti genitori, da lui detestati. Nutre autentico odio nei confronti del padre, un magistrato da lui ritenuto fascista, disonesto e ispiratore della sentenza di assoluzione di colui che era stato, invece, l’effettivo assassino di una compagna di scuola e grande amica di Carlo, allora liceale (delitto avvenuto nel 1977, in una città non nominata espressamente ma facilmente identificabile in Bologna, teatro dell’intera vicenda romanzesca). Consumata la rottura con la famiglia, lasciata subito dopo essersi laureato in giurisprudenza, Carlo aveva tentato vanamente di entrare in magistratura, aveva avuto una breve e sfortunata esperienza in polizia ed era infine approdato al grande archivio giudiziario. La lettura di tante carte, in particolare dei faldoni relativi a casi di omicidi volontari rimasti impuniti perché sfociati in assoluzioni, l’aveva radicato, in connessione con la sua storia personale e la tragica vicenda della compagna di scuola, nella convinzione dell’esistenza di una “giustizia degli uomini” e di un’altra, non quella divina perché Carlo è risolutamente laico, che lui chiama assoluta. La prima è complicata, spesso inconcludente e comunque, nella sostanza, inutile («La verità è mai servita a qualcuno? Resterà un caso insoluto, rifletteva, come l’ottanta per cento degli omicidi. E anche quando metteranno le mani sul colpevole? Un altro faldone nell’archivio, niente di più…»). La seconda è, su queste premesse, l’unica per cui serve spendersi, con sistemi stabiliti dallo stesso Carlo, che non ne parla con alcuno perché si tratta di metodi delittuosi per la giustizia degli uomini. Non si deve, peraltro, pensare a un rozzo e sanguinario “giustiziere della notte”. Se così fosse, il romanzo peccherebbe in originalità e qualità, mentre Carlo Cattai è figura complessa, assai bene caratterizzata nella sua tragicità di fondo. È un uomo che per molte ragioni si è convinto che legge e giustizia viaggiano su binari diversi e che, se vuole giustizia, deve attivarsi autonomamente («aveva compreso l’inutilità delle istituzioni») e fino in fondo.

 

3. Il coprotagonista del romanzo è il già citato Walter Andretti, anch’egli caratterizzato con efficacia nelle sue frustrazioni (doversi occupare di “mala” e giudiziaria, in una testata giornalistica locale dove era ben contento di trattare tutt’altro, lo sport), ansie se non nevrosi (ossessione di “arrivare prima” dei colleghi dei giornali concorrenti), curiosità. L’interesse di Andretti per le vicende di nera e giudiziarie finirà per crescere gradualmente fino a diventare fortissimo quando in città prendono a succedersi omicidi anomali, apparentemente indecifrabili. Per l’ultimo di essi si giungerà a processo, alla cui fase dibattimentale, in una Corte d’assise infuocata anche dal caldo estivo, è dedicata la seconda delle tre parti del romanzo.

 

4. In questa sezione del testo l’autore si è, palesemente, divertito nel descrivere, ovviamente a modo suo ma con maestria narrativa, molti passaggi dell’istruttoria dibattimentale (a volte infuocati anch’essi, a volte soporiferi, non di rado percepiti dai più come inutili), momenti clou, colpi di scena in aula e fuori, passerelle di testi, talvolta autentiche macchiette. Attraverso tutto ciò giunge al lettore una suggestione che in questo romanzo è cruciale: la giustizia “degli uomini”, per dirla con Cappai, è per lo più inadeguata ad aderire alla complessità della vita quando essa non è transitata, e continua a non transitare, lungo i binari della routine, del déjà vu, degli schemi collaudati e dei ruoli tipici. Il dibattimento s’infiamma, sì, non solo per il meteo, ma i protagonisti di esso ˗ il presidente della Corte, il p.m. e il difensore di un imputato che sembra estraneo a quanto gli capita attorno ˗ escono dalle pagine del libro (talvolta esilaranti, ma anche amare) come se fossero impegnati in scambi di colpi anche spettacolari ma in concreto inefficaci rispetto alla verità “vera”. Questa finirà per apparire a tutti (dai giornalisti ai giudici popolari) lontana, troppo enigmatica e sostanzialmente irraggiungibile. Walter Andretti, guarda caso ex cronista sportivo, ne prende sempre più coscienza man mano che il dibattimento va avanti come per esaurimento.

 

5. Naturalmente non è il caso, qui, di parlare né dell’esito del processo né della terza ed ultima parte del romanzo, che è relativamente breve (meno di 40 pagine) e in cui, come giusto, converge quanto ancora irrisolto, cioè tutto o quasi. Ritorna qui, in funzione di una soluzione finale che sarà assai movimentata e per certi versi aperta, il discorso delle due giustizie, quella degli uomini e quella assoluta. In quest’ultima ˗ come dice un personaggio il cui interlocutore si limiterà a replicare «Bizantinismi» ˗ «la casualità non ti esonera dalle tue responsabilità… non colpevole non è sinonimo di innocenza». Cappai e Andretti continuano, sin quasi alla fine, a procedere nel loro strano parallelismo. Proprio il giornalista, entrato nella storia casualmente e controvoglia, si troverà a dover gestire i passaggi finali, in cui certezze e dubbi ˗ in particolare su cosa, alla fin fine e di fronte a verità scomode, si debba, o quantomeno convenga, fare ˗ si intrecciano inestricabilmente. Ha ampiamente sperimentato, da quando ha preso a occuparsi di nera, anche il contatto con gli apparati investigativi e ormai conosce fin troppo bene un certo capitano dei carabinieri; eppure sente di dover scegliere lui o forse individuare lui a chi lasciare la decisione…

 

6. Chi legge questa recensione di Tutti i particolari in cronaca avrà notato che finora non si è parlato di personaggi femminili. Naturalmente nel romanzo ci sono, eccome, ma la raffinata strategia di Manzini sembra averle almeno in parte preservate dal procedere anomalo dell’archivista, da quello convulso del giornalista e dallo strepitus fori legato al dibattimento in Corte d’assise. Perché? La risposta non potrà giungere che dalla lettura del romanzo, in cui vi è un’ampia galleria di queste figure, le cui connotazioni sono le più varie: la caporedattrice che all’inizio “tiranneggia” Walter, ma che poi si rivelerà persona diversa dalle apparenze; alcune prostitute africane; alcune figure di sorelle; la liceale vittima di un’aggressione sulla pubblica via, da parte di un uomo che era stato visto e riconosciuto eppure era stato assolto… Tutto rientra nell’economia e soprattutto nella vitalità di una storia che è sia intrigante che appassionante e su cui, a questo punto, conviene passare alla sintesi finale.

 

7. Il titolo del romanzo sembra segnalare che, pur se a contare sono sempre i fatti, come viene costantemente ribadito a Walter, bisogna comunque distinguere fra quelli “dietro ai quali ci si può anche perdere” e quelli che, invece, sono sostanza irrinunciabile, pur se spesso non decifrabile né “predicabile” agevolmente. Al lettore, una volta finito il libro e così soddisfatto il gioco intellettuale fatto anche di implicita sfida fra lui e il giallista, resta, come succede per i buoni libri, più di qualcosa di quei personaggi inventati eppure non così di fantasia e di quell’intreccio di storie che ha funzionato anche come rampa di lancio di suggestioni non peregrine e di dubbi penetranti. Un lettore a cui, quindi, questo romanzo potrà continuare a fare buona compagnia, tanto che egli sia un “addetto ai lavori” (giudiziari, forensi, investigativi) quanto nel caso in cui abbia preso il libro semplicemente confidando in un buon giallo. Tutti i particolari in cronaca, in cui è suggestivo già l’esergo mutuato da Erich Auerbach («Il segreto deve essere cercato non esclusivamente nell’intreccio, ma nel narratore»), dovrebbe averlo autenticamente soddisfatto.

13/04/2024
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