Magistratura democratica
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Dalla crisi e dalle cadute nel governo della magistratura all’attacco alla Giurisdizione*

di Mariarosaria Guglielmi
segretaria generale di Magistratura democratica

La magistratura è chiamata oggi ad una riflessione seria e coraggiosa su se stessa per un rinnovamento etico e culturale, nel sistema di governo autonomo e nell’associazionismo giudiziario. Un percorso che deve confrontarsi con progetti volti a ridefinire in senso burocratico la fisionomia del CSM come organo di amministrazione e di governo del “personale”, e con l’attacco alla giurisdizione e ai suoi valori fondamentali, portato dai tentativi di riscrivere la storia della giustizia italiana con la chiave di lettura di una magistratura impegnata nella “lotta politica”.

1. Una crisi a più facce

A distanza di quasi due anni dall’ esplosione del cd. scandalo delle nomine, la magistratura non riesce a ritrovare lo slancio unitario necessario per uscire dalla crisi a più facce innescata da quelle vicende.

E anche la sua divisione interna completa il quadro dei segnali di pericoloso avvitamento che la crisi sta mostrando, e che ci allontana dalla ricerca di risposte all’altezza della situazione.  

In questo tormentato periodo non sono mancate scelte coraggiose e riflessione autocritica nei settori più colpiti dai fatti di Perugia, ma anche resistenze da parte di chi – di fronte alle dimensioni assunte dallo scandalo e all’amplificazione dei suoi effetti – pensava di poter pareggiare la partita. 

Non sono mancati interventi di breve respiro, con frettolose rivendicazioni della  propria diversità, e iniziative di rottura, come  le richieste di istituire una commissione di inchiesta, o di introdurre il sorteggio per l’elezione del CSM, da parte di chi vede la necessità di dare finalmente una spallata finale a tutto un sistema di rappresentanza, esclusivo appannaggio di una casta da abbattere. E non sono mancati tatticismi, incertezze e ondeggiamenti nel sollecitare un percorso interno di rinnovamento, che dovremo intraprendere con la consapevolezza che saranno necessari un’analisi radicale dell’involuzione culturale subita e un attento ripensamento delle scelte che non abbiamo saputo governare. Ma che non saranno i ritocchi di un testo unico o di una circolare ad invertire la parabola discendente che abbiamo imboccato e a farci risalire la china.

La magistratura non riesce a ritrovare- come soggetto collettivo-  una visione comune per affrontare i tanti nodi che sono venuti al pettine,  e confrontarsi con le tante facce della crisi: la delegittimazione e perdita di credibilità, al suo interno e all’esterno,  per l’autogoverno e  per l’associazionismo; la caduta di fiducia della collettività verso la magistratura e verso l’istituzione -CSM; il vuoto di elaborazione culturale  e politico nel quale in questi anni si sono consolidate le criticità emerse dalla riforma ordinamentale del 2007 (come quelle legate alle condizioni per l’esercizio trasparente delle difficili prerogative di discrezionalità) e  le nuove dinamiche di carrierismo e corporativismo, che si sono riprodotte nel sistema riformato. 

Dopo le reazioni di rabbia e di indignazione, non abbiamo ritrovato un luogo per avviare un’analisi comune, fredda e non consolatoria, delle cause più profonde di degenerazioni, cadute etiche, e per indagare a fondo sul rapporto con il potere e con la politica:  proprio in un momento in cui forte deve essere la nostra assunzione di responsabilità anche verso la collettività, non arrivano segnali di unità per rimettere al centro dell’impegno associativo l’azione di rigenerazione e la riflessione più generale sul modello costituzionale di magistratura -indipendente da altri poteri, e libera da  condizionamenti interni e ambizioni di carriera-, tradito dall’immagine che ci ha restituito lo scandalo.

Una riflessione che oggi non può eludere la tenuta di questo modello non solo rispetto a progetti di riforma ma anche rispetto al diritto vivente. Mi riferisco in particolare ai rischi di un pericoloso scivolamento del ruolo del PM verso forme sempre più evidenti di personalizzazione, da protagonista mediatico incontrastato, e agli effetti di serio squilibrio che una dimensione mediatica sempre più centrata sui risultati delle indagini rischia di produrre rispetto al processo. E mi riferisco agli interrogativi che questo diverso modello ci pone rispetto alle ricadute sulla comune cultura della giurisdizione da noi sempre rivendicata a fondamento e a difesa dell’assetto forte e unitario di indipendenza di tutta la della magistratura.

 

2. I falsi racconti

«Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le false notizie hanno riempito in tutta la molteplicità delle loro forme- semplici dicerie, imposture, leggende- la vita dell’umanità».

Come nel tempo di guerra di Marc Bloch, i falsi racconti di oggi prendono corpo in uno scenario di difficile confronto con la realtà, e hanno aperto un nuovo fronte di crisi: quello decisivo, che riguarda la giurisdizione e, inevitabilmente, il suo assetto costituzionale. 

Le narrazioni che, partendo da cadute e compromissioni nell’autogoverno, oggi ci raccontano di una giustizia deviata, stabilmente asservita a finalità politiche di parte, mirano a riscrivere la storia, a cambiare la memoria di vicende e di intere stagioni giudiziarie. Tutte da rileggere seguendo il filo rosso di una giustizia ad orologeria e dei complotti politico-giudiziari: inchieste ma anche sentenze, che hanno alterato le regole della democrazia e vanificato le scelte legittimamente compiute nelle urne dagli elettori. Sentenze che scavalcano le leggi, magistrati che scavalcano il Parlamento, governi che cadono per vendette interne alla magistratura, perché colpiti per ragioni ideologiche o per aver sfidato la corporazione. E proseguendo su questa via, autorevoli voci nel dibattito pubblico mettono oggi in guardia anche l’attuale governo dal rischio che la magistratura militante si riorganizzi, pronta a colpire. 

Quando incrociano gli stati d’animo collettivi, i falsi racconti -diceva Bloch - sollevano le folle, cambiando il senso critico e creando un nuovo senso comune: la gravità delle degenerazioni svelate rende superflua l’analisi dei fatti, e tutta la storia istituzionale del CSM e della magistratura diventa una storia di degenerazioni; ogni tentativo di distinzione fra responsabilità individuali e fra queste e le responsabilità collettive va marchiato come riduttivo o auto-assolutorio; tutta l’esperienza dell’associazionismo, dei gruppi associativi e dei loro esponenti diventa così pratica generalizzata di lottizzazioni, guerra fra bande, e lotta per il potere di tutti contro tutti. 

Ci sono serie ragioni per le quali questo scenario deve fortemente preoccuparci. Non solo come magistrati, ma anzitutto come cittadini.

 

3. Riscrivere la storia giudiziaria

Riscrivere la storia giudiziaria, partendo dalle cadute nell’autogoverno, usando il passepartout della giurisdizione -funzione servente rispetto ad obiettivi e progetti politici della parte più ideologizzata della magistratura (una minoranza, ma pervasiva e organizzata, e perciò egemone) non è solo un attacco a Magistratura democratica e alla sua storia. E’ un attacco ai valori della giurisdizione: alla sua imparzialità e quindi alla legittimità del giudizio, che si fonda sulle garanzie dell’imparziale accertamento dei fatti; alla fiducia che la collettività deve avere non nell’infallibilità dei giudici ( ché infallibili non sono), ma nella loro funzione di tutela dei diritti e delle garanzie; è un attacco alla  legittimazione democratica che questa fiducia conferisce alla giurisdizione e alle sue prerogative di indipendenza. 

Abbiamo buone ragione per preoccuparci. Come cittadini prima che come magistrati. Storia e memoria condivisa fanno parte del senso di appartenenza ad una comunità e sono beni preziosi della democrazia. Per questo devono restare affidate ad una narrazione consapevole, critica, mai omissiva, che giudica i fatti e chi ne è stato protagonista partendo dalla comprensione degli eventi e della loro complessità. Di questa storia e della nostra memoria deve continuare a far parte il ruolo che la magistratura ha avuto nella tutela e nella riaffermazione della legalità. Ruolo che le ha consentito di essere parte importante di quell’argine istituzionale che ha protetto la nostra democrazia dai progetti eversivi della criminalità e del terrorismo, e dal crollo di credibilità delle istituzioni generato da fenomeni diffusi di illegalità pubblica e da conflitti di interesse portati ai vertici dello Stato.

 

4. Abbattere il sistema

Nel nuovo senso comune, condiviso anche da una parte della magistratura, non vi può essere prospettiva di cambiamento o di rigenerazione dall’interno: il sistema non può essere riformato ma solo scardinato

In questa lettura, in apparenza così radicale, si smarriscono le responsabilità individuali; si confondono e si equiparano i piani delle responsabilità: tutti colpevoli e tutti colpevoli in egual misura, ovunque essi abbiano agito perché complici del sistema. 

Ciò che ha svelato la crisi nell’autogoverno chiama la magistratura ad una forte assunzione di responsabilità collettiva, rispetto alle cause e alle risposte da dare. Nessuna persona di buon senso può credere che – comminate le sanzioni ai singoli -la partita possa considerarsi chiusa.

Ma proprio da questa prospettiva, che deve essere di una piena assunzione di responsabilità collettiva, ci allontanano le soluzioni che rifiutano ogni continuità con l’esperienza e la storia dell’autogoverno e dell’associazionismo, rimuovendo di fatto le domande di fondo che devono riguardare anche storie e percorsi diversi, individuali e collettivi. A cominciare da quelle dei gruppi associativi, chiamati ciascuno ad analizzare e a rispondere senza reticenze dei cambiamenti che hanno mutato il senso dell’impegno associativo, e per questo anche a discernere, al loro interno, fra le fasi  che hanno vissuto e le specifiche dinamiche di involuzione subite. 

E’ questa una parte necessaria del faticoso lavoro culturale che ci aspetta se vogliamo andare alla radice di tutto quello che è successo. Come ha scritto Nello Rossi nella sua riflessione su QG[1], dietro a ciò che chiamiamo questione morale, c’è un grumo di problemi; le cadute etiche e le zone d’ombra dove si sono creati centri decisionali paralleli a quelli istituzionali non esauriscono la lettura complessa delle vicende e di ciò che, al di là delle azioni dei singoli, le ha rese possibili né di ciò che ci ha reso inconsapevoli o colpevolmente inerti di fronte alle degenerazioni.

Questa analisi, come osserva Nello Rossi, ci porta ad uno degli aspetti centrali della crisi che si affianca e si intreccia con la questione etica: la questione democratica, l’alterazione delle dinamiche democratiche interne all’associazionismo e ai singoli gruppi, divenuti in questo modo fattori di distorsione nel governo autonomo della magistratura.

E non è superfluo comprendere e interrogarsi sulle diverse forme che  questa alterazione ha assunto: l’affermazione del leaderismo, del modello di uomo solo al comando, che consolida le posizioni di potere personale,  e può fare da cerniera fra luoghi di potere;  la creazione di una rete di controllo diffuso sui territori e negli uffici; la sostituzione dei luoghi decisionali e di confronto allargato, che appartenevano alla tradizione dei gruppi, con il modello che premia i percorsi individuali, e affida decisioni e guida a pochi eletti: perché menti politiche o referenti capaci di far valere la capacità di controllo sui territori e sul bacino elettorale di riferimento. Sono percorsi ai quali non siamo affatto estranei, che hanno segnato anche la nascita di Area, come nuovo soggetto rappresentativo della magistratura progressista, e che hanno contribuito alla perdita di visione dei gruppi e della loro funzione di aggregazione per ideali.

In questo vuoto culturale si è aperto lo spazio nel quale tutte le espressioni di regressione culturale che abbiamo subito come magistratura, nell’autogoverno, e nell’associazionismo, non hanno incontrato resistenza né i necessari anticorpi.

Il punto di partenza e la base di questa riflessione, seria radicale e complessa, che spetta alla magistratura e che deve avere il suo necessario risvolto nel dibattito pubblico, non possono essere le false notizie né i falsi racconti intorno ai quali si sta costruendo un nuovo senso comune.

4.1. Cambiare i connotati del CSM

Dobbiamo preoccuparci, come cittadini, prima che come magistrati se questo nuovo senso comune trova nel dibattito pubblico autorevoli sostenitori e si arriva a proporre per il CSM il sorteggio pilotato fra i magistrati più laboriosi. E se questa visione prende corpo in proposte di riforma. La madre di tutte quelle che riguardano il Consiglio è, da sempre, la legge elettorale. Come nel 2002, finalità dichiarata del d.d.l. Bonafede è «contrastare l’emergente, patologico, fenomeno del “correntismo” nella magistratura, allentando il legame tra contesto associativo ed eletti nell’organo di autogoverno», e garantire l’elezione valorizzando il rapporto diretto di stima e fiducia tra elettori e candidato. 

Come cittadini, prima che come magistrati, dobbiamo preoccuparci di fronte ad esperimenti su organismi rappresentativi, che mortificano il valore delle elezioni come un momento collettivo per una comunità, negando il confronto tra idee e visioni collettive diverse della giurisdizione e della “amministrazione della giurisdizione”. 

Altri cambiamenti, apparentemente di piccola portata, intervengono chirurgicamente ma di fatto cambiando di fatto i tratti costituzionali del CSM e marchiando l’associazionismo come un fattore genetico di inquinamento e di alterazione dell’amministrazione della giurisdizione. 

Liberi i magistrati di associarsi, ma siano monadi quando siedono in plenum e nelle commissioni: lì uno vale uno e solo il caso può essere garanzia per la loro indipendenza.

Ecco allora il sorteggio che torna nella composizione delle commissioni: va evitata – scrive la relazione illustrativa- «la distribuzione dei posti tra le correnti all’interno degli organi attraverso cui si svolgono le funzioni di autogoverno». 

L’equazione correnti - lobby, cricche e camarille al servizio dei propri affiliati e non di un ideale (lo abbiamo letto qualche  giorno fa su La Repubblica nell’articolo del Prof. Ainis) - torna ancora più evidente nel divieto di costituzione dei gruppi, a corollario dell’affermazione che «ogni membro esercita le proprie funzioni in piena imparzialità e indipendenza»: una innovazione – spiega la relazione illustrativa – con «una funzione principalmente simbolico-programmatica» che vuole stigmatizzare «la pratica (ispirata all’organizzazione parlamentare) di costituirsi in gruppo all’interno del Consiglio. Una pratica attuata solo in via di fatto, ma fortemente presente e visibile tanto che i diversi componenti si presentano e si rapportano con l’esterno come, appunto, “gruppi”, per di più nominati esattamente come le correnti che quei componenti hanno candidato, in tal modo confermando che le correnti (che sono soggetti privati legittimi all’interno dell’Associazione nazionale magistrati) operano, impropriamente, all’interno dell’organo di autogoverno di tutti i magistrati e ne determinano le scelte».

Abbiamo buone ragioni in questo scenario per preoccuparci e per preoccuparci seriamente: è il senso della rappresentanza che cambia; è l’esercizio della democrazia rappresentativa e il valore costituzionale del pluralismo che con pochi tratti di penna cancelliamo  o umiliamo.

E’ il CSM che muta nella sostanza la sua fisionomia costituzionale. 

L’obiettivo di disincentivare il carrierismo e garantire maggiore trasparenza nelle scelte si persegue imbrigliando l’esercizio responsabile della  discrezionalità e chiudendo gli spazi anche per gli interventi di normativa secondaria (da qui una disciplina primaria fitta di parametri, indicatori , punteggi); si rafforza il ruolo dell’anzianità, per delimitare la gamma degli aspiranti legittimati a concorrere in «funzione di moralizzazione» (così la relazione illustrativa), criterio  che, tuttavia, se scoraggia la corsa agli incarichi, non elimina affatto l’idea di carriera legata all’avanzamento per anzianità. 

La magistratura riformata secondo il d.d.l. Bonafede rischia di regredire a corpo burocratico di funzionari, e non di giudici e magistrati del pubblico ministero. 

E alla sua burocratizzazione prelude la previsione di meccanismi che tendono a ridurre l’attività dell’autogoverno a funzioni meramente compilative o applicative. 

 

5. Uscire dalla crisi

5.1. Salvaguardare la democrazia e la rappresentanza

Siamo fermamente convinti che dalla crisi non usciremo con aggiustamenti progressivi di questa o quella circolare. Né mettendo sotto tutela il CSM, espropriandolo delle prerogative essenziali di discrezionalità, autonomia e peculiare politicità, necessarie per conformare le scelte di governo della magistratura e di amministrazione alle esigenze della giurisdizione, alla complessità dei suoi compiti di tutela dei diritti e di risposta alle attese di giustizia. Discrezionalità e politicità sono i tratti previsti dalla fisionomia  costituzionale di  quest’organo: ciò che ha contribuito a farne un «esperimento molto avanzato e inedito di istituzionalità democratica, una soluzione istituzionale che può dar corpo ad istanze profonde di democrazia» (Salvatore Senese); il punto di incrocio e di incontro di sensibilità istituzionali diverse  che, pur tra incertezze e contraddizioni, ha mostrato non solo di poter vivere ma anche di poter incidere; la chiave di volta che rende possibile un sistema giudiziario democratico (Giuseppe Borrè). Le esperienze di Turchia e Polonia, dove non esiste più una magistratura indipendente anche perché non esistono più Consigli di Giustizia indipendenti, dovrebbero aiutarci a comprendere che queste non sono solo belle parole e belle citazioni. 

Le imperfezioni della democrazia, le cadute delle sue istituzioni non si risolvono rinunciando alla democrazia e alle sue istituzioni. Né alle esperienze che hanno contribuito a farle vivere.

Autogoverno e ANM sono i luoghi dove la magistratura si è fatta carico delle sue responsabilità e, in molte stagioni, ha espresso il suo incisivo impegno per la costituzione e per la democrazia.  Questi sono i luoghi dove la magistratura deve oggi farsi carico della necessaria opera di rigenerazione culturale ed etica attraverso un’analisi che non ometta nulla, che non attenui nulla, che non falsifichi nulla, ma che non significhi perdita di consapevolezza dei valori – come la rappresentanza e la garanzia del pluralismo - che hanno contribuito alla costruzione della sua identità costituzionale e alla sua crescita culturale in senso democratico. 

Se un nuovo progetto è necessario per uscire dalla crisi questo richiede che si ristabilisca il senso della rappresentanza (in CSM e in ANM), della funzione dei gruppi e di tutte le aggregazioni in termini di elaborazione culturale, e della partecipazione a quel dibattito attivo che chiede conto a chi ci rappresenta della rispondenza delle linee di azione generale alle idealità e ai valori comuni. 

Non perdiamo consapevolezza di questi valori proprio nel momento in cui constatiamo che, anche in Europa, la presa dell’esecutivo sui sistemi giudiziari non a caso si realizza svuotando la funzione di autogoverno e limitando, o vietando, l’associazionismo giudiziario. E sulla base delle drammatiche esperienze di svolte autoritarie e di regressione democratica, si avverte la necessità di mettere al sicuro queste esperienze e importanti documenti internazionali - mi riferisco al recentissimo parere del CCJE 23 (2020) - ci ricordano che l’associazionismo giudiziario oggi partecipa alle grandi sfide della democrazia e che fra i suoi scopi è la promozione e difesa dell’indipendenza della magistratura e di tutti i principi dello Stato di diritto.

5.2 Rigenerare etica e professionalità

Sulla strada del suo percorso di rigenerazione etica, la magistratura e l’autogoverno incontreranno alcuni scogli da affrontare e fallimenti di cui prendere atto: conferme e valutazioni quadriennali - gli strumenti introdotti dalla riforma per innalzare il livello di professionalità e verificarlo in maniera costante al fine di garantire una dirigenza adeguata  - erano gli strumenti che avevamo a disposizione per impedire nuove forme di carrierismo e percorsi ascendenti e paralleli di carriera; erano gli strumenti affidati a tutto l’autogoverno, necessari   per fornire al CSM elementi concreti e affidabili di valutazione e di esercizio della discrezionalità.

Dopo una iniziale spinta propulsiva, la magistratura-corporazione li ha disinnescati se non trasformati, con il ritorno della prassi di pareri sovrabbondanti, in strumenti utili alla carriera.

Non possiamo rinunciare alla prospettiva di avere un sistema serio ed effettivo (e non inutilmente sovrabbondante) di valutazione di professionalità: su questo terreno si gioca una partita decisiva per la credibilità dell’autogoverno.

E su questo terreno non possiamo dare segnali di arretramento rispetto a conquiste culturali di apertura di cui come MD e magistratura progressista ci siamo fatti promotori.

Il contesto di forti e sicure garanzie nel quale si inserisce tutta la procedura di valutazione, rispetto ai principi di imparzialità e di tutela dell’indipendenza, sia esterna che interna, consente aperture e quindi maggiore trasparenza. E consente di percorrere strade più decise per immettere nella magistratura anticorpi contro il rischio di ripiegamenti corporativi. Ritengo per questo che siano segnali molto negativi gli arretramenti ai quali assistiamo, anche nel dibattito interno alla magistratura progressista, sul diritto di tribuna riconosciuto all’Avvocatura.

La professionalità è garanzia di indipendenza e l’indipendenza non può vivere senza il presidio della professionalità: credibilità e accettazione sociale dell’operato del giudice non possono darsi per acquisite una volta per tutte ma vanno conquistate e dimostrate sul campo. Di queste qualità la magistratura deve essere responsabile ed è chiamata a rispondere: chiedere la trasparenza che salva l’apparenza accettando o chiedendo giudizi nel chiuso delle stanze, non è rendere un buon servizio all’indipendenza (Borrè).

 

6. MD: riscoprire, nel pluralismo culturale, il ruolo di vigilanza

Chiudo tornando ad una riflessione iniziale. C’è un compito specifico che ci interpella come MD: la riflessione e la vigilanza sulla tenuta del ruolo costituzionale della giurisdizione, di tutela dei diritti e delle garanzie, che deve trovare il suo momento di verifica rispetto al diritto vivente. 

Lo scandalo delle nomine, che ha dimostrato quale sia stato il livello di interesse di soggetti estranei al Consiglio per le scelte del dirigente di  uffici requirenti, ha riproposto con maggiore urgenza anche la riflessione sul tema delle  Procure, sull’importanza di modalità trasparenti di esercizio dell’azione, sulle scelte di  direzione dell’ufficio, sulla sfera di discrezionalità che le caratterizza  e la capacità di rendiconto.

Modelli di personalizzazione, sovraesposizione  mediatica, e di comunicazione rischiano di affermarsi nell’inconsapevolezza delle ricadute che tutto ciò produce sulla mutazione del modello culturale di magistratura-  che è nel progetto costituzionale - e degli squilibri che si producono per il processo:  la presentazione semplificatoria dei risultati investigativi, finisce per accreditarli come verità, rischia di inoculare pregiudizi nell’opinione pubblica,  e di interferire, di fatto, con un esercizio sereno e perciò libero della giurisdizione.

Crediamo nel ruolo del PM che, quale primo tutore dei diritti e della garanzie, agisce sempre nella consapevolezza, e dimostrando consapevolezza della necessità di verificare nel contraddittorio la ricostruzione accusatoria.

La difesa dell’assetto di indipendenza per la magistratura e delle prerogative della giurisdizione ci impegna ad una azione culturale, di vigilanza critica ed autocritica, e in questa azione dobbiamo ritrovare il senso del pluralismo associativo e della nostra stessa scelta di continuare ad esserci.


 
[1] Vds. Nello Rossi in questa Rivista, Questione morale o questione democratica?, https://www.questionegiustizia.it/articolo/questione-morale-o-questione-democratica 

[*]

Relazione introduttiva al seminario di Magistratura democratica del 20 marzo 2021, dal titolo Dalla crisi e dalle cadute nel governo della magistratura all’attacco alla Giurisdizione.

22/03/2021
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