Il 23 marzo 2026
Il 23 marzo 2026 è con ogni probabilità una data destinata a segnare uno spartiacque nella storia dei tormentati rapporti tra avvocati e magistrati.
Se sarà positiva o meno dipenderà da quali insegnamenti le due componenti sapranno trarre.
È stata una pessima campagna propagandistica, in cui si sono viste cose che a malapena esseri umani raziocinanti avrebbero immaginato prima.
Ci sono state querele, foto falsificate con l’IA, invettive ed anatemi, rappresentazioni cruente, insulti e minacce di regolamenti di conti ex post come neanche in uno squallido campo di calcio delle categorie più infime.
La fine delle ostilità ha visto subentrare il silenzio attonito e frastornato degli sconfitti e, fortunatamente per ora, un approccio cauto e contenuto dei vincitori, simile a quello di sopravvissuti increduli a una paventata catastrofe nucleare. I canti di vittoria nelle aule, più che esplosioni di gioia, sembravano inni di ringraziamento dei sopravvissuti nell’Arca a un Dio misericordioso e salvifico.
È sperabile che la paura eviti ogni eccesso e, soprattutto, l’illusione che nulla si debba cambiare.
Il problema è la corretta analisi dell’esito e la comprensione dei reciproci errori.
È sperabile che l’avvocatura si liberi di qualche fanatico pasdaran che sognava isteriche rivincite e vendette per antiche frustrazioni, ma la magistratura, scampato il pericolo immediato e che sembrava ineluttabile, farà bene a ripensare a ciò che è successo nelle notti dell’Hotel Champagne e al patrimonio di credibilità dilapidato in pochi anni essenzialmente per la sua incapacità di auto-riformarsi.
Quando nel 2024, invitato a un convegno al Senato di Area DG prima della scissione su “Matteotti il riformista”, provai a insistere sui test attitudinali e un ruolo più incisivo degli avvocati nei consigli giudiziari (roba del tutto edulcorata rispetto a ciò che è venuto dopo), oltre a un ascolto cortese percepii un’acuta ostilità verso ogni cambiamento.
Di lì a pochi mesi, il cambio di governo avrebbe messo la magistratura di fronte a ben più radicali e devastanti cambiamenti.
Se non si porrà mano a serie innovazioni, il rischio di una nuova deflagrazione è solo rinviato fino al prossimo demagogo/a che prenderà il potere.
Quello che si è celebrato nei lunghi mesi prima della fine di marzo è stato un conflitto ideologico quanto altri mai tra due opposte visioni della giustizia.
La pretesa di una disputa sul fantomatico “merito della questione”, sia detto col dovuto rispetto per chi ci ha creduto e si è immolato, è stata solo la pietosa e un po’ ipocrita illusione di una classe politico-forense retriva e conservatrice financo quando si illude di essere “riformista”.
Aborrire la visione sociale e il significato politico della giustizia e dei processi che la regolano al grido di “qui non si fa politica” è roba da reazionari sanfedisti.
Lo ha spiegato eloquentemente in un articolo sul Foglio di diversi anni fa l’attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, quando inquadrò con precisione il bersaglio che poi, da uomo di governo, avrebbe cercato di cogliere: «una oggettiva egemonia culturale (quella di Area e Md), che ricade sulla formazione dei magistrati e sulla elaborazione di orientamenti “avanzati” sul fronte dei cd. diritti civili, spesso sostitutivi di norme esistenti o sollecitatori verso il Parlamento: è il capovolgimento della prospettiva per la quale il giudice applica la legge».
A fronte di ciò, l’ideale che si contrappone è una nuova categoria di magistrati totalmente de-ideologicizzati, cui «interessano fino a un certo punto [i] successi nell’affermazione di posizioni libertarie: interessano di più l’avvenuta riduzione di ferie e stipendio e la carenza di mezzi».
Piaccia o non piaccia agli instancabili adoratori del “merito tecnico”, anche di questo conflitto si è trattato e disputato in questi lunghi mesi.
La riprova dell’esistenza di questa faglia divisoria è stata fornita da un fenomeno non previsto: la presenza trasversale di avvocati e magistrati schierati, rispettivamente, per il NO e per il SÌ.
Trattati dalle rispettive categorie alla stregua di lacchè dei magistrati i primi, e di venduti alla politica i secondi, costoro in realtà sono le spie di un più profondo cambiamento, come sempre avviene di fronte a eventi inaspettati.
È successo che esponenti delle due categorie hanno trovato assonanza di idee con quelle delle opposte categorie. Un fenomeno di trasversalità e non di mero trasformismo: un conflitto di idee e non di sole ambizioni.
Del resto, non è un caso che questa particolarità si sia verificata nel momento storico in cui l’elettorato abulico degli ultimi anni si è mobilitato in massa, spinto da motivazioni squisitamente politiche.
Sbagliano di grosso coloro che si sono pigramente lamentati di tale fenomeno: esso costituisce semplicemente e finalmente il risveglio della politica, che ha logicamente investito il mondo della giustizia, che si vorrebbe campo di caccia esclusivo per noiose discussioni su lemmi e commi.
Semmai c’è da lamentare, da parte dell’avvocatura sconfitta, l’incapacità e la cortissima visione di chi non ha saputo spiegare il senso politico e innovatore della propria posizione.
L’incapacità delle associazioni forensi di saper cogliere i grandi sommovimenti politici di quest’epoca meriterebbe un capitolo a parte: è sperabile che qualcuno capisca che l’Italia attuale non è più quella della propria giovinezza di trent’anni fa, i tempi di Berlusconi e di Di Pietro, purtroppo una pagina gloriosa iniziata col varo del nuovo art. 111 e del giusto processo (in sede parlamentare e non a mezzo referendum, e non è un caso) si è chiusa nel peggiore dei modi, ma non è tardi per aprire gli occhi.
Solo pochi mesi fa, sul tema scottante dell’immigrazione, la Commissione Centri di permanenza per i rimpatri dell’Unione Camere penali si era schierata apertamente quanto coraggiosamente a favore dei discussi provvedimenti delle sezioni specializzate dei tribunali sul tema.
È rimasta, questa, una felice eccezione perché dopo, sulla politica governativa in tema di carceri, ordine pubblico e appunto immigrazione, l’avvocatura associata ha fatto calare un prudente silenzio.
Invece è ipotizzabile che sul crinale del risveglio della politica si possano rinvenire temi di un civile confronto e, perché no, di aggregazioni trasversali.
Voglio ricordare, a tale proposito, la figura luminosa di Ettore Randazzo, che da presidente dei penalisti italiani aveva perseguito tenacemente la separazione delle carriere ma che, in seguito, col suo “laboratorio permanente”, ebbe l’idea di mettere sotto lo stesso tetto magistrati ed avvocati sul campo della deontologia e dell’elaborazione di comuni linee guida sul processo. Quell’idea, dopo la sua precoce morte, non ha trovato chi sapesse darle continuità ma è ancora, a distanza di un decennio, un’idea che mi auguro le giovani generazioni di avvocati e magistrati liberi dalle scorie di vecchi avvizziti nel rancore sapranno ritrovare, perché il momento è adesso.
* Pubblicato su QG online il 10 aprile 2026 (www.questionegiustizia.it/articolo/il-23-marzo-2026).