Magistratura democratica
cinema e letteratura

Recensione a "Mia madre", di Nanni Moretti

di Bruno Capponi
Ordinario di Diritto processuale civile della LUISS Guido Carli
Le assenze più laceranti sono quelle che non vengono dalla morte, ma da come abbiamo deciso di vivere
Recensione a "Mia madre", di Nanni Moretti

Mia madre è un film sulla perdita. La morte della madre – lenta, progressiva, inarrestabile – è un simbolo tragico al centro della narrazione; ma è anche un contenitore dentro cui, alla rinfusa, potranno riconoscersi le tante altre perdite che accompagnano quella che della morte dovrebbe essere l’esatto contrario (non a caso, la madre morente sembra a tratti più vitale dei suoi figli).

Margherita (alter ego di Nanni) è certamente la persona che mostra di aver subìto più perdite (non ha un compagno; per un banale allagamento rinuncia alla sua casa e si rifugia in quella della madre; apprende da quest’ultima – non s’era accorta di nulla – che la figlia aveva avuto un difficile semestre scolastico a causa di un amore infelice; afferma a chiare lettere di non sapere e capire più nulla; suggerisce agli attori una regola di recitazione – il personaggio a lato dell’attore – che lei stessa confessa di non comprendere) ma anche Turturro, attore gigione abilmente in bilico tra commedia e tragedia, confessa di girare con in tasca le foto di chi deve incontrare tutti i giorni sul set ma che una malattia ereditaria gli impedisce di riconoscere, così come di ricordare le battute del film (per l’attore l’assenza di memoria è di sicuro la più grave perdita). Turturro è un vero disastro, eppure non è un personaggio negativo. Nessuno dei protagonisti è vivo del tutto.

Lo stesso Nanni perde o ha già perso se stesso: non si sa nulla della sua vita, che evidentemente non ha o non ha più, e rinuncia anche al lavoro forse per abbandonare l’unica cosa rimastagli dopo la madre. Maniacale, tende all’assoluto. Invitato da un comprensivo funzionario a ripensare la sua scelta, perché ben difficilmente alla sua età potrà trovare un nuovo lavoro, dice che ormai ha deciso, non torna indietro: ma il perché non lo si saprà mai. Dopo la morte della madre (la perdita ultima, alla quale assiste con assiduità scientifica) non avrà più nulla ed è proprio quello che vuole. Nanni è lucido; a differenza della sorella ha capito immediatamente che l’evento si potrà ritardare, ma non evitare. Mamma sta morendo, continua a ripetere a Margherita, intendendo però che quella morte riguarda tutti.

Una voce si chiede: dove vanno a finire tutte le cose che abbiamo letto, studiato, coltivato, i libri che abbiamo raccolto in una vita e che una mano estranea, dopo di noi, potrà accarezzare senza conoscerne i contenuti? Nessuno della famiglia – men che mai la nipote, che pure qualche scolastico sforzo lo fa – sa nulla dell’amore più certo della nonna morente: la lingua latina, la cui frequentazione richiede l’uso di un certo vocabolario che dovrà esserle portato in ospedale. Proprio quello. Margherita, a letto con la figlia, afferma che lo studio del latino è importante ma non si ricorda il perché, e sorride disarmata; Nanni, nella cucina della madre mentre la nipote fa i compiti, ricorda improvvisamente una regola della costruzione latina ma non saprebbe spiegarne la ragione: lui è ingegnere (ma anche Gadda lo era). La morte è rappresentata da una serie di scatoloni buttati per terra, che chissà quando saranno caricati per chissà dove.

Nella celebrazione dell’assenza, tutti si trasferiscono a casa della madre ricoverata in ospedale; Margherita si stranisce quando la figlia utilizza l’accappatoio della nonna (sembra già venuto il tempo della successione nei beni di uso più comune), ma ancor più quando realizza che la vita quotidiana della madre, pur tanto amata, le è estranea: non sa dove conserva le bollette della luce, scopre che ordina pasti a domicilio delle cucine etniche più disparate, che frequenta “come fossero altri figli” i suoi ex studenti che vanno regolarmente a trovarla. Cosa che forse lei stessa – figlia vera – non faceva, prima della malattia. La vita della madre è piena di cose che a lei restano oscure: la madre ha conosciuto momenti di spensieratezza senza di lei, coi suoi allievi (forse i figli veri), ha addirittura danzato.

La madre nel film continuamente scompare e riappare: distesa nel letto d’ospedale, vestita di scuro sul letto di morte, in piedi davanti allo specchio mentre prova un abito modesto, nel sogno quando, in camicia da notte, evade incerta verso il traffico; ma la scena in cui soffre veramente è quando Margherita distrugge la sua utilitaria sbattendola ripetutamente contro un muro, perché la mamma non può più guidare. Non è più autonoma, non ce la fa più.

Dimessa dall’ospedale e tornata a casa, all’inizio sembra star meglio mentre impartisce lezioni di latino alla nipote; ma l’immagine che ne decreta la morte certa è quella in cui la si vede nel suo letto distesa, gonfia, immobile, già irriconoscibile. I figli la guardano e si chiedono se sia già morta, ed è morta anche se non lo è. Non ne avrà per molto.

Sarà per Nanni l’assenza definitiva, programmata e accettata, per Margherita parrebbe di no. Ma è proprio l’ultimo compagno, in un baretto desolato di periferia, a spiegarle il perché delle sue tante assenze: gli altri la evitano, nessuno sta bene con lei nel lavoro e fuori, lei guarda dall’esterno la sua stessa vita (si riconosce infatti in due giovani che litigano facendo la fila per il Capranichetta – cinema che ormai nella realtà non esiste più: altra perdita). Del resto ha per tutti un totale disinteresse e anche il buon Turturro, uomo tragico ma di vitalità esplosiva, alla fine la annoia. Lo sopporta per via del film, lo sostiene, lo accompagna; ma non vede l’ora di perderlo.

Nanni Moretti, che a volte ha mostrato doti di sorprendente preveggenza (Il Caimano, Habemus Papam), questa volta è un ragazzo precocemente invecchiato nello sforzo di ricordarci che le assenze più laceranti sono quelle che non vengono dalla morte, evento che tutti dobbiamo accettare, ma proprio da come abbiamo deciso di vivere. 

 

10/05/2015
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