Magistratura democratica
Controvento

Iran: una rivoluzione contro il governo di Dio?

di Nello Rossi
direttore di Questione Giustizia

I regimi che pretendono di legittimarsi e di governare in nome di un Dio sono i più oppressivi di tutti perché aspirano a disciplinare ogni aspetto della vita, penetrando la politica, il diritto, il costume, la dimensione privata. 
Perciò la rivolta contro l’oppressione può assumere come sua prima forma la rivendicazione di libertà elementari negate nella sfera individuale e sociale – la scelta dell’abbigliamento, il ballo, il canto, l’affettività, la vita di relazione – scontrandosi frontalmente con steccati e divieti come l’apartheid femminile e con le enormi diseguaglianze attuate e perpetuate in nome della religione. 
E’ quanto sta oggi accadendo in Iran, attraversato da un potente moto di ribellione popolare al totalitarismo teocratico dominante nel Paese. 
Un movimento di giovani - spontaneo e diffuso e perciò difficile da decapitare con gli arresti, in larga misura non violento ma radicale perché mira al cuore della Repubblica islamica - sta dando vita ad una protesta rivoluzionaria. Lo fa sotto lo sguardo disattento e distratto dell’Occidente liberale e democratico e nel silenzio delle destre mentre in Italia la stordita e frammentata congerie di forze che sta all’opposizione o tace - con la sola eccezione dei radicali- o si esprime con voce flebile, mostrandosi incapace di incisiva solidarietà e di effettivo sostegno alla lotta di emancipazione e di liberazione in corso in Iran. 

La piena libertà per le diverse fedi e sensibilità religiose garantita negli Stati democratici di diritto deve accompagnarsi, in Europa e nel mondo, al radicale contrasto di ogni forma di fanatismo, di intolleranza, di terrorismo e di repressione posti in essere invocando pretestuosamente la religione islamica o qualsiasi altra fede o guerra santa. Quando gli studenti iraniani gridano contro i guardiani della rivoluzione: «voi siete il nostro Isis» colgono il nesso che corre tra la violenza terrorista in Europa e in Oriente e l’oppressione interna esercitata da un regime teocratico. 

Sommario: 1. Rivoluzione donna, rivoluzione di popolo - 2. Il totalitarismo teocratico: un regime più oppressivo di qualsiasi altra dittatura - 3. L’urto violento tra due mondi - 4. E l’Occidente? E l’Europa? 

 

1. Rivoluzione donna, rivoluzione di popolo

26 ottobre 2022, cimitero Aichin di Saqqez, nella provincia del Kurdistan iraniano: sono moltissime le persone che si radunano per commemorare Mahsa Amini, la 22enne morta il 16 settembre a Teheran dopo essere stata arrestata dalla Gasht-e Ershad, la famigerata “polizia morale”, perché non indossava il velo in modo corretto.

Sono persone giunte a piedi, dalle campagne o attraverso la strada statale, perché la polizia ha bloccato tutte le strade per impedire l’accesso al cimitero nel quarantesimo giorno dalla morte della giovane, che in Iran è tradizionalmente celebrato come la fine del lutto. 

Ma il dolore è intatto e non si placa, esacerbato dalla feroce repressione del regime nei confronti di quanti, negli ultimi quaranta giorni, hanno dato vita a proteste e gridato nelle strade “donne, vita e libertà” e gli altri slogan della protesta che si è rapidamente diffusa in tutto il Paese: “morte al dittatore”, “il Kurdistan sarà la tomba dei fascisti”. 

Contro la folla è stato aperto il fuoco e sono stati utilizzati gas lacrimogeni, ci informa - bucando la censura - Hengway, l’organizzazione con sede in Norvegia, che espone e denuncia le violazioni dei diritti umani nel Kurdistan. 

Mentre Hrana, agenzia di stampa degli attivisti dei diritti umani, citata dalla rete televisiva BBC e dall’agenzia Reuters, fornisce i numeri delle vittime della repressione in tutto l’Iran dall’inizio delle manifestazioni di protesta: 248 morti, di cui 33 bambini; migliaia di arrestati (secondo il Guardian dodicimila), tra cui l’italiana Alessia Piperno; moltissime le persone incriminate con le accuse di «raduno e cospirazione con l’intento di danneggiare la sicurezza nazionale, propaganda contro il sistema finalizzata a innescare disordini pubblici». 

E’ un popolo di giovani donne e di giovani uomini quello che insorge e si ribella in Iran. 

Nel Paese la stragrande maggioranza dei cittadini (l’86 per cento della popolazione) ha meno di 43 anni ed è nata dopo la rivoluzione del 1979. 

Rivoluzione scaturita dall’azione di forze politiche e culturali diverse – liberali, marxisti, nazionalisti e religiosi – ma rapidamente “divenuta” esclusivamente islamica[1] per il prevalere in essa della componente religiosa riunita intorno all’ayatollah Khomeini. 

La «rivoluzione donna»[2] in atto - che contagia e suscita simpatie in ampi ceti sociali – è un movimento di donne e di uomini spontaneo e perciò difficile da decapitare con gli arresti, in larga misura non violento ma al tempo stesso radicale perché esprime una forte e diretta opposizione alla Repubblica islamica in quanto tale. 

Come ha ricordato sulle pagine di questa Rivista, Shirin Zakeri[3] «gli iraniani, da diversi decenni, protestano per vari motivi: nel 1999 iniziarono gli studenti dell’Università di Teheran per la libertà di espressione; nel 2009, per i risultati delle elezioni presidenziali e la discussa vittoria di Ahmadinejad del gruppo conservatore (considerata, questa, la prima protesta di massa dopo il ‘79 per la libertà di espressione e diritti civili); nel 2019, per la situazione della crisi economica causata dalle sanzioni internazionali imposte, in particolare, dall’occidente e dagli Stati Uniti; nel 2020, per la caduta del volo 752, abbattuto dalla milizia iraniana per errore; nel 2021, per la corruzione e per la carenza di strutture». 

Ma il movimento attuale ha un più alto tasso di radicalità perché al suo fondo, accanto al rifiuto di anacronistiche e vessatorie restrizioni sociali e culturali, stanno molteplici fattori di crisi e di avversione verso il regime tra cui «la perdita di speranza per una riforma, il boicottaggio delle elezioni presidenziali del 2021 –con la vittoria di Ebrahim Ra’isi, candidato ultra conservatore –, l’isolamento dell’Iran per i diritti umani e le sanzioni economiche, l’aumento della microcriminalità e dell’uso della droga, le fratture di classe e la disuguaglianza sociale, la disoccupazione e l’irresponsabilità dell’establishment iraniano[4]». 

Ma quali sono i tratti propri del potere che la rivolta ha di fronte? Per capirlo bisogna ricordare, anche se solo per cenni, quale è la fisionomia politica ed istituzionale della Repubblica Islamica. 

 

2. Il totalitarismo teocratico: un regime più oppressivo di qualsiasi altra dittatura

Nel suo peculiare assetto - frutto della combinazione di tratti repubblicani e di elementi teocratici – la Repubblica islamica iraniana è stata concepita per garantire un rigido controllo dei religiosi sulla società e sulle istituzioni, dando attuazione all’ideologia del governo islamico elaborata dall’ayatollah Khomeini[5]

Come è noto, la più singolare caratteristica del regime iraniano è il “dualismo” tra organi di governo dotati di legittimazione religiosa e organi aventi legittimazione popolare. 

Al vertice del sistema istituzionale sta la Guida suprema - carica ricoperta dal 1979 al 1989 dall’ayatollah Khomeini e successivamente dall’ayatollah Ali Khamenei – che riunisce in sé la funzione di guida religiosa e politica ed è titolare di amplissimi poteri di indirizzo politico, di comando delle forze armate, di controllo dei servizi di sicurezza nonché di nomina dei capi di “tutti” gli apparati strategici del regime (capo del sistema giudiziario, capo della polizia, capo di Stato maggiore dell’esercito, comandante delle Guardie della Rivoluzione (sepah-e pasdaran), presidente dei giuristi del Consiglio dei Guardiani della Costituzione). 

Un organismo, quest’ultimo che ha il compito di vigliare sulla conformità dei disegni e delle proposte di legge alle norme islamiche e alla Costituzione ed è composto da sei giuristi islamici nominati dalla Guida suprema e sei giuristi civili scelti dal Parlamento nell’ambito di una rosa formulata dall’organo principale del sistema giudiziario, il Consiglio supremo di Giustizia, 

Nel potere clericale risiede anche il monopolio della forza, esercitato da tre istituzioni – l’esercito regolare, il corpo delle Guardie della Rivoluzione[6], la polizia - che devono essere composte da elementi di provata fede islamica ed i cui vertici sono nominati dalla Guida suprema. 

A sua volta il potere giudiziario è secondo la Costituzione “indipendente” ma tenuto a conformarsi alle norme islamiche. 

Mentre la gestione amministrativa della carriera dei magistrati e la materia dell’organizzazione sono affidate ad un “esperto” di affari giudiziari e di amministrazione posto a capo del sistema giudiziario, nominato dalla Guida suprema e destinato a restare in carica per cinque anni, gli altri organi del potere giudiziario sono il Consiglio Supremo di giustizia[7] e il Ministro della giustizia[8]

Però, secondo una collaudata tecnica dei regimi dispotici accanto ai tribunali ordinari civili e penali sono stati istituiti Tribunali speciali, segnatamente i Tribunali della rivoluzione islamica competenti per gli attentati alla sicurezza nazionale, gli atti di terrorismo, i reati di corruzione e per le attività controrivoluzionarie, il cui Presidente ed il cui Procuratore generale sono nominati dalla Guida suprema. 

Al ferreo asse del potere clericale si affiancano in posizione subalterna e con un potere per così dire residuale[9] gli organi legittimati dal voto popolare: il presidente della Repubblica[10] e l’Assemblea consultiva islamica[11]

A completare il quadro complesso del potere iraniano stanno l’Assemblea degli esperti[12]e le organizzazioni rivoluzionarie chiamate a gestire beni confiscati al precedente regime e ad esercitare funzioni economiche ed assistenziali. 

In definitiva  il regime vigente in Iran è la manifestazione di un “totalitarismo teocratico” che pretende di legittimarsi e di governare in nome di Dio e aspira a disciplinare ogni aspetto della vita, penetrando la politica, il diritto, il costume, la sfera più privata dell’esistenza. 

Perciò la rivolta contro l’oppressione può assumere come sua prima forma la rivendicazione di libertà elementari negate nella sfera individuale e sociale – riguardanti l’abbigliamento, il ballo, il canto, l’affettività, la vita di relazione – scontrandosi frontalmente con steccati e divieti come l’apartheid femminile e con le enormi diseguaglianze attuate e perpetuate in nome della religione. 

Proprio perché sono mossi da un’ ideologia religiosa ed assolutista e perché sono abituati ad un potere assoluto e pervasivo, gli uomini del regime non sembrano in grado né di comprendere, né di recepire la straordinaria spinta di liberazione che viene dalla nuova rivoluzione “donna” in atto in Iran[13], nella quale confluiscono il fermo desiderio di superare la segregazione femminile e più generali istanze di emancipazione e aspirazioni di libertà delle giovani generazioni, insofferenti dei divieti e delle molteplici restrizioni sociali e culturali loro imposte. 

 

3. L’urto violento tra due mondi

Di qui l’urto violentissimo tra due mondi sinora affrontato dal regime con l’indiscriminato ricorso alla violenza ed alla repressione. 

Così - riferisce Amnesty International[14]- subito dopo l’inizio delle manifestazioni di protesta per l’uccisione di Mahsa Amini i vertici delle forze armate iraniane diramano documenti in cui si invitano tutti i comandi provinciali ad «affrontare severamente gli antirivoluzionari e coloro che creano disordini», mentre il 23 settembre, il comandante delle forze armate della provincia di Mazandaran ordina di «affrontare senza pietà, anche arrivando alla morte, qualsiasi disordine provocato da rivoltosi e antirivoluzionari».

Per stroncare le proteste - sostiene sempre Amnesty International - le autorità iraniane fanno ricorso ad una duplice tattica: «da un lato l’impiego di Guardie rivoluzionarie, delle forze paramilitari basiji, del Comando per il mantenimento dell’ordine pubblico, della polizia antisommossa e di agenti in borghese; dall’altro, il ricorso alla forza letale e alle armi da fuoco con l’obiettivo di uccidere manifestanti e nella consapevolezza che il loro uso avrebbe potuto causarne la morte».

Del resto autorità religiose, uomini di governo, militari non si limitano alla repressione violenta. 

Essi cercano di impedire, bloccando internet ed i social, che il movimento di protesta possa parlare al Paese ed al mondo e comunicare al suo interno. 

Ma nulla possono contro la forza espressiva dei simboli adottati nella rivoluzione di donne, di giovani, di popolo, in atto nel Paese e capace per ora di resistere alla brutale repressione. 

Il taglio dei capelli - sia esso espressione di lutto, tristezza, rabbia, volontà di ribellione - e il rogo dei hijab[15] sono gesti straordinariamente potenti, espressivi del rifiuto del dominio altrui sul proprio corpo e testimoniano di un desiderio di indipendenza che sembra impossibile spegnere. 

E ciò mentre gli uomini iraniani – dice il sociologo Mehrdad Darvishpour – sono solidali con le donne a testimonianza del fatto che «la cultura patriarcale è in via di ridefinizione insieme a concetti come onore e pudore». Lo possiamo osservare nelle famiglie – aggiunge – dove «i giovani padri non temono più la tenerezza e i giovani mariti non temono più di svilire la mascolinità condividendo le responsabilità domestiche con le loro mogli[16]».

 

4. E l’Occidente? E l’Europa? 

Non sappiamo quale sarà l’esito dello scontro in atto tra un regime che controlla saldamente i gangli essenziali del sistema economico ed è forte di apparati militari e di polizia di eccezionale potenza ed un movimento di popolo e di opinione pubblica che ha dalla sua l’apporto delle giovani generazioni, cioè del nerbo del futuro Iran, e un desiderio di libertà che appare incomprimibile. 

Sappiamo però che l’Occidente e l’Europa, rinunciando di fatto a sostenere con la necessaria determinazione la rivoluzione in atto mostrano di non capire le potenzialità del moto di liberazione che scuote l’Iran e, ancora una volta, si rivelano al di sotto dei valori proclamati e dei doveri che ne derivano. 

Nel momento in cui il totalitarismo teocratico, con la sua ossessiva pretesa di controllo sulla vita delle persone, entra in rotta di collisione con il sentire e i desideri della giovane generazione Z, mostrando crepe e segni di fragilità, il mondo democratico non dovrebbe limitarsi ad una attenzione di maniera e ad un blando e distratto sostegno. 

E ciò vale anche per l’Italia dove la destra volta la faccia dall’altra parte mentre la stordita e frammentata congerie di forze che sta all’opposizione tace - con la sola eccezione dei radicali- o si esprime con voce flebile, mostrandosi incapace di incisiva solidarietà e di effettivo sostegno alla lotta di emancipazione e di liberazione in corso in Iran. 

La piena libertà per le diverse fedi e sensibilità religiose garantita negli Stati democratici di diritto deve accompagnarsi, in Europa e nel mondo, al radicale contrasto di ogni forma di fanatismo, di intolleranza, di terrorismo e di repressione posti in essere invocando pretestuosamente la religione islamica o qualsiasi altra fede o guerra santa. 

Quando gli studenti iraniani gridano contro i guardiani della rivoluzione: «voi siete il nostro Isis» colgono il nesso che corre tra la violenza terrorista in Europa e in Oriente e l’oppressione interna esercitata da un regime teocratico. 

La promozione di una transizione dell’Iran dalla teocrazia alla democrazia è certamente problematica ma non merita di essere aprioristicamente abbandonata a se stessa. 

A meno di non dovere ammettere con Adriano Sofri che «L’Occidente migliore è fuori dell’Occidente. Nelle giovani iraniane che liberano i capelli e vengono assassinate per questo». 

 

 

photo credits: Yasin Akgül (Afp)


 
[1] In questi termini A. Perteghella, L’Iran: assetto istituzionale, quadro politico interno e scelte di politica estera, Ispi, Osservatorio di politica internazionale di Senato, Camera e MAECI, in Ispionline.it, 25 febbraio 2021, saggio al quale si rinvia per una ampia ed accurata analisi dell’assetto economico, politico ed istituzionale dell’Iran.

[2] Per questa definizione vedi, tra gli altri, Iran: la rivoluzione è donna, in Ispionline.it, 27 settembre 2022.

[3] S. Zakeri, Le rivendicazioni delle donne e le proteste in Iran: le radici femminili della rivolta, in Questione Giustizia on line, 5.10.2022.

[4] Così S. Zakeri, op. cit.

[5] Sul concetto di Velayat –e faqih: Hokumat-e Islami (l’autorità del giurisperito: il governo islamico) formulato nelle lezioni tenute dall’ayatollah Khomeini durante il suo esilio a Najaf tra il 21 gennaio e l’8 febbraio 1970 si sofferma A. Perteghella, op. cit., sottolineando che in tali lezioni Khomeini «partendo dall’affermazione della necessità della costituzione del governo islamico arriva ad affidare la guida di tale governo ai dottori della legge».

[6] All’interno del corpo delle Guardie della Rivoluzione operano le milizie popolari basiji con compiti di capillare controllo dell’aderenza della popolazione ai dettami di comportamento della religione islamica nella versione adottata dal regime. Inoltre il corpo riunisce in sé una funzione militare e di polizia, una funzione politica di lotta agli elementi controrivoluzionari e un rilevante presenza nell’economia del Paese giacché i pasdaran, a partire dal loro coinvolgimento nella industria bellica nel 1983, sono giunti a controllare molte società impegnate in settori chiave dell’economia iraniana.

[7] Nel Consiglio Supremo di Giustizia siedono il Presidente della Corte Suprema (organo cui spetta di garantire l’uniforme applicazione delle leggi e delle procedure giudiziarie), il Procuratore generale e tre giudici esperti di teologia e di giurisprudenza islamica.

[8] Al Ministro della Giustizia, nominato dal Presidente della Repubblica in una rosa proposta dal capo del sistema giudiziario, possono essere delegate da quest’ultimo funzioni in ambito finanziario ed amministrativo. Il Ministro cura inoltre le relazioni tra il sistema giudiziario e i poteri legislativo ed esecutivo.

[9] E’ legittimo parlare di un potere di carattere “residuale” degli organi elettivi della Repubblica islamica perché le funzioni ad essi attribuite trovano un limite negli amplissimi poteri della Guida suprema e devono essere svolte nel rispetto della santità dell’Islam: il presidente della Repubblica è seconda carica dello Stato preceduta dalla Guida suprema e i componenti dell’Assemblea islamica, dopo l’elezione, sono chiamati a giurare fedeltà alla Rivoluzione islamica.

[10] Seconda carica dello Stato, il Presidente della Repubblica, destinato a rimanere in carica per quattro anni, è eletto direttamente dal popolo con maggioranza assoluta al primo turno elettorale e relativa al secondo turno. Al Presidente spetta l’esercizio del potere esecutivo al di fuori dell’ambito, come si è detto amplissimo, dei poteri riservati alla Guida suprema.

[11] Equivalente dei nostri Parlamenti, l’Assemblea, composta di 270 membri, è eletta a suffragio universale ed a scrutinio segreto, rimane in carica per quattro anni ed esercita la funzione legislativa. Con un quorum dei due terzi dell’Assemblea può essere indetto su questioni di rilevanza nazionale un referendum popolare di carattere legislativo.

[12] All’Assemblea degli esperti è affidato il compito di designare la Guida suprema e di destituirla in caso di incapacità o di sopravvenuta inidoneità allo svolgimento dei suoi compiti. Ma essa entra in campo solo laddove la Guida non si affermi indiscutibilmente in forza di un carisma riconosciuto.

[13] Cfr. Iran: la rivoluzione è donna, in Ispionline.it, 27 settembre 2022.

[14] V. sul sito di Amnesty International, 22 settembre 2022, Iran, repressione mortale delle proteste per l’uccisione di Mahsa Amini: «Occorre un’azione globale per fermare l’impunità», documento che contiene la richiesta della costituzione di un meccanismo internazionale e indipendente di inchiesta che affronti il clima di impunità dominante in Iran. 

[15] Sul velo islamico e sul gesto del taglio dei capelli v. S. Zakeri, Le rivendicazioni delle donne e le proteste in Iran: le radici femminili della rivolta, cit.

[16] Citazione tratta dall’articolo di T. Boutourline, Il Foglio on line 27 settembre 2022, I ragazzi d’Iran protestano con le ragazze e le proteggono. E’ un paese nuovo. 

31/10/2022
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03/11/2022
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Perciò la rivolta contro l’oppressione può assumere come sua prima forma la rivendicazione di libertà elementari negate nella sfera individuale e sociale – la scelta dell’abbigliamento, il ballo, il canto, l’affettività, la vita di relazione – scontrandosi frontalmente con steccati e divieti come l’apartheid femminile e con le enormi diseguaglianze attuate e perpetuate in nome della religione. 
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La piena libertà per le diverse fedi e sensibilità religiose garantita negli Stati democratici di diritto deve accompagnarsi, in Europa e nel mondo, al radicale contrasto di ogni forma di fanatismo, di intolleranza, di terrorismo e di repressione posti in essere invocando pretestuosamente la religione islamica o qualsiasi altra fede o guerra santa. Quando gli studenti iraniani gridano contro i guardiani della rivoluzione: «voi siete il nostro Isis» colgono il nesso che corre tra la violenza terrorista in Europa e in Oriente e l’oppressione interna esercitata da un regime teocratico. 

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05/10/2022