Magistratura democratica
Controvento

Ancora una donna, ancora una avvocata. Per Nasrin Sotoudeh

Ancora una donna, ed il suo corpo, ad ergersi a simbolo della difesa dei diritti umani e del dovere della battaglia contro ogni totalitarismo, a qualunque latitudine. Ancora una avvocata, come già è successo a Ebru Timtik, in Turchia, che ha scelto di dare la sua vita per un’idea di giustizia per cui ha combattuto, sino al sacrificio più grande.

Nasrin Sotoudeh è una avvocata iraniana, da sempre impegnata sul terreno della difesa dei diritti umani, in specie quelli delle donne, particolarmente esposte alla reazione repressiva di uno stato confessionale, illiberale, sessista, che colpisce implacabilmente ogni gesto che si discosti dalle sue rigide regole. Nasrin Sotoudeh da anni affronta le difficoltà che provoca l’aver opposto la resistenza costituita dalle armi pacifiche del diritto e della parola all’oscurantismo di un regime che non tollera l’esercizio delle libertà e l’affermazione delle scelte individuali nel segno del diritto e dei diritti. Le sue battaglie le hanno portato grandi riconoscimenti internazionali, ma le sono costate la perdita della libertà. Oggi mettono in pericolo la sua vita.

Dopo aver scontato tre anni di carcere dal 2010 al 2013, a seguito di una condanna a cinque anni di reclusione, nel 2018 è stata nuovamente condannata a 33 anni ed a 148 frustate. Le accuse consistono nell’aver “complottato contro la sicurezza nazionale”, minacciato il sistema”, “istigato alla corruzione ed alla prostituzione”, essendo comparsa lei stessa in un’aula di giustizia senza il velo. 

A seguito del diffondersi dell’epidemia da Covid-19 in Iran, Nasrin ha coraggiosamente iniziato il suo sciopero della fame, chiedendo il rilascio di tutti prigionieri politici, esclusi da ogni provvedimento clemenziale per ragioni sanitarie ed esposti al pericolo del contagio che anche in quel paese si sta diffondendo vertiginosamente. Dopo più di quaranta giorni le sue condizioni fisiche hanno reso necessario un ricovero ospedaliero che si è concluso dopo pochi giorni, al termine dei quali Nasrin Sotoudeh è stata riportata in carcere per continuare a scontare la sua pesantissima condanna. Nessuna risposta è venuta sin qui dalle Autorità iraniane, pur a fronte delle prese di posizione di Organizzazioni umanitarie, prima fra tutte Amnesty International. Evidentemente non basta.

C’è di nuovo una grandezza tragica in questa vicenda, come già in quella di Ebru Timtik, che non può lasciarci indifferenti. La sproporzione feroce tra l’enorme potere di uno stato illiberale e vendicativo, che spiega tutta la sua forza per spezzare la resistenza di quella che considera una avversaria pericolosa, e la ostinata capacità di una donna nel non deflettere dalle sue idee e dai suoi principi, interpella la coscienza di tutti i democratici. Nasrin Sotoudeh assurge a simbolo della lotta per i diritti umani e per la libertà individuale, in uno Stato in cui da anni continua l’escalation della repressione contro il dissenso.

La comunità dei giuristi ha una ragione in più di riflessione e di mobilitazione: quella che riguarda il ruolo dell’avvocatura, come fattore essenziale dello stato democratico di diritto, messo sotto attacco anche in questo caso là dove la forza prepotente del potere assoluto attacca proprio un ganglio fondamentale di resistenza e di libertà. E lo fa secondo il solito copione, sovrapponendo il ruolo difensivo alle accuse all’assistito: il difensore come correo, o favoreggiatore, che si sovrappone alla figura del suo assistito e ne segue fatalmente la sorte. La ribellione dell’avvocata Sotoudeh, come già quella dell’avvocata Timtik, spezza questo cerchio perverso e viziato, per ridare al ruolo della difesa la sua unicità irrinunciabile.

C’è un terzo elemento, poi, che assume anche sul piano simbolico un grande significato: anche in questo caso, è un corpo di donna a sacrificare se stesso, opponendo l’estremo gesto di resistenza alla violenza di uno Stato autoritario che proprio sui corpi di donna sfoga la sua brutale smania di dominio, per poter almeno tracciare il confine, segnare il limite, una volta superato il quale non sarà più possibile  ignorare la disumanità di cui si fa forte la repressione. 

Le timidezze delle reazioni della politica della comunità internazionale sono anche in questo caso un ulteriore sintomo di una malattia più grave, che vede soccombere la tutela dei diritti e delle libertà di fronte alle convenienze di tipo economico che hanno ormai spuntato o quasi ogni arma del diritto internazionale. Il frustrante senso di impotenza che ormai avvolge questo genere di notizie, sempre più frequenti, spinge fisiologicamente verso la rassegnazione e il disinteresse, nonostante alle porte del nostro rassicurante mondo occidentale si consumino, ogni giorno di più, clamorose violazioni dei diritti umani (a partire dal dramma di Giulio Regeni sino alla prolungata ed immotivata carcerazione di Patrick George Zaki trattenuto nelle carceri egiziane senza la formulazione di una vera imputazione).

Ma troppi significati assume una storia come quella di Nasrin Sotoudeh (come già quella di Ebru Timtik), per essere lasciata al campo circoscritto della militanza per i diritti umani. 

La sua storia personale piuttosto rimette al centro una questione essenziale, di cui la comunità dei giuristi dovrebbe farsi sempre e ovunque alfiere e paladina: lo stato di diritto non può esistere senza una libera avvocatura che si batta per garantire l’effettività del diritto di difesa. A Nasrin, come già ad Ebru, siamo tutti debitori per un sacrificio personale che loro hanno pagato, ma che per noi e per la nostra civiltà indica la strada della salvezza.

RS

 

05/10/2020
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