Magistratura democratica
Controvento

Il mio incontro con il Covid-19: una testimonianza personale per far memoria

di Ezia Maccora
*vicedirettore di Questione Giustizia **presidente aggiunto gip Tribunale Milano

Sabato 8 marzo 2020 sono cominciati i primi malesseri. Nell’immediatezza speravo si trattasse di stanchezza (le ultime settimane in ufficio erano state molto pesanti) o di una leggera influenza, ma la febbre, i dolori in tutto il corpo, la spossatezza erano sempre più intensi.

Ero distrutta e sono rimasta come stordita per una settimana, prendendo al bisogno del paracetamolo.

Venerdì nello scendere le scale di casa a Bergamo, dove abito, per prendere l’acqua che avevo ordinato, mi accorgo di avere il fiato corto. Mio marito, medico, mi fa vestire velocemente, mi dice di prendere un cambio e mi accompagna in ospedale a fare una tac. Prima di uscire non riesco neanche ad abbracciare mia figlia che mi guarda con i suoi occhioni tra l’impaurito e la voglia di farmi coraggio. Arriviamo all’ospedale Bolognini di Seriate, dove lavora mio marito. La Tac conferma quello che fino a quel momento non avevo voluto ammettere a me stessa: polmonite da Covid-19. Viene predisposto il mio ricovero. Non ho la forza di reagire, rispondo stringatamente all’infermiera per l’anamnesi e mi sdraio nel letto assegnatomi. Poco dopo arriva il medico responsabile del reparto e mi comunica che nel letto accanto ricovererà anche mio marito, che nel frattempo aveva fatto la Tac ed era risultato positivo al Covid-19.

Una stanza a due letti trasformata in una matrimoniale per pazienti Covid-19, con somministrazione di ossigeno per aiutarci a respirare.

Nei primi giorni, mentre mio marito, ancora all’esordio della malattia, conversava con i suoi colleghi medici e parlava al telefono con i pazienti, io non avevo neanche la forza di alzare la testa dal cuscino, restavo in silenzio, il mal di testa mi stordiva completamente e la febbre alta faceva il resto. L’effetto del paracetamolo non copriva tutto l’intervallo necessario per sedare la febbre, allora le infermiere ricorrevano al ghiaccio, come nei tempi antichi quando i bambini avevano la febbre alta.

Le giornate e le notti erano scandite dai tempi dei prelievi (ho scoperto quello arterioso dolorosissimo), dalla somministrazione della terapia farmacologica, dalla rilevazione della temperatura e della saturazione. Tutti incombenti affidati a gentili infermieri e infermiere che, con sistemi di protezioni individuali, entravano nella stanza e si avvicinano cercando di portarti quel minimo di conforto umano che quando sei così prostrata non riesci neanche ad apprezzare e che solo col tempo capisci quanto invece sia stato prezioso per la tua ripresa.

Le notti erano scandite dal suono delle sirene delle ambulanze che si avvicinavano all’ospedale e che testimoniavano i continui accessi, riscontrati dal numero, sempre maggiore, dei pazienti che arrivavano nel reparto, così come importante era il trasferimento di pazienti al reparto di terapia intensiva.

In quel reparto sub-intensivo erano ricoverate tante persone che conoscevamo ma che non potevamo vedere, ognuno era confinato nella propria stanza e non poteva ricevere visite, erano consentiti gli accessi solo al personale medico e sanitario appositamente protetto. Una piccola eccezione era consentita a mio marito dato che i suoi medici ed i suoi infermieri ogni tanto facevano capolino per vedere come andava. Ed era in quel momento che ascoltavo le informazioni sulle condizioni di altri pazienti di cui mio marito aveva predisposto il ricovero o che erano entrati successivamente. Un bollettino giornaliero che mi dava l’impressione di appartenere ad una grande famiglia dove ognuno nel suo piccolo, con il pensiero, le preghiere e l’affetto contribuiva alla cura dell’altro. Avevo anche appreso i nomi dei ricoverati nelle stanze vicino alla mia, persone che non ho mai visto in volto a cui gli infermieri si rivolgevano per sapere come stavano e per prestare loro l’aiuto necessario. Come una certa signora Giovanna, che occupava la stanza di fronte alla mia, di cui percepivo appena la voce flebile quando l’infermiera, munita di I-pad, riusciva a farla collegare con la sua famiglia.

Dopo giorni in cui non riuscivo neanche a rispondere ai tanti messaggi che mi arrivavano sul cellulare e trascorrevo le giornate in dormiveglia aspettando la flebo successiva che mi avrebbe dato sollievo, proprio un’ultima flebo serale, quella delle 21.00, ha stroncato la febbre e per le successive 72 ore ne sono stata liberata. Il mio corpo ha percepito il cambiamento in corso: era come se avessi raggiunto la temperatura più bassa possibile e da lì è partita la ripresa. Ed infatti così è stato, piano piano la febbre è andata via e ho completato la cura antibiotica, antiinfiammatoria e retro-virale (molto pesante) che assumevo. Certo non è che mi sentissi un fiorellino, l’olfatto ed il gusto mi avevano abbandonato, la stanchezza persisteva cosi come i dolori articolari in tutto il corpo, ma anche grazie all’aiuto dell’ossigeno cominciavo a vedere la luce alla fine del tunnel in cui ero entrata.

Ed è stato in quel momento che la situazione di mio marito si è aggravata. Per giorni è stato attanagliato nella morsa di una febbre altissima, non mangiava e non reagiva a nessuno stimolo neanche alle telefonate della nostra Eleonora, che nel frattempo era in quarantena da sola a casa. Era svuotato, assente, non riusciva a prendersi cura di se, non lo riconoscevo più, la sua esuberanza e il suo essere positivo, sempre a servizio dei suoi pazienti, erano completamente scomparsi. Iniziavano a preoccuparsi anche i medici che venivano a trovarlo e che lo stimolavano a reagire. Nel giro di una settimana ha perso 15 kg. Veniva alimentato per via  parenterale ma anche quello era un problema per la difficoltà di trovare un adeguato accesso venoso. Un caro amico medico mi ha sostenuto telefonicamente dandomi tutte le indicazioni utili ad aiutarlo e spingerlo a reagire.

Mi sono dimenticata di me ed ho convogliato tutte le energie che ancora avevo su di lui. Passavo da scuoterlo con dolcezza ad aggredirlo per cercare di farlo reagire. Sono stati giorni estenuanti, difficili, ma alla fine anche lui una sera, intorno alle 21.00, dopo aver sentito al telefono nostra figlia, mi ha chiesto di aiutarlo ad alzarsi dal letto per radersi.

Quello è stato l’inizio della risalita.

Dopo due giorni mi hanno dimessa, le mie condizioni erano migliorate e potevo continuare le cure in regime domiciliare, dovevo prendermi cura di me, era indispensabile per la mia ripresa. Ho capito che dovevo andare e che mio marito avrebbe trovato la forza di proseguire da solo. Il mio cuore era diviso in due, una parte voleva restare lì in ospedale con Antonio l’altra desiderava riabbracciare (virtualmente) Eleonora e il mio papà e riappropriarsi dei gesti di vita quotidiana facendo rientro nella mia casa.

L’uscita dall’ospedale e l’arrivo a casa è stato come scalare una montagna, ma l’odore di casa, gli occhi dolci della mia ragazza, il pranzetto che mi aveva preparato, la vista del mio papà sono stata un toccasana per la mia anima. Ero finalmente in convalescenza, fuori dall’ospedale, dovevo continuare con la terapia farmacologica per una settimana, recuperare le forze e dare il tempo ai miei polmoni di riprendersi. La notte dormivo nel mio letto ed a poco a poco gli orari dell’ospedale si allontanavano e riprendevo il normale ciclo del sonno. Certo speravo in una ripresa più veloce (che non è ancora arrivata) ma intanto i piccoli passi in avanti erano lì davanti a me. Tanti pensieri mi si sono affastellati nella mente, ho alternato allegria a smarrimento e senso di vuoto, alcune volte sono rimasta seduta per ore sulla poltrona e mi sono persa nei ricordi. La mattina appena sveglia, le forze erano maggiori e riuscivo a dedicarmi alla cura della casa e delle piante del mio terrazzino, che mai mi ha dato così tante soddisfazioni (la materialità delle cose che spesso sottovalutiamo). Ovviamente dovevo prendere tutte le precauzioni per evitare rischi di contagio, e quindi mantenevo la distanza con mia figlia e salutavo il mio papà (chiuso nel suo appartamento con la badante) da lontano. Piccoli gesti da quarantena che però mi consentivano di far arrivare ai miei cari tutto l’affetto che nutro per loro e di goderne in prima persona.

Ora è passata più di una settimana dalle dimissioni dall’ospedale e le forze aumentano ed anche la mia capacità di concentrazione. Tra qualche giorno anche mio marito sarà a casa, ci riabbracceremo e continueremo nel nostro percorso sulla via della guarigione. Ci vorrà tempo, ma insieme ci sosterremo e metteremo definitivamente in remissione questo bruttissimo virus che ha deciso di farci visita.

Ho deciso di scrivere del mio incontro con il Covid-19, con il desiderio di destinare queste brevi note a Questione Giustizia, la mia famiglia culturale, un punto di riferimento importante, una impresa collettiva realizzata da amiche e amici che mi hanno accompagnato e sostenuto in questi giorni difficili con grande amicizia ed affetto, consentendomi di staccarmi, anche se per pochi attimi, da quello che stavo vivendo: fuori c’era un mondo culturale in fermento e c’era lo scorrere della vita.

Certo è uno scritto un po’ eccentrico rispetto al target della Rivista indirizzata al mondo dei giuristi. Questione Giustizia ha però ospitato, nella sua storia, scritti molto diversi tra di loro e credo che raccontare il Covid-19 con gli occhi di chi l’ha vissuto, possa essere un modo per non dimenticare, dal punto di vista umano, una realtà che ha stravolto la nostra esistenza e completare così quel panorama giuridico che è stato affrontato nelle pagine della Rivista on-line.

Ecco perché ho deciso di affidare ai lettori alcune considerazioni conclusive che partecipano della mia esperienza.

Il dolore e la sofferenza provata e vista non possono restare confinati all’esperienza personale. Ci hanno lasciato molte persone a noi care, un’intera generazione non c’è più e sono andati via senza il conforto dei loro cari. Le immagini delle bare che lasciano il piazzale del cimitero di Bergamo alla ricerca di altri lidi per la cremazione resteranno per sempre scolpiti nella mia mente e nel mio cuore. In quelle bare ci sono anche degli amici e delle persone care. Ci sarà bisogno di un momento collettivo di elaborazione di questo grande lutto che ci ha colpito. Nessuno può farcela da solo. Le ferite dovranno ricomporsi nel tempo grazie all’amore fraterno tra tutti noi.

I nostri figli ci stupiscono sempre. Sono la nostra forza. Eleonora (la mia ragazza diciannovenne) ha affrontato questa difficile situazione (entrambi i genitori ricoverati) in quarantena con grande coraggio, determinazione e positività. Ha tenuto i contatti con tutti i familiari, gli amici e le amiche, che volevano avere notizie della nostra salute. Ci ha spronato sempre, con le quotidiane videochiamate, a non arrenderci e a lottare per ritornare a casa. Una donna adulta nonostante la sua giovanissima età, di cui siamo veramente molto orgogliosi.

Nei momenti più difficili la solidarietà, la generosità, il calore umano non ti abbandonano. Tante amiche e tanti amici, tante colleghe e tanti colleghi, tutti i miei familiari, hanno costruito intorno alla mia famiglia un cordone di amore e di aiuto che è stato prezioso. Dai messaggi giornalieri al cibo preparato e consegnato a casa, tutti modi di prendersi cura e di esserci con discrezione. Gesti che curano l’anima, che in questa esperienza, la più dura della mia vita (dove non sono mancate peraltro altre prove impegnative) sono stati e sono fondamentali. Come fondamentale è stata la presenza della mia mamma che è mancata nel 2010, ma che è sempre stata nel mio cuore in questi dieci anni, e accanto a me in questi giorni cosi difficili.

Abbiamo un sistema sanitario straordinario che deve essere difeso e potenziato. Solo grazie alla competenza, alla generosità, all’abnegazione dei medici e di tutto il personale sanitario la tragedia che ci ha colpito è stata contenuta. Tante persone ogni giorno sono in prima linea e rischiano il contagio per prendersi cura degli altri e offrire loro una possibilità di vita. Tutte queste persone meritano un ringraziamento collettivo, senza di loro oggi io, per prima, non sarei qui a raccontare quello che mi è accaduto.

Mi fermo qui, anche se tante altre riflessioni potrebbero farsi. Ci sarà tempo per ritornarci.

Questa testimonianza è dedicata a tutte le persone che oggi purtroppo non sono più con noi, a quelle che ancora lottano per guarire e a tutte e tutti voi, alle nostre fragilità ed al nostro coraggio, per fare memoria e per non abbassare la guardia, non è ancora possibile …

Ezia Maccora

 

06/04/2020
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