Magistratura democratica

La libertà e la vitalità delle donne: i dinieghi, i contrasti, le insidie

di Nello Rossi

1. La riflessione collettiva racchiusa in questo numero di Questione Giustizia, affidato alle cure di Fabrizio Filice, viene pubblicata in un momento in cui si ode ancora – e speriamo che non si affievolisca – il grido delle giovani donne iraniane, dei loro coetanei e di tantissimi cittadini di quel Paese, grido che è ormai divenuto l’emblema della protesta rivoluzionaria in atto: “Donna, vita, libertà”. Un grido universale, che potrebbe essere fatto proprio dalle donne di tutto il mondo. 

 

2. Per l’invocazione della “libertà”, innanzitutto. 

Le tirannie, le oligarchie, i regimi totalitari possono essere promotori di inaudite violenze, di brutali repressioni e di guerre feroci fino al genocidio contro “gli altri”, siano essi popoli, gruppi etnici, minoranze religiose. 

Ma nessuno Stato come quello teocratico può essere illiberale ed oppressivo verso il suo stesso popolo, nella pretesa di sorvegliare non solo i comportamenti esteriori, ma anche il costume, la morale, la dimensione spirituale e di punire con estrema durezza ogni trasgressione. Sorveglianza e punizioni che il totalitarismo teocratico iraniano esercita al massimo grado nei confronti delle donne, ultime tra gli oppressi, sottoposte a una serie infinita di restrizioni nella vita sociale ed economica e assoggettate a un vero e proprio apartheid femminile. 

La libertà che oggi chiedono le donne iraniane è una libertà che la teocrazia non sembra in grado di comprendere e che non ha alcuna intenzione di riconoscere. 

Lo dimostra la risposta alle rivendicazioni femminili della «Guida Suprema» Khamenei, che – parlando nel giorno della Festa della Mamma a un pubblico femminile accuratamente selezionato – non ha sentito il bisogno di dire una sola parola sulla crudele repressione in atto nel Paese e sulla sorte delle tante ragazze incarcerate e sottoposte a trattamenti inumani e degradanti, mentre non ha esitato ad affermare una pretesa superiorità morale del regime iraniano, che sarebbe capace di proteggere le donne dallo sfruttamento e dalla mercificazione cui sono soggette altrove e segnatamente in Occidente. 

Guardando a questo e ad altri contesti di disparità e di oppressione delle donne, misuriamo l’immenso valore dell’eguaglianza nelle libertà e nei diritti – quell’eguaglianza formale di cui pure continuiamo a vedere e denunciare tutti i limiti – come frontiera da cui possono muovere e progredire tutti i processi di emancipazione e di conquista di eguaglianza sostanziale. 

È in forza di tale eguaglianza nella libertà e dello svolgimento di un incessante lavoro culturale e politico di individuazione e rimozione di ostacoli – di cui partecipa anche la ricerca svolta in questo numero – che vengono raggiunti nuovi traguardi simbolici e sostanziali sul terreno della valorizzazione delle energie e delle potenzialità femminili e della sensibilità verso i temi di genere. 

Di libertà e di eguaglianza – non di veli, di dominio, di segregazioni travestite da protezione o di paternalismo – hanno bisogno le donne per essere più sicure, più rispettate, più forti e autonome. E ciò vale in Iran, dove le donne sono le più oppresse di tutti, come in ogni altro Paese del mondo. 

 

3. Accanto alla rivendicazione di libertà, nel grido di rivolta c’è il richiamo alla “vita”. 

Un richiamo egualmente ricco di significati perché le donne, sinonimo di vita, sono per ciò stesso al centro di grandi tensioni. 

Come generatici di vita le donne hanno conquistato, nei Paesi avanzati, la libertà di decidere del proprio corpo e del proprio destino, in una parola della “loro” vita, grazie a normative regolatrici del diritto di interrompere una gravidanza indesiderata. Eppure tale conquista, che sembrava indiscutibile e irreversibile, è insidiata nel cuore stesso dell’Occidente democratico. Chiamata a decidere su di una legge del Mississippi che vietava l’interruzione volontaria di gravidanza oltre la quindicesima settimana, in contrasto con la libertà per la donna – affermata nella sentenza Roe del 1973 e confermata nella decisione Casey del 1992 – di abortire fino alla ventiquattresima settimana, la Corte suprema degli Stati Uniti ha abolito «tout court il diritto delle donne statunitensi di abortire – perché (…) non menzionato nel testo della Costituzione né profondamente radicato nella storia e nella tradizione degli Stati Uniti –, lasciando completa libertà agli Stati di regolare come meglio credono la questione»[1].

Un inquietante passo indietro, che mostra come il diritto all’autodeterminazione della donna sia tuttora fragile e revocabile in dubbio perfino sul piano giuridico-formale, e debba perciò essere oggetto di costante attenzione e salvaguardia. 

Per altro verso, la vitalità delle donne – che reclama autonomia, indipendenza, libera scelta delle relazioni personali – continua ad apparire minacciosa, inaccettabile e intollerabile a molti uomini ad essa impreparati, che non esitano a ricorrere alla violenza, anche estrema, per spegnerla. 

Anche nel nostro Paese, dove il numero degli omicidi è in calo costante, resta aperta la piaga dei femminicidi, giustamente denunciata dal presidente della Corte di cassazione nel discorso di inaugurazione dell’anno giudiziario 2023. A riprova di quanto sia difficile incidere su stereotipi culturali che vengono da un passato lontano, sopravvivendo sotterraneamente a dispetto di ogni evoluzione sociale e culturale. 

 

4. Già queste prime, frammentarie notazioni mostrano come quanti operano sul versante del diritto e del giudiziario siano direttamente e continuamente investiti dai conflitti e dalle tensioni che si appuntano sulla libertà, sulla vita e sulla condizione delle donne. 

Di qui il valore di una ricerca centrata sul diritto femminile, svolta grazie all’apporto di chi a questo campo di problemi ha dedicato anni di studio e di impegno professionale, acquisendo una particolare sensibilità giuridica che qui mette a disposizione di tutti. 

Chi scrive prevede che la lettura dei saggi raccolti in questo volume monografico rivelerà nuove prospettive e riserverà sorprese anche ai lettori che si credono più avvertiti e smaliziati. 

Una ragione in più per dedicare tempo e attenzione ad un lavoro che, in fondo, riguarda “solo” una metà del genere umano… 

Gennaio 2023

 

 

1. Così Elisabetta Grande, Le recenti sentenze della Corte Suprema statunitense su armi, aborto e clima: una sfida alla sua sopravvivenza?, in Questione giustizia online, 12 luglio 2022 (www.questionegiustizia.it/articolo/scotus-armi-aborto-clima).